Ripubblichiamo di seguito l’articolo “Le tre fasi del pensiero di Antonio Gramsci”, tratto dal numero 56 de “La Voce del (nuovo)PCI”, in apertura di una serie di articoli per le celebrazioni del centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia (PCd’I).

Gramsci è stato il più grande dirigente che il movimento comunista italiano ha avuto nella prima fase della sua storia, la fase che va dalla costituzione del primo PCI fino agli anni Settanta dello scorso secolo, al termine dei quali inizia la seconda fase, con l’avvio della Carovana delle forze che costituiranno il (nuovo)PCI nel 2004. L’articolo serve a chi si impegna nel rafforzamento del movimento comunista e del suo partito per trarre insegnamento dal lavoro che Gramsci ha fatto per l’insegnamento, l’assimilazione e l’applicazione del marxismo – leninismo (al tempo la tappa più avanzata dell’evoluzione del pensiero comunista) nella situazione specifica italiana. Mostra quale percorso tortuoso e contraddittorio Gramsci ha compiuto, percorso distinto in tre fasi, ognuna delle quali distinta dalla precedente per superiore assimilazione da parte sua della concezione comunista del mondo.

Tra gli anni de “L’Ordine Nuovo” (1919 – ’21) e gli anni del carcere (1926 – ’37) Gramsci via via si libera dell’idealismo su cui si era formato e scopre che la rivoluzione socialista è necessaria, che ha la sua base nelle condizioni oggettive poste dal capitalismo stesso e che ha la forma di una “guerra di posizione”, da costruire passo dopo passo grazie all’azione di un partito comunista in grado di essere Stato Maggiore (“Moderno Principe”) del nuovo potere popolare. La sua tesi sulla “guerra di posizione” è una prima articolazione scientifica a livello internazionale della pratica che aveva portato al successo della Rivoluzione d’Ottobre, pratica condotta dal partito diretto da Lenin ma senza che Lenin o Stalin o altri ne avessero comprensione scientifica. La scoperta di Gramsci è esposta negli scritti al tempo della prigionia ed è contemporanea alla stessa scoperta da parte di Mao Tse tung, che alla strategia chiamata da Gramsci “guerra di posizione” dà il nome di Guerra Popolare Rivoluzionaria di Lunga Durata e tale strategia sperimenta con successo, fino alla vittoria.

Gramsci rompe con l’inconcludenza e l’incapacità rivoluzionaria del vecchio Partito Socialista e afferma che è prioritario e fondamentale assimilare la concezione comunista del mondo ed elaborare la strategia per la rivoluzione socialista adatta alle circostanze specifiche del nostro paese. Promuove prima come massimo dirigente, poi con la sua elaborazione intellettuale (nei Quaderni) l’opera di trasformazione del Partito Comunista d’Italia (la cosiddetta “bolscevizzazione” indicata come compito dall’Internazionale Comunista per i partiti che volevano entrarvi a fare parte) e che però non fu conclusa e anzi fu abbandonata dopo la sua carcerazione e la sua morte.

Tutti coloro che si propongono di ricostruire o rafforzare il movimento comunista e il suo partito sanno che per farlo è necessario agganciarsi a Gramsci. Noi aggiungiamo che per farlo è ancora più necessario rompere con le due tare che hanno pesato e ancora pesano sui comunisti dei paesi imperialisti:

Una è l’economicismo, ovvero la concezione del ruolo dei comunisti come promotori delle lotte rivendicative e della rivoluzione socialista come un evento che scoppierebbe “quando le masse popolari non ne possono più”.  Gramsci ha dedicato pagine molto profonde alla critica di questa tara, contribuendo alla profonda critica già svolta da Lenin.

Un’altra è il riformismo, ovvero la concezione del ruolo dei comunisti come rappresentanti della classe operaia e delle masse popolari nelle istituzioni borghesi e della via al socialismo tramite le “riforme di struttura” su cui i revisionisti moderni hanno marciato per decenni grazie ai limiti della sinistra del vecchio PCI. Anche contro questa tara Gramsci e Lenin hanno combattuto e preso le posizioni più avanzate.

Il (nuovo)PCI costituito nel 2004 ha compiuto il bilancio dell’esperienza del primo movimento comunista e porta avanti un lungo lavoro di elaborazione teorica agli inizi degli anni Ottanta nello scorso secolo. Oggi è all’avanguardia nella eliminazione radicale delle due tare e nella posizione migliore per rimettersi sulla strada indicata da Gramsci, la strada per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, così come hanno fatto i partiti e i dirigenti che hanno costruito in primi paesi socialisti in Russia, in Cina, e altrove, come in Europa orientale, a Cuba, in Vietnam, in Corea del Nord.

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Tre fasi del pensiero di Gramsci

Nota per i lettori delle opere di Gramsci e in particolare dei Quaderni del carcere

 

Ci si impegna in un’impresa quando sappiamo che è possibile. Questo vale anche per l’impresa in cui siamo impegnati noi comunisti: fare dell’Italia un nuovo paese socialista. Dobbiamo essere convinti che è possibile (e questo è questione di scienza), che quest’opera è guidata dal partito comunista e che in essa la classe operaia ha un ruolo centrale principalmente per tre motivi oggettivi, che non dipendono dalla coscienza al momento prevalente tra gli operai né dalla consapevolezza dei singoli individui:

  1. perché tra le masse oppresse della società attuale è la parte che più incarna i caratteri della futura società comunista e quindi già oggi è la più capace di assimilare in massa la concezione comunista del mondo se il partito comunista la porta alle masse popolari con un metodo giusto,
  2. perché tra le masse popolari è la parte che con più forza, di per se stessa e per l’egemonia che esercita sul resto delle masse popolari, può contribuire alla rivoluzione socialista che il partito comunista sulla base della concezione comunista del mondo promuove,
  3. perché la classe operaia può “salvare” se stessa in massa dal catastrofico corso delle cose solo se libera l’intera società dal modo di produzione capitalista.

Tutto questo è struttura portante del pensiero comunista nell’elaborazione della Carovana del (n)PCI e lo è anche nel pensiero di Gramsci. Gramsci scopre le condizioni del socialismo, futuro dell’umanità e spiega che sono generate dallo stesso capitalismo. Scopre che la rivoluzione socialista è possibile, che è possibile in Italia e anzi che “non esiste in Italia possibilità di una rivoluzione che non sia la rivoluzione socialista”.(1) Scopre che la rivoluzione socialista non scoppia, che chi proclama che “l’Ottobre sta arrivando” se fosse per lui starebbe ad attendere tutta la vita, perché la rivoluzione socialista è una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata promossa dal partito comunista che si conclude con l’instaurazione del socialismo. Gramsci per sfuggire alla censura carceraria la indica con l’espressione “guerra di posizione”. (2)

 

  1. Tesi del III Congresso del Partito comunista d’Italia, 1926, in www.nuovopci.it/classic/gramsci/lionetpo.htm.
  2. In proposito rimando all’articolo Gramsci e la guerra popolare rivoluzionaria di Lunga Durata in La Voce n. 44, luglio 2013, p. 76 e 33-45.

 

Gli scritti di Gramsci ci aiutano a capire la formazione economico sociale italiana, perfino la formazione economico sociale di alcune singole regioni e metropoli, a progettare la rivoluzione socialista nel nostro paese, a comprendere i problemi della rivoluzione socialista nei paesi imperialisti. Dagli scritti di Gramsci sui Consigli di fabbrica noi possiamo imparare molto per quanto riguarda i compiti che dobbiamo attualmente assolvere per orientare le organizzazioni operaie a popolari (OO e OP) su cui si basa la nostra linea tattica di far costituire il Governo di Blocco Popolare.

Per questo noi studiamo le opere di Gramsci [1891-1937], per questo ne promuoviamo lo studio, per questo combattiamo la vastissima schiera di intellettuali della sinistra borghese che, sulla scia di Togliatti e degli altri revisionisti, travisano o deformano il pensiero di Gramsci, lo adattano ai loro propositi e ammantano del prestigio e dell’autorità di  Gramsci le loro concezioni e proposte velenose, velleitarie o disfattiste, che diffondono tra le masse popolari e in particolare tra gli individui e i gruppi che cercano una via per porre fine al catastrofico corso delle cose. 

L’espressione più avanzata del pensiero di Gramsci è nei Quaderni del carcere ma, per capire i Quaderni, bisogna risalire a quello che Gramsci scrive quando dirige la rivista L’Ordine Nuovo, tra il 1919 e il 1920 e a quello che scrive quando dirige il PCI, tra il 1923 e il 1926. In questi anni Gramsci può parlare apertamente e nei suoi scritti è teso a farsi capire dai suoi lettori, cosa che in carcere non potrà più fare: a ragion veduta farà anzi il contrario, scriverà in modo che i suoi censori non capiscano di cosa sta scrivendo (cosa che capita però anche a molti ingenui lettori di oggi). Tra questi due periodi, tra il maggio del 1922 e l’ottobre del 1923, Gramsci è in URSS. Alla scuola di Lenin e della rivoluzione russa assimila e sviluppa la concezione comunista del mondo e via via con maggiore ampiezza la applica alla rivoluzione socialista in Italia. La vittoria della rivoluzione socialista in Russia e la costruzione dell’Unione Sovietica ebbero un enorme impatto sul movimento comunista italiano e nella vita di Gramsci in particolare.

Le fasi da considerare dunque sono tre:

– una negli anni tra il 1919 e il 1921, quelli della pubblicazione dell’Ordine Nuovo e del lavoro di organizzazione della classe operaia che ha i momenti culminanti nell’occupazione delle fabbriche a Torino (settembre 1920) e nella fondazione (gennaio 1921) del Partito Comunista d’Italia capeggiato però da Amadeo Bordiga [1889-1970]: Gramsci, quasi coetaneo di Bordiga, fa parte del Comitato Centrale ma non del Comitato Esecutivo (la direzione vera e propria) del nuovo partito;

– una negli anni tra il 1923 e il 1926, quando Gramsci per decisione dell’Internazionale Comunista dirige il partito;

– una che va dal suo arresto, nel novembre 1926, alla sua morte nel 1937: tra il gennaio 1929 (quando finalmente nel carcere di Turi ottiene di poter disporre di alcuni libri e di quaderni) e l’estate 1935, quando le sue forze si esauriscono, stende i 29 Quaderni del carcere. Questi a loro volta vanno divisi in tre periodi: il primo che arriva fino all’agosto 1931 (i primi 7 Quaderni), il secondo che arriva fino alla fine del 1933 (i successivi 10 Quaderni) e il terzo (i 12 Quaderni degli anni 1934 e 1935).

In queste tre fasi elementi portanti della concezione comunista del mondo (necessità e possibilità della rivoluzione socialista, forma della rivoluzione socialista, ruolo e forma del partito comunista, ruolo della classe operaia) si mantengono e si consolidano mentre Gramsci via via si libera dall’idealismo (di Hegel e dei suoi epigoni fino a Benedetto Croce [1866-1951] e Giovanni Gentile [1875-1944]) su cui, salvandosi dal positivismo che la Seconda Internazionale spacciava per marxismo e che inquinava le file del PSI, si era formata la sua concezione del mondo. È la riforma intellettuale e morale in cui si forma il massimo dirigente del movimento comunista italiano. Solo nel corso di questa riforma, Gramsci maturò in particolare un grande senso del suo compito di dirigente comunista e un’acuta percezione del problema del potere: fare la rivoluzione socialista voleva dire rendere il proletariato e in primo luogo il partito comunista capace di esercitare il potere, cioè di prendere decisioni che vengono applicate e che vengono fatte applicare anche a chi non le condivide. Egli compì quindi, sul piano intellettuale e morale, un netto distacco dalle due piaghe, l’economicismo e il democraticismo, che avevano largamente inquinato il movimento socialista e che nei paesi imperialisti resero in larga misura impotenti anche i partiti comunisti creati nell’ambito della prima Internazionale Comunista.

Già nel settembre 1920, in piena occupazione delle fabbriche, scriveva:

“La forza del partito, la sua capacità di azione reale sono legate con la possibilità, da parte degli organismi direttivi centrali locali, di avere a propria disposizione, in ogni momento, uomini da comandare, uomini che possono essere comandati perché si sono liberamente e volontariamente impegnati a farsi comandare. Se il partito comunista ha un significato nel periodo attuale, questo significato gli viene appunto da una maggiore dedizione dei militanti ai dirigenti, da una dedizione che si deve supporre sconfinata, se è vero che il partito è in piena guerra e in una guerra combattuta si obbedisce immediatamente, senza discutere, senza dubitare della bontà e della utilità del compito da svolgere, qualunque esso sia. Il Partito socialista italiano ha 200.000 iscritti perché non vi si è tenuti a una ferrea obbedienza, perché chi vi entra non subisce nessuna limitazione nella sua libertà individuale, limitazione che porta a un accrescimento di vita nel corpo associato e quindi anche in ogni singolo, perché molti, pur avendo la tessera, ritengono di avere il diritto di biasimare ma non il dovere di lavorare incessantemente all’organizzazione delle intelligenze e delle volontà”.(3)

 

  1. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-20, Einaudi 1975, pag. 486.

 

Per noi comunisti italiani gli scritti di Gramsci hanno una grande importanza. Gramsci è di gran lunga il dirigente comunista dei paesi imperialisti che ha fatto il maggiore sforzo per applicare il marxismo-leninismo alle condizioni del proprio paese e per ricavarne una teoria e una linea per fare la rivoluzione socialista. Alcuni dei risultati del suo lavoro ovviamente sono validi anche per il movimento comunista degli altri paesi imperialisti e alcuni per tutto il movimento comunista, ma tutti i suoi scritti fanno parte del movimento comunista italiano e del suo sviluppo dal vecchio movimento socialista.

Anche i Quaderni del carcere, Gramsci li scrisse non come occupazione personale, ma per adempiere a questo compito. In Italia una serie di anticomunisti presentano Gramsci prigioniero come un intellettuale dedito per suo diletto a suoi studi e, peggio ancora, come un comunista convertitosi all’opposizione a Stalin (che negli anni della sua carcerazione (1926-1937) faceva capo a Trotzki e a Bukharin). In proposito rimando all’articolo di Giorgio Fabre Gramsci il rivoluzionario ridotto a pedagogo pubblicato in Alias Domenica, inserto di il manifesto 18 giugno 2017 e rilanciato dall’Agenzia Stampa del P.CARC. A confermare che Gramsci scrisse i Quaderni nella veste di dirigente del partito vi è anche il fatto che Gramsci per ben due volte (la prima nell’agosto 1931 ancora nel carcere di Turi e la seconda all’inizio del 1934 appena giunto nel carcere di Formia) riorganizzò il suo lavoro di ricerca ed elaborazione, riscrivendo interamente alcune parti dei quaderni delle fasi precedenti. Valentino Gerratana che ha curato i Quaderni per le edizioni Einaudi ha molto opportunamente distinto i testi di Gramsci tra quelli che Gramsci ha successivamente rivisto (testi A), quelli frutto della seconda e definitiva stesura (testi C) e quelli che Gramsci (non sappiamo se perché li considerava poco rilevanti o se perché soddisfatto) ha lasciato nella prima stesura (testi B).

Vale per noi materialisti dialettici la legge universale che “la verità è sempre concreta”: il significato effettivo di una frase e di un discorso lo si comprende solo se lo si colloca nel contesto in cui l’autore l’ha affermata. Ma questa legge universale ha un significato del tutto particolare per i testi dei Quaderni del carcere. Chi li studia per imparare (quindi né per svago, né per contraffare Gramsci) deve collocare ogni testo che esamina in base alla stesura (testo A, testo B o testo C) e nell’anno in cui essa è avvenuta. Deve inoltre aver chiaro qual è la questione (il tema, il campo di attività) del movimento comunista italiano, dei paesi imperialisti o internazionale di cui Gramsci si occupa in quel testo (a cui Gramsci ha l’occhio quando lo scrive), qual era lo stato dell’arte in quel campo (della teoria, dell’attività politica o dell’organizzazione del partito italiano o del movimento comunista). Deve inoltre farsi l’idea della misura in cui Gramsci era al corrente dello stato delle cose: i suoi colloqui avvenivano sempre in presenza di una guardia carceraria incaricata di interrompere discorsi riguardanti l’attività politica, la sua corrispondenza era tutta controllata e riceveva solo pubblicazioni di volta in volta autorizzate. Comunque ci sono vari modi per farsi un’idea di quanto Gramsci fosse al corrente del corso delle cose: da quello che Gramsci scrive, da informazioni sulle visite avute, dalla corrispondenza e dall’elenco delle pubblicazioni consegnate a Gramsci. Solo a questo punto il lettore riesce a capire di cosa Gramsci sta parlando e la posizione che egli afferma.

I Quaderni presentano inoltre un altro problema di cui il lettore deve preoccuparsi: il linguaggio criptico che Gramsci a ragion veduta usa. Faccio un esempio. Nel Quaderno 12 del 1932 Gramsci scrive (Edizioni Einaudi 2004 pag. 1523):

“Che tutti i membri di un partito politico debbano essere considerati come intellettuali, ecco una affermazione che può prestarsi allo scherzo e alla caricatura; pure, se si riflette, niente di più esatto. Sarà da fare distinzione di gradi, un partito potrà avere una maggiore o minore composizione del grado più alto o del grado più basso, non è ciò che è importante: importa la funzione che è direttiva e organizzativa, cioè educativa, cioè intellettuale”.

Un periodo del genere induce il lettore a pensare che Gramsci voglia dire che ogni sgherro o manutengolo del partito fascista o nazista e ogni zelota devoto o carrierista della DC, che ogni membro clientelare del PCI di Berlinguer e Occhetto dovrebbe essere considerato un intellettuale. Ma sarebbe un travisamento del pensiero di Gramsci. Non solo perché nei paesi capitalisti europei ci fu un periodo, prima che si formassero i partiti socialisti o socialdemocratici di massa e poi al loro seguito i partiti promossi dalla Chiesa Cattolica, ecc., in cui i partiti politici non erano affatto di massa, ma composti solo da “uomini politici”. Quindi al censore del suo tempo lo scritto di Gramsci poteva sembrare una qualsiasi accademica storia degli intellettuali. Ma principalmente perché Gramsci parla degli intellettuali e del loro ruolo sociale, per parlare in realtà del partito comunista, del suo partito. Basta per convincersene riandare a quello che scriveva pochi anni prima, nel 1925, quando si occupava con fervore di fare del partito comunista una scuola per la riforma intellettuale dei suoi membri: vedasi lo scritto della primavera 1925, Introduzione al primo corso della scuola interna di partito (pagg. 50-57 di La costruzione del Partito comunista 1923-1926 Einaudi 1972 e in parte riprodotto anche in Scritti politici a cura di Paolo Spriano Editori Riuniti 1978 vol. III pagg.117-122) o altri scritti dell’epoca. Oppure riandare ai problemi con cui si era scontrato nel carcere di Turi quando nel novembre-dicembre 1930 aveva cercato di fare una scuola di partito (vedasi in proposito Giuseppe Fiori Vita di Antonio Gramsci Laterza 1966 pagg. 285-298).

Senza questo sforzo di decifrare il linguaggio criptico di un detenuto strettamente sorvegliato che voleva a tutti i costi continuare il suo lavoro di elaborazione (in vista dell’attività futura), molti passaggi dei Quaderni del carcere sono incompresi, accettati con religioso ossequio dai “buoni comunisti” come frasi misteriose o innocue (tanta è la separazione tra teoria e pratica a cui i revisionisti di Togliatti e Berlinguer hanno ridotto i “buoni comunisti”) e si prestano a essere travisati dai falsari dell’apparato della controrivoluzione preventiva a fini di diversione e confusione delle idee o semplicemente a essere sfruttati dai sicofanti del mondo accademico.

Ritornando al complesso degli scritti di Gramsci, vi è un’altra osservazione da fare. Chi legge gli scritti stesi da Lenin tra il 1893 e il 1923, si trova davanti a una successione imponente di testi il cui autore è partito dalla scienza del marxismo assimilata al massimo livello allora esistente risultato dell’opera di Marx e di Engels che resta attivo fino al 1895, la applica a una realtà (la rivoluzione russa) a cui quella scienza non era ancora stata applicata che sporadicamente (da Marx ed Engels e da Plekhanov) e via via che egli passa da intellettuale a dirigente politico comunista, la arricchisce, fino a farne una scienza più avanzata, il marxismo-leninismo.(4) Leggendo gli scritti di Gramsci invece ci troviamo davanti a uno scrittore progressista che ragiona con intelligenza ma secondo il buon senso comune dei socialisti italiani  del tempo e che solo dopo l’impatto con la Rivoluzione d’Ottobre del 1917 si mette individualmente a studiare il marxismo-leninismo e via via lo usa per interpretare la realtà italiana fino a diventare promotore della costituzione del partito comunista, dirigente, benché non di primo piano, di esso e infine dal 1923 promotore della bolscevizzazione del partito. Bolscevizzazione che vuole essere una rifondazione del partito sulla base del marxismo-leninismo, rifondazione che nella realtà restò incompiuta a causa della sua carcerazione, ma proseguì sul piano dell’elaborazione intellettuale nei Quaderni del carcere. Noi comunisti quindi dobbiamo studiare i suoi scritti distinguendo quello che resta valido ancora oggi perché entrato a far parte della scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia applicata al nostro paese, quello che si riferisce a circostanze particolari ben definite e che eventualmente sono istruttivi per il metodo che Gramsci ha applicato, quello che fa parte del percorso di riforma intellettuale di Gramsci e che Gramsci stesso ha superato.

Un esempio di questo ultimo genere è il salto che Gramsci fa riguardo alla questione del Vaticano. Nel 1920 Gramsci scrive che “in Italia, a Roma, c’è il Vaticano, c’è il papa: lo Stato liberale ha dovuto trovare un sistema di equilibrio con la potenza spirituale della Chiesa: lo Stato operaio dovrà anch’esso trovare un sistema di equilibrio.”(5) È qui evidente che Gramsci non fa ancora una distinzione tra la religiosità degli uomini e la potenza “temporale” della Chiesa Cattolica Romana.

Su questo i revisionisti moderni si sono calati come avvoltoi, felici di trovare qualcosa che giustificasse la loro complicità con la Corte Pontificia, il loro occultamento del governo indiretto sull’Italia che la Corte Pontificia ha esercitato tramite la Democrazia Cristiana e che tuttora esercita con quanto resta del regime democristiano in putrefazione.(6) Ancora oggi la sinistra borghese si alimenta di tutto questo, e spaccia Bergoglio, il capo di uno dei pilastri del sistema imperialista mondiale, come portavoce della sinistra in Italia e dei popoli oppressi nel mondo. Non a caso attendisti e disfattisti, in particolare quelli residenti a Roma, che per proprio opportunismo hanno più interesse a mantenere rapporti pacifici con chi governa realmente il paese e che proprio nel cuore di Roma ha la sua sede centrale, giustamente denunciano ogni capo di governo che solca il cielo ma mai se la prendono con papi, cardinali e vescovi.

Dal marzo 1920 al marzo 1924 passano solo quattro anni e Gramsci scrive: “Il Vaticano è senza dubbio la più vasta e potente organizzazione privata che sia mai esistita. Ha, per certi aspetti, il carattere di uno Stato, ed è riconosciuto come tale da un certo numero di governi. Benché lo smembramento della monarchia austro-ungherese abbia considerevolmente diminuito la sua influenza, esso rimane tuttora una delle forze politiche più efficienti della storia moderna. La base organizzativa del Vaticano è in Italia: qui risiedono gli organi dirigenti delle organizzazioni cattoliche, la cui complessa rete abbraccia una gran parte del globo.

 

  1. Sul “passaggio del testimone” da Engels a Lenin, vedi Lenin, Friedrich Engels, OC vol. 2 Rinascita 1955 pagg. 7-18.
  2. Gramsci, L’Ordine Nuovo 1919-20, cit. p. 476.
  3. Vedi al riguardo le prefazioni di Alberto Cecchi a Gramsci, Il Vaticano e l’Italia, Editori Riuniti, Roma, 1977. Radici, natura e prospettive della Repubblica Pontificia sono tracciate in dettaglio nel Manifesto Programma del (nuovo)PCI, con particolare attenzione al regime DC e al suo processo di putrefazione. La complicità dei revisionisti moderni nella creazione del regime che tuttora persiste nel paese parte dall’inclusione dei Patti Lateranensi nella Costituzione, questione su cui del PCI unico a votare contro fu Concetto Marchesi, mentre si astenne Teresa Noce (Teresa Mattei, altra figura storica del primo movimento comunista italiano, votò per disciplina di partito ma iniziò a prenderne le distanze, e ne uscì nel 1955).

 

In Italia l’apparato ecclesiastico del Vaticano si compone di circa 200.000 persone; cifra imponente, soprattutto quando si consideri che essa comprende migliaia e migliaia di persone dotate di intelligenza, cultura, abilità consumata nell’arte dell’intrigo e nella preparazione e condotta metodica e silenziosa dei disegni politici. Molti di questi uomini incarnano le più vecchie tradizioni d’organizzazione delle masse e, di conseguenza, la più grande forza reazionaria esistente in Italia, forza tanto più temibile in quanto insidiosa e inafferrabile. Il fascismo prima di tentare il suo colpo di Stato dovette trovare un accordo con essa. Si dice che il Vaticano, benché molto interessato all’avvento del fascismo al potere, abbia fatto pagare molto caro l’appoggio al fascismo. Il salvataggio del Banco di Roma, dove erano depositati tutti i fondi ecclesiastici, è costato, a quel che si dice, più di un miliardo di lire al popolo italiano.

Poiché si parla spesso del Vaticano e della sua influenza senza conoscerne esattamente la struttura e la reale forza d’organizzazione, non è senza interesse darne un’idea precisa. Il Vaticano è un nemico internazionale del proletariato rivoluzionario”. (7)

Con questo “nemico internazionale” di cui Gramsci parla nel 1924, lo “stato operaio” di cui parlava nel 1920 non poteva trovare alcun equilibrio. L’abolizione del Vaticano è un passaggio indispensabile per fare dell’Italia un nuovo paese socialista. (8) E sul tema Gramsci ritornerà infatti in Alcuni temi della questione meridionale (1926) e nei Quaderni con tesi ben diverse da quella del 1920.

 

  1. Articolo di La Correspandance Internationale, 12.03.1924, tratto da A. Gramsci, Sul fascismo, Ed. Riuniti, 1978, Roma, pp. 220-224.
  2. “Non è possibile per la classe operaia condurre le masse a instaurare la dittatura del proletariato senza eliminare il Vaticano e la sua Chiesa” (Manifesto Programma del (n)PCI, p. 129).

 

In conclusione la questione dei Consigli di fabbrica, la questione della rivoluzione socialista e di come farla, la questione del partito sono temi degli scritti di Gramsci che studiamo per come si sviluppano nel corso della sua vita e che arrivano fino a noi come patrimonio che mettiamo a frutto per l’opera gloriosa iniziata da lui e dal primo PCI e che il (nuovo)PCI porta oltre, verso il suo compimento: la conquista del potere.

Oltre alla giusta comprensione delle lezioni di Gramsci e al loro uso per far avanzare la nostra teoria e la pratica della rivoluzione socialista, un ruolo importante ha anche la denuncia delle denigrazioni e mistificazioni di Gramsci, quando esse non restano puro esercizio accademico, ma si traducono in idee propagandate tra le masse.

In particolare quest’anno in cui ricorre il centenario, molta attenzione si concentra sulla Rivoluzione d’Ottobre e la costruzione del socialismo in Unione Sovietica. Assume quindi particolare importanza la questione dell’unità di concezione e linea tra Gramsci e Stalin. In particolare dobbiamo quindi lottare in modo qualitativamente superiore “contro l’uso anticomunista che di Gramsci cerca di fare in questi anni la sinistra borghese: essa lo presenta in Italia e nel mondo come un oppositore della concezione e della linea impersonate da Stalin che hanno guidato l’Internazionale Comunista e il movimento comunista fino al 1956. Mentre in realtà proprio Gramsci pur segregato nelle carceri fasciste ha elaborato, alla luce dei compiti della rivoluzione socialista e dell’esperienza del movimento comunista, la critica più esauriente della concezione di Trotzki e della concezione di Bukharin che furono i principali oppositori di Stalin sul terreno dell’orientamento da dare alla rivoluzione in Unione Sovietica e a livello internazionale e della linea con cui proseguirla” (da Gramsci e la guerra popolare rivoluzionaria di Lunga Durata in La Voce n. 44).

A questo impegno sono chiamati tutti i comunisti che celebrano il centenario della Grande Rivoluzione d’Ottobre, in particolare i membri della Commissione Gramsci del P.CARC, che tanto buon lavoro ha già fatto. Il pensiero di Gramsci ha tratto il massimo alimento dalla costruzione del socialismo nell’Unione Sovietica diretta da Stalin. Quanto a noi, dobbiamo fare nostro e mettere a frutto il patrimonio che la prima ondata del movimento comunista internazionale e italiano ci consegna. Contribuirà così a farci capaci di dare slancio alla sua seconda ondata.

 

Marcella V.

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