Nell’autunno del 2019 il nostro Partito ha promosso varie iniziative per celebrare il cinquantesimo anniversario dell’Autunno Caldo (1969) e nel corso del 2020 abbiamo intervistato molti protagonisti delle esperienze dei Consigli di Fabbrica, nati proprio durante l’Autunno Caldo e durati fino all’inizio degli anni Ottanta.
Abbiamo pubblicato le interviste raccolte sul nostro sito, ma data l’importanza di quelle esperienze e la loro attualità, abbiamo deciso di raccoglierle in un libro appena uscito. In questo articolo riportiamo brani della sua introduzione, scritta dalla compagna Linda Caramia.
“I Consigli di Fabbrica (CdF) vennero riconosciuti nel 1970 dallo Statuto dei lavoratori come la forma organizzata degli operai della singola azienda al posto delle Commissioni Interne, le precedenti strutture di rappresentanza costituite da operai indicati e patrocinati dai sindacati. I CdF sono stati lo strumento attraverso cui centinaia di migliaia di operai hanno iniziato a far valere la forza della loro organizzazione in modo autonomo, a legare, senza mediazioni, le mobilitazioni dentro le aziende a quelle al di fuori, come quelle degli studenti, delle masse popolari dei quartieri, contro il carovita, per il diritto alla casa, contro il fascismo e la repressione.

(…) I Consigli di Fabbrica in quegli anni assunsero il ruolo di nuove autorità sia all’interno della fabbrica che all’esterno, nel sociale. In fabbrica i delegati di reparto esercitarono il controllo operaio sui processi produttivi, sui turni e i ritmi di lavoro, le ferie, gli infortuni e le malattie; attraverso la contrattazione aziendale riuscirono a strappare importanti conquiste normative, mobilitando i lavoratori, attraverso assemblee, scioperi di reparto anche di poche ore, occupazioni e picchetti. In molte fabbriche la spinta operaia portò anche gli impiegati a mobilitarsi su un terreno di lotta comune.

(…) Le lotte per la salute in fabbrica e la tutela dell’ambiente esterno (come all’Alfa Acciai di Brescia, alla Belleli di Mantova, alla Sanac di Massa, alla Lombardini di Reggio Emilia, all’Italsider di Bagnoli, ecc.) riuscirono non solo a portare gli abitanti dei quartieri in cui erano ubicate le fabbriche a solidarizzare e confrontarsi con gli operai, ma anche a suscitare il sostegno di professionisti della salute (come Medicina Democratica di Maccacaro all’Alfa Acciai di Brescia o i medici del lavoro alla Magona e alla Lucchini di Piombino).
Dalle numerose esperienze riportate dagli intervistati emerge anche che i CdF furono in varie occasioni promotori o sostenitori di battaglie che coinvolgevano tutti i settori sociali. Questo grazie al fatto che in quegli anni molti operai si “politicizzarono”. Alcuni che venivano dal PCI cominciarono ad assumere atteggiamenti fortemente critici nei confronti della linea del partito. Altri, soprattutto i più giovani, furono coinvolti dalle organizzazioni della sinistra extraparlamentare, che si proponevano di abbattere il capitalismo e instaurare un governo operaio e popolare.
Come afferma una delegata della FIAT Mirafiori “La forza del movimento operaio dentro le fabbriche ha influito molto su ogni conquista degli anni Settanta, vedi ad esempio quelle riguardanti i diritti civili. Il diritto di famiglia, l’aborto, il divorzio, ecc., tutto è frutto delle lotte operaie di quegli anni”. Ma anche sulla lotta antifascista, antimperialista, contro le leggi liberticide, contro la repressione, contro la strategia della tensione (Gladio, P2 e gruppi fascisti con piazza Fontana a Milano, piazza della Loggia a Brescia fino alla stazione di Bologna), per la parità di genere, per il diritto al lavoro, alla casa, alla salute, allo studio, contro l’aumento dei prezzi dei servizi e dei beni di prima necessità, ecc.

(…) I CdF, nel corso degli anni, subirono gli attacchi concentrici dei padroni, dello Stato, delle dirigenze del PCI e dei sindacati; molti operai d’avanguardia vennero licenziati o messi in minoranza o perseguiti dalla legge. A mano a mano i CdF vennero esautorati e sostituiti dalle RSU, i cui membri sono votati su indicazione dei sindacati. In tal modo i sindacati di regime (CGIL, CISL, UIL e altri minori) hanno potuto riprendere il controllo e rendere di fatto inattuabile la democrazia diretta in fabbrica.
Le interviste che proponiamo si chiudono con la richiesta di un’opinione personale sulla possibilità e necessità di riproporre ai nostri tempi, stante le condizioni attuali, organismi simili ai CdF. Tutti gli intervistati affermano che oggi è necessario costruire organismi operai e popolari che assumano il ruolo di nuove autorità e che l’esperienza del movimento dei Consigli serve per riflettere sul che fare ai giorni nostri. Quanto alla possibilità che questo si realizzi, alcuni degli intervistati sono perplessi, altri pensano che facendo tesoro degli errori del passato si possano trovare delle strade, magari in parte diverse, da percorrere per arrivare a organizzare nuove forme di “contropotere” di classe, altri affermano che per raggiungere questo obiettivo è necessario parlare di comunismo, del partito di classe. Le opinioni di tutti sono specchio dell’insegnamento principale che l’esperienza dei CdF: i Consigli di Fabbrica degli anni Settanta (come i Soviet in Russia) sono stati organismi che hanno rappresentato il dualismo di potere esistente nella società. (…)

Queste interviste offrono materiale su cui riflettere, indicazioni sul ruolo che i comunisti devono svolgere per far crescere la coscienza di classe, suggerimenti per i lavoratori avanzati su come rendere più incisiva la loro iniziativa individuando i punti deboli dei padroni e dei loro agenti e facendo leva sulle tensioni positive dei loro compagni di lavoro.
Leggendo con spirito critico e imparando dalle esperienze vissute e raccontate dagli esponenti dei Consigli di Fabbrica, ogni lettore potrà trovare spunto per cosa fare oggi”.

 

 

I Consigli di Fabbrica degli anni Settanta. La parola ai protagonisti
240 pagine – 15 euro + 6 euro di spedizione
Edizioni Rapporti Sociali


Puoi ordinarlo a carc@riseup.net

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