Il 9 dicembre si è svolta l’assemblea milanese del Patto d’Azione. Il primo argomento affrontato non è stata la mobilitazione dei lavoratori della sanità, giustamente indicata come prioritaria dalla Piattaforma approvata nell’assemblea nazionale del 22 novembre (“sviluppare su tutti i territori iniziative di lotta e campagne di denuncia dello sfascio della sanità pubblica, () autodifesa della salute da parte dei lavoratori, per sé e per tutta la popolazione), ma la presenza del P.CARC, ritenuta “inopportuna” da vari presenti, e la necessità di espellerlo dal Patto d’Azione in ragione della linea politica che promuove. In modo schematico, le argomentazioni sono state le seguenti.

Sintesi di una buffonata spacciata per assemblea

Il P.CARC non può restare nel Patto d’Azione perché è alleato del M5S” ha detto Alessandro Zadra del SI COBAS. La strumentalità dell’affermazione e dei tentativi di argomentarla è fra il patetico e il ridicolo:

1. sia perché, al di là dei proclami rivoluzionari e degli immaginari “da incendiari”, nel Patto d’Azione il SI COBAS è fra i promotori della parola d’ordine della patrimoniale per fare fronte alla crisi. Più che di una “alleanza” con il M5S si tratta in questo di caso di una convergenza con il fondatore del M5S, Beppe Grillo, che giusto qualche giorno fa auspicava la patrimoniale (ma sono in buona compagnia di Marco Travaglio e della Redazione de il Fatto Quotidiano). Che Beppe Grillo la chieda del 2%, il Fatto Quotidiano del 3% e il SI COBAS/Patto d’Azione del 10% è irrilevante ai fini del discorso, è invece rilevante la coerenza nel contenuto di tale richiesta. Non si tratta certo di un’alleanza e mai ci sogneremmo di definirla tale, è più la condivisione di una prospettiva, di un obiettivo. Certo, non è solo il SI COBAS a pensarla come Beppe Grillo, ma anche molti sostenitori di questa rivendicazione tipicamente socialdemocratica che nel Patto di Azione puntano l’indice contro il P.CARC proprio per “l’alleanza con il M5S”;

2. ma soprattutto perché proprio il SI COBAS ha fatto leva – giustamente e legittimamente – sul M5S quando ha avuto bisogno di dare visibilità e condannare il comportamento di padroni e Forze dell’Ordine in merito a certe vertenze (una su tutte, quella Italpizza a Modena vedi 123).

Il P.CARC ha semplicemente tradotto iniziative come queste in un’indicazione d’azione ai milioni di operai e di altri lavoratori che, indignati per la politica seguita dai governi borghesi da 40 anni a questa parte, hanno votato il M5S (e Lega) e riposto fiducia nelle sue promesse di cambiamento: organizzarsi e mobilitarsi per sfidare (incalzare) il M5S ad attuarle e per attuare direttamente quelle che era possibile attuare localmente. In questo modo

– o il M5S avrebbe dovuto fare leva sugli operai e i lavoratori organizzati per attuarle

– oppure il M5S si sarebbe smascherato e soprattutto avrebbe dato una dimostrazione su ampia scala che far fronte al disastro in cui versa il paese non è questione di “onestà di chi governa e bontà delle leggi che fa”, ma di guerra contro i capitalisti e la loro comunità internazionale (UE, FMI e NATO), guerra che solo gli operai e i lavoratori organizzati possono condurre e vincere prendendo nelle loro mani il governo del paese.

Lo abbiamo fatto perché siamo promotori della rivoluzione socialista: combiniamo gli interessi immediati con gli interessi storici della classe operaia (no all’economicismo!) e non siamo concorrenti elettorali del M5S (no all’elettoralismo!).

Abbiamo usato la lezione di Lenin e dei bolscevichi nei confronti del Governo Provvisorio costituitosi nel febbraio 1917 dopo che le dimostrazioni degli operai delle grandi città e la fraternizzazione delle truppe con i dimostranti avevano portato alle dimissioni dello zar. Lenin aveva chiaro che per avere la pace, la terra e le fabbriche le masse popolari organizzate nei soviet dovevano prendere il potere e questo fu l’obiettivo del partito comunista. Il Governo Provvisorio, data la sua natura, non aveva la forza per realizzare questi obiettivi. Il compito che Lenin e i suoi si assunsero non era di abbattere comunque il Governo Provvisorio, ma di portare la masse popolari a organizzarsi di più e a rendersi conto per loro esperienza che dovevano prendere il posto del Governo Provvisorio, abbatterlo in modo che ad esso subentrasse il governo delle masse popolari organizzate.

Il P.CARC non può stare nel Patto d’azione a causa delle posizioni sovraniste” ha detto una compagna del Centro Sociale Vittoria. Il P.CARC ha pubblicamente detto cosa significa lotta per la sovranità nazionale, non in astratto ma nel contesto attuale del nostro paese:

– lotta per impedire chiusure e delocalizzazione delle aziende italiane e la loro vendita ai gruppi multinazionali;

– lotta contro la UE e le sue istituzioni (debito pubblico, patti di stabilità, pareggio di bilancio in Costituzione, assegnazione di quote di produzione in campo agricolo e industriale, ecc.);

– lotta contro la NATO (basi e installazioni militari, partecipazione a missioni di guerra, partecipazione alle sanzioni economiche contro altri paesi, impunità dei soldati USA a fronte di reati comuni per cui non sono processati, ecc.);

– lotta contro il Vaticano (abolizione dei Patti Lateranensi e dei privilegi della Chiesa Cattolica rispetto alle altre organizzazioni e associazioni religiose)” (vedi – Dichiarazione Generale).

Al netto del fatto che la “caccia ai sovranisti” ricorda molto da vicino le manovre di intossicazione dell’opinione pubblica tipica della sinistra borghese (vedi il Manifesto) e della destra (vedi sindaco Sala e PD in genere) che la sostituiscono alla lotta contro borghesi, ricchi, padroni e speculatori, i compagni del Centro Sociale Vittoria farebbero una cosa utile a tutte le forze aderenti al Patto d’Azione se anziché lanciare anatemi contro le “posizioni sovraniste” del P.CARC spiegassero cosa intendono per sovranismo e perché ritengono che la lotta nei quattro campi indicati sopra sarebbe estranea alla lotta di classe per come concretamente si svolge oggi nel nostro paese, alla lotta per instaurare il socialismo.

Il P.CARC è interclassista perché sostiene le rivendicazioni dei commercianti e delle P.IVA” ha detto Roberto Luzzi del SI COBAS. Anche questo è singolare, perché – GIUSTAMENTE – il SI COBAS di Piacenza (vedi 12) ha organizzato una manifestazione con le P.IVA e pure il SI COBAS di Napoli si mostra tutt’altro che settario verso chi la mattina si alza per andare a lavorare anche se non ha un contratto di lavoro subordinato!

Tanto più che sempre nella Piattaforma citata sopra, e altrettanto giustamente, si dice che “fare un bilancio obbiettivo e lucido degli eventi di fine ottobre [manifestazioni di commercianti, lavoratori autonomi e altri] non significa certo negare a priori e per principio la possibilità (e in determinati frangenti anche la necessità) di saldare e allargare le lotte operaie e proletarie con le istanze provenienti da strati del ceto medio impoverito dalla crisi e/o in via di proletarizzazione, né tanto meno volersi trastullare in sterili quanto infantili richiami a una presunta “purezza” del movimento proletario”. Quindi la questione è se i comunisti devono o meno promuovere l’egemonia della classe operaia sulle altre classi proletarie e anche sulle classi non proletarie delle masse popolari (lavoratori autonomi, piccoli proprietari, persone che “sbarcano il lunario in qualche modo”).

Ai partecipanti della “assemblea” di Milano che si proclamano leninisti, ricordiamo quanto scriveva Lenin proprio a questo proposito: “Il capitalismo non sarebbe capitalismo se il proletariato ‘puro’ non fosse circondato da una folla straordinariamente variopinta di tipi intermedi tra il proletario e il semiproletario (colui che si procura di che vivere solo a metà mediante la vendita della propria forza-lavoro), tra il semiproletario e il piccolo contadino (e il piccolo artigiano, il piccolo padrone in generale), tra il piccolo contadino e il contadino medio, ecc.; e se, in seno al proletariato stesso, non vi fossero delle suddivisioni in strati più o meno sviluppati, delle suddivisioni per regione, per mestiere, talvolta per religioni, ecc. E da tutto ciò deriva la necessità, la necessità assoluta e incondizionata per l’avanguardia del proletariato, per la parte cosciente di esso, per il partito comunista, di destreggiarsi, di stringere accordi, compromessi con i diversi gruppi di proletari, con i diversi partiti di operai e di piccoli padroni. Tutto sta nel saper impiegare questa tattica allo scopo di elevare, e non di abbassare il livello generale della coscienza proletaria, dello spirito rivoluzionario del proletariato, della sua capacità di lottare e di vincere” (L’estremismo, malattia infantile del comunismo – 1920).

Per rimanere alla stretta cronaca dell’“assemblea”, bisogna infine segnalare anche l’assordante silenzio degli altri partecipanti di fronte a un processo sommario e dal sapore “retrò”, maccartista: il compagno del Fronte della Gioventù Comunista, in continuità con la timidezza di tale organizzazione nel prendere posizione nel Patto d’Azione, è rimasto in silenzio, come pure un compagno del PCL, probabilmente impensierito di non finire pure lui all’indice, data la sua militanza nella CGIL della Camusso e di Landini, a proposito di “alleanze scomode” e clima da caccia alle streghe!

Fino a qui, per sommi capi, la sintesi di un’assemblea territoriale organizzata come una trappola. Non sappiamo se pensata e condotta in autonomia dai “cervelli milanesi” del Patto d’Azione o se invece concordata con qualche fine stratega di rilievo nazionale in qualche anfratto dei gruppi mail e whatsapp (con tanti saluti alla “democrazia interna” del percorso!).

Una trappola contro il Patto d’Azione, non (solo) contro il P.CARC

Sta di fatto che il P.CARC ha aderito fin dall’inizio al Patto d’Azione e lo ha fatto più convintamente alla luce di quanto emerso e ratificato nelle assemblee nazionali. Abbiamo aderito e contribuito a questo progetto:

L’inclusività del Patto d’azione è una scelta convinta, così come l’adesione al Patto d’Azione deve essere fatta in maniera convinta. Chi sostiene il percorso si impegnerà e lavorerà attivamente alle iniziative di lotta come alla propaganda del percorso utilizzando i propri canali di comunicazione. (…)

La crisi capitalistica tende ad acuirsi e spingerà sul terreno della lotta una moltitudine di proletari; avremo ben altri compiti con cui fare i conti più che quello di formare l’ennesimo coordinamento sommatoria di gruppi che discute di petizioni di principio. Il percorso del Patto d’azione rappresenta in quest’ottica una “palestra” per verificare se siamo in grado, insieme, di essere all’altezza dello scontro in atto e di esercitare il ruolo politico ed organizzativo per un movimento che vada al di là dei nostri attuali confini numerici” (da Avanti con il Patto d’azione per la costruzione di un Fronte unico di classe anti-capitalistagiugno 18, 2020).

E ancora:

Dobbiamo fare il possibile per non farci trovare impreparati, per serrare le nostre fila, mettendo in primo piano ciò che ci unisce rispetto a ciò che ci divide: non un’astratta “unità per l’unità”, bensì un programma di lotta unificante, composto da parole d’ordine e rivendicazioni semplici e chiare (riassumibili nella mozione finale dell’assemblea del 14 aprile) che è a disposizione di tutti coloro che ne condividono lo spirito, i contenuti e gli obbiettivi” (da Per un Fronte Unico Anticapitalista. Avanti con il Patto di unità azione! 14 maggio 2020).

In sintesi, cacciare dalla porta il P.CARC significa cacciare dalla finestra anche le pretese di dare seguito pratico a ciò che il Patto d’Azione proclama di perseguire e quindi ne mina alle fondamenta il percorso.

Lo spirito e il contenuto della partecipazione del P.CARC al Patto d’Azione è iniziato e proseguito alla luce di quanto il Patto d’Azione ha dichiarato, partendo da ciò che unisce, ma alimentando sempre il dibattito politico e usando le iniziative comuni anche come terreno di confronto e di verifica delle linee e delle prospettive su cui tra le forze aderenti al Patto d’Azione ci sono divergenze.

Chiunque abbia partecipato alle assemblee nazionali può riscontrarlo direttamente, così come ogni lavoratore che ha partecipato alle assemblee “dei lavoratori combattivi” può facilmente riscontrare gli sforzi per rompere ogni “orticello”, tanto a livello nazionale che locale (vedi promozione dell’iniziativa del 24 ottobre a Firenze, dove il Patto d’Azione non opera).

Due questioni di metodo

Posto che il comportamento inquisitorio e scorretto di alcuni esponenti milanesi del Patto d’Azione è una dimostrazione di pochezza politica e difficoltà a dare efficace seguito organizzativo al percorso di cui pretendono di essere promotori e che non sarà in alcun modo causa di settarismo e chiusura da parte nostra, in particolar modo nei confronti dei delegati e degli iscritti del SI COBAS che dimostrano ogni giorno di essere concretamente una spinta per l’organizzazione e la mobilitazione della classe operaia, poniamo due questioni.

1. Abbiamo aderito con convinzione e spirito costruttivo e propositivo, benché critico, a un percorso che si basasse sull’unità d’azione, pratica, di promozione e sostegno alla mobilitazione della classe operaia e delle masse popolari. Se tale percorso è diventato un intergruppo dove non si discute di politica (anzi si rifiuta di discutere di politica per mantenere un’unità di facciata) e in cui si esclude qualcuno per i capricci più o meno ideologici di questo o quel capetto, il percorso non ci interessa. Sarebbe un percorso che non favorisce la classe operaia e la sua mobilitazione, ma la indebolisce. Sarebbe un percorso che pretende di rappresentare i lavoratori, ma si traduce nello scimmiottamento del teatrino della politica borghese, dove si parla tanto di aria fritta e poi a decidere sono un gruppetto di auto-proclamati capi.

2. Ai compagni del SI COBAS di Piacenza che hanno organizzato la manifestazione dei commercianti, a quelli di Napoli che hanno solidarizzato con le manifestazioni di ottobre, a quelli di Modena che hanno mobilitato i parlamentari del M5S per le interrogazioni parlamentari, ai compagni di Bologna e di Roma chiediamo va tutto bene così?

Conclusioni

Proprio per sviluppare il percorso del Patto d’Azione e rafforzare il ruolo che esso può svolgere nella lotta di classe del nostro paese è utile prendere posizione e chiamiamo i compagni, i lavoratori e gli attivisti a farlo su:

1. unità d’azione con tutti coloro che mettono al centro gli interessi della classe operaia e delle masse popolari, rifiuto e lotta contro chi promuove la contrapposizione fra classe operaia e il resto delle masse popolari (il nemico è la borghesia imperialista!);

2. discussione politica e anzi promozione della discussione politica contro l’unità di facciata e la “pace senza principi”. Il modo più efficace per alimentare coscientemente l’unità d’azione pratica è conoscere e comprendere le differenze di chi vuole unirsi e fare il bilancio delle esperienze;

3. contrastare la creazione e il consolidamento di “circoli chiusi” che decidono a latere e sulla testa delle assemblee, a volte in aperto contrasto con le decisioni e l’orientamento delle assemblee (come è il caso della riunione di Milano del 9 dicembre) e promozione della più ampia partecipazione decisionale della classe operaia;

4. mobilitazione per un reale sviluppo territoriale del coordinamento secondo le forme e i modi che consentano l’inclusione di soggetti collettivi e individui interessati a superare il settarismo e lo spirito di concorrenza e a mettere al centro la lotta di classe.

Gli editti, le esclusioni, le messe al bando, gli opportunismi li lasciamo volentieri alla classe dominante e alle sue organizzazioni gialle e corporative: siamo per l’unità degli sfruttati, non di chi pretende di rappresentarli.

L’unità di cui c’è bisogno si costruisce principalmente attraverso la pratica comune della lotta di classe, su ogni singolo fronte in cui essa si dispiega spontaneamente (cioè quella che scaturisce dagli attacchi che la borghesia imperialista porta alla classe operaia e alle masse popolari) e su ogni fronte che è possibile aprire ad opera della classe operaia e delle masse popolari organizzate.

L’aspetto decisivo non è “chiedere ai capitalisti, al governo e alle sue istituzioni quello che essi non vogliono concedere”, ma “promuovere l’organizzazione e la mobilitazione delle masse popolari per individuare e attuare loro stesse le misure che ritengono necessarie”. Perché le masse popolari – e in primis la classe operaia – non sono massa di manovra, sono la forza che fa la rivoluzione socialista e dobbiamo portarle a essere la nuova classe dirigente della società” – da “Sugli appelli alla costruzione di un fronte unico di classe” – Resistenza n. 6/2020

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