Il 6 novembre è entrato in vigore il DPCM che differenzia le misure restrittive sulla base dei dati regionali della pandemia: la Lombardia è zona rossa. Dal 6 novembre è quindi iniziato un lockdown “soft”, come viene definito per differenziarlo da quello di marzo e aprile. La differenza sta tutta in una “sfumatura”: a marzo e aprile tutte le attività erano sospese e per continuare la produzione le medie e grandi aziende dovevano ricorrere al “parere d’ufficio” della Prefettura (che lo accordava, motivo per cui oltre la metà delle aziende, ben al di là che producessero “beni essenziali”, è rimasta aperta e in funzione). Oggi tutte le aziende sono aperte (a unica eccezione dei bar e ristoranti) e al massimo vengono chiuse solo quelle in cui scoppiano focolai, motivo per cui le direzioni fanno di tutto per insabbiare casi di contagio fra i lavoratori (come nella Grande distribuzione Organizzata, ad esempio).

Lockdown soft” ha anche un altro significato pratico: le misure di sicurezza sanitaria vengono accollate alle responsabilità individuali della popolazione e sono scoppiati gli effetti della distruzione della medicina territoriale e della sanità basata sull’ospedalizzazione. In tutta Italia, ma in Lombardia in particolare, gli ospedali sono al collasso, il personale sanitario, sottoposto a turni massacranti senza alcuna precauzione efficace, conta un numero enorme di positivi (circa 4000). Situazioni già conosciute a marzo e aprile a Bergamo e Brescia, oggi si presentano a Milano, Varese, Como, Monza. Non solo la propaganda sulla “sanità eccellenza lombarda” si è frantumata contro la realtà, ma le responsabilità dirette della cricca di parassiti che governa la Regione si sono persino aggravate fra inchieste per speculazioni (Diasorin, camici), evidenti manifestazioni di incapacità (le dimenticanze negli ordini di caschi CPAP, l’imbroglio sui vaccini antinfluenzali), coperture e protezioni.

Durante la settimana in cui è entrato in vigore il lockdown “soft” si sono svolte molte mobilitazioni che, nel rispetto delle norme di sicurezza sanitaria (gli organismi di massa sono ben più responsabili delle autorità borghesi!), hanno mandato all’aria il tentativo di terrorizzare le masse popolari per impedire proteste, manifestazioni, rivendicazioni e organizzazione. Ognuna di esse è un esempio della strada da intraprendere e da rafforzare: non è chiudendosi in casa ad “aspettare e sperare che vengano tempi migliori” che si fa fronte alla pandemia e si costruisce l’alternativa alla classe dirigente che ha causato il disastro sanitario, economico e sociale in cui siamo immersi. In ognuna di queste mobilitazioni ha vissuto la lotta fra quanti hanno compreso la necessità di non cedere alla paura e alle disposizioni antipopolari delle autorità borghesi e quanti invece si sono lasciati condizionare cadendo nella pericolosa tendenza all’autocensura (o si sono sottomessi alle autorità borghesi). Noi del P.CARC abbiamo incanalato tutte le forze a sostenere i primi e a contrastare i secondi in ogni contesto e in ogni ambito che siamo riusciti a raggiungere.

Il 5 novembre si è svolto lo sciopero dei metalmeccanici per il rinnovo del CCNL con una buona adesione. Sebbene i motivi dello sciopero fossero fortemente legati alla vertenza di categoria, in tutte le fabbriche metalmeccaniche si sono combinati con la questione della sicurezza e del rispetto delle misure sanitarie. In alcune provincie in cui la FIOM ha annullato le mobilitazioni previste (come a Bergamo) si sono svolte piccole iniziative fuori da alcune aziende. Il P.CARC ha partecipato ai picchetti alla Whirlpool di Varese (dove lo sciopero era di 8 ore in solidarietà con gli operai della Whirlpool di Napoli in lotta contro la chiusura dello stabilimento), al volantinaggio (con l’Assemblea dei Lavoratori e Delegati Combattivi e il Comitato futuro IVECO) ai cancelli dell’Alfa Acciai di Brescia e al presidio sotto Assolombarda di Milano che la FIOM ha comunque mantenuto, ma senza mobilitare i lavoratori alla partecipazione.

Sulla parola d’ordine del rinnovo del Contratto si è mossa in tutta la regione la parte della classe operaia tradizionalmente più organizzata, in essa serpeggia il malcontento per la gestione della pandemia e la preoccupazione che con la scusa dell’aggravamento della crisi economica i padroni inizino su vasta scala a licenziare, a chiudere e delocalizzare (anche se formalmente i licenziamenti sono bloccati, in molte aziende la direzione favorisce le dimissioni immediate con l’avvertenza che chi non le sottoscrive oggi, nel marzo 2021 sarà licenziato). I metalmeccanici sono la categoria che più di ogni altra ha la possibilità di imprimere una svolta positiva alla mobilitazione più generale delle masse popolari, per questo continueremo a intervenire per sviluppare e rafforzare il suo ruolo nella mobilitazione più generale indipendentemente dalle posizioni dei sindacati, ma puntando sul protagonismo diretto degli operai.

Il 4 novembre si è svolto un presidio in Piazza della Scala per rivendicare misure urgenti in favore del reddito, del diritto alla salute e all’istruzione. Benchè la mobilitazione non fosse minacciata dalle disposizioni del DPCM (che è entrato in vigore due giorni dopo), la riuscita del presidio è stato un importante stimolo e un esempio del “non chiudersi in casa”, oltre ad essere stato un’occasione di confronto fra organismi popolari e movimenti. Siamo intervenuti con la proposta di organizzare nei quartieri popolari tende della salute, che con il sostegno di medici e personale sanitario ricostituiscano dal basso quella sanità territoriale che è stata devastata dai governi locali e nazionale, causando l’abbandono e l’isolamento di decine di migliaia di persone seguite e curate dalle Brigate Volontarie per l’Emergenza.

Il 7 novembre è stata la giornata che ha messo in maggiore evidenza la lotta fra le due linee nel campo delle masse popolari. Da tempo era stata convocata una manifestazione (“Cordone sanitario attorno alla Regione”) con cui i promotori della campagna Dico 32 e Medicina Democratica chiamavano gli organismi popolari che si occupano della difesa della sanità pubblica in piazza, sotto il Palazzo della Regione, per la cacciata della giunta e il commissariamento della sanità lombarda. Il giorno prima, il 6 novembre, i promotori hanno annullato la manifestazione per “senso di responsabilità” dati i numeri dell’epidemia che, in particolare quel giorno, iniziavano ad aumentare vertiginosamente. Il messaggio con cui Vittorio Agnoletto ha dato annuncio dell’annullamento della manifestazione (a favore di una “maratona su internet”) è perfetta sintesi della contraddittoria tendenza a denunciare la pessima gestione della pandemia, criminale, da parte di Fontana e della Giunta Regionale, rimanendo sul terreno del lamento via internet. Va considerato che la Questura NON ha mai vietato la manifestazione e ne è dimostrazione il fatto che nel pomeriggio dello stesso giorno i lavoratori dello spettacolo hanno svolto un presidio autorizzato e partecipato (con l’adozione delle misure sanitarie appropriate), pertanto l’annullamento del “cordone sanitario” della Regione è stato un atto di autocensura del tutto ingiustificato che, indipendentemente dalla consapevolezza di chi lo ha annullato, ha alimentato il senso di impotenza e la rassegnazione delle masse popolari.

Bene hanno fatto, dunque, i lavoratori dello spettacolo: non solo hanno confermato il presidio, ma si sono premurati di fornire un fac-simile di autocertificazione utile per partecipare alla mobilitazione e hanno anzi rivendicato il diritto alla mobilità per svolgere “attività essenziali” come manifestare e mobilitarsi per i diritti e gli interessi delle masse popolari.

Per la cronaca, anche se i promotori del “cordone sanitario” hanno revocato la manifestazione, un nutrito gruppo di persone si è recato ugualmente al presidio sotto la Regione: non solo militanti di PaP e PRC, ma anche attivisti dei comitati per la salute pubblica in aperto disaccordo con la scelta di annullare il presidio.

Noi del P.CARC abbiamo partecipato sia al presidio del mattino che a quello del pomeriggio indetto dai lavoratori dello spettacolo.

Nella stessa settimana:

Le settimane che abbiamo di fronte saranno caratterizzate dall’aggravamento degli effetti della pandemia in campo sanitario, economico e sociale e, probabilmente, da restrizioni più rigide per scoraggiare e impedire la mobilitazione degli organismi operai e popolari. Se vogliamo trarre un insegnamento dalla prima ondata della pandemia, esso è che le principali artefici della salute pubblica sono state le masse popolari organizzate e non le autorità costituite che, invece, si sono rivelate essere parte del problema.

Pertanto oggi l’unica strada positiva da percorrere per fare fronte all’emergenza che continua, quella sanitaria, e che si aggrava, quella economica e sociale, è favorire in ogni modo l’organizzazione e la mobilitazione dei lavoratori e delle masse popolari.

Segnaliamo inoltre il presidio permanente dei lavoratori dello spettacolo al Piccolo Teatro Grassi in via Rovello, 2 a Milano

 

Per una giunta regionale di emergenza popolare.

Fontana assassino”. Nel maggio scorso abbiamo rivendicato una scritta su un muro a cui i media di regime e i politicanti borghesi di ogni colore hanno dato più risalto e peso che agli oltre 15mila morti causati dalla Giunta regionale della Lombardia. Quella scritta è stata cancellata, ma la realtà non può esserlo.

Da alcuni giorni si vocifera che anche ai “piani alti” si siano convinti che sia arrivato il momento di cambiare qualcosa nella squadra di governo della Regione e sembra che Giulio Gallera, il guitto che nel pieno della strage della scorsa primavera si è pure candidato a sindaco di Milano in diretta televisiva, sia la pedina sacrificabile per tenere in piedi il baraccone di Fontana, della Lega, di Forza Italia, dei papaveri della sanità privata che spadroneggiano in Lombardia. Sui giornali circolava l’indiscrezione che a sostituire Gallera (o a capo della sua messa sotto tutela) possa essere chiamato Carlo Lucchina, una “vecchia conoscenza” per tutti coloro che hanno seguito lo spolpamento della sanità pubblica in Lombardia, un maggiordomo di Formigoni, scampato come tanti altri dalle inchieste giudiziarie e che oggi si ripresenta come “capace manager”.

Lucchina o un altro becchino della sanità pubblica a sostituire (o affiancare) Gallera non farà altro che proseguire con la criminale gestione dell’emergenza sanitaria, perché al centro hanno la salvaguardia degli interessi e dei profitti dei poteri forti. La Giunta Regionale della Lombardia deve essere cacciata in blocco, in particolare la sanità deve essere messa sotto tutela delle organizzazioni popolari che da decenni sono attive nella difesa della sanità pubblica.

Ogni provvedimento che non recide i legami diretti fra la gestione della sanità e i comitati di affari è una dichiarazione di guerra contro le masse popolari: più di 20mila persone sono già state ammazzate, quante altre devono morire in nome del profitto dei gruppi come i San Donato o l’Humanitas?

Gli organismi dei lavoratori degli ospedali, le reti dei medici di base e di medicina generale, quelli che hanno disobbedito alle ordinanze regionali andando a casa a curare i malati, le brigate volontarie per l’emergenza, i comitati in difesa della sanità pubblica e associazioni come Emergency, Medicina Democratica, il Tavolo della Sanità di Bergamo, gli organismi dei lavoratori ATM e Trenord, gli insegnanti e i collettivi degli studenti che hanno promosso le lezioni sotto la Regione Lombardia… hanno tutti un problema comune e insieme rappresentano la soluzione. Devono organizzarsi per costituire una commissione popolare per la sanità, rivendicare le misure necessarie a fare fronte alla situazione e iniziare ad attuare da subito quelle che possono già attuare con i mezzi che hanno a disposizione.

Al diavolo che sia legale, al diavolo che sia permesso, al diavolo che sia difficile. E’ necessario, è possibile, è legittimo!

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