L’esperienza della medicina del lavoro con i Consigli di Fabbrica della Magona e della ex-Lucchini

Pubblichiamo uno stralcio dell’intervista a Rita Formichi e Francesco Pappalardo, medici del lavoro che hanno collaborato con i Consigli di Fabbrica (CdF) della Magona e della ex Lucchini (Piombino-LI).

La versione integrale è pubblicata su www.carc.it.

Il testo che segue è di stringente attualità in relazione: 1. al contesto odierno in cui le aziende capitaliste sono i principali focolai dell’infezione da Covid-19 in virtù del fatto che governo e autorità non solo non hanno mai cessato la produzione, ma non hanno neppure mai disposto seri controlli sulle condizioni di lavoro e sul rispetto delle misure sanitarie; 2. al ruolo di nuove autorità che le organizzazioni operaie possono e devono assumere. “Il potere operaio fa la fabbrica”, dice a conclusione dell’intervista Francesco Pappalardo, un concetto che vale sicuramente per la salute sui luoghi di lavoro ma che possiamo benissimo estendere al governo del paese.

 

 

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Siete entrati in fabbrica per fare ispezioni in virtù dell’art. 9 dello Statuto dei Lavoratori che tutela la salute e l’integrità fisica. La lotta per la salute era centrale per i CdF e ha portato alla nascita di diversi organismi operai e popolari. Immagino che a quei tempi anche i medici del lavoro avessero delle difficoltà a entrare in fabbrica per svolgere accertamenti…

Rita: Hai detto “Siete andati in fabbrica con poteri ispettivi” … ma in realtà, come ti spiegherà Francesco, quando noi siamo entrati in fabbrica per le verifiche connesse all’art. 9, i poteri ispettivi non ce li avevamo e quindi non li abbiamo usati. Ci siamo avvalsi di altri poteri. Questo particolare è molto importante.

 

Francesco: Il nostro primo ingresso in fabbrica per le verifiche legate all’articolo 9 fu alla Magona di Piombino il 22 maggio 1978. Anche esso è da inquadrare nel processo politico che a livello nazionale aveva portato all’istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. In Emilia Romagna c’era stata l’esperienza dei Consorzi socio-sanitari, introdotti dalle amministrazioni guidate dal PCI, che in qualche modo anticipa quelle che poi saranno le Unità Sanitarie Locali.

I consorzi intervenivano non solo sulla cura della malattia, ma anche sulla prevenzione, sull’assistenza domiciliare, la sanità territoriale, gli ospedali e così via. È in questo ambito, in cui si discuteva già di partecipazione diretta dell’utenza ai servizi, che nacquero in Emilia i primi servizi territoriali di prevenzione nei luoghi di lavoro che hanno preceduto la riforma del 1978. Questi servizi non avevano alcun potere ispettivo rispetto alle aziende, per cui si poteva entrare di fatto solo nelle fabbriche dove esisteva un sindacato capace di imporre i controlli. Lo strumento normativo che i sindacati utilizzavano per portare tecnici di loro fiducia all’interno della fabbrica erano l’art. 9 dello Statuto dei Lavoratori e la legge 300 del 1970.

L’art. 9 prevedeva che i lavoratori, attraverso le loro rappresentanze, potevano promuovere indagini sulla nocività in fabbrica affidandole a tecnici di loro fiducia. Noi entravamo quindi solo dove i Consigli di Fabbrica ci chiamavano.

Se erano i CdF a richiedere il nostro intervento, le aziende non potevano opporsi, anche se poi spesso e volentieri trovavano mille modi per boicottarci.

(…) Dove il Consiglio di Fabbrica era forte riuscivamo ad avere una certa agibilità e la cosa estremamente positiva era che l’intervento di noi tecnici si svolgeva in strettissimo rapporto con i lavoratori. Alla Magona abbiamo tenuto 138 assemblee di gruppo omogeneo per esposizione al rischio (per gruppo omogeneo si intende un insieme ampio di lavoratori esposti allo stesso tipo di infortuni correlati ai rischi fisici, chimici, di organizzazione del lavoro – N.d.R.) e svolgevamo incontri con ogni singolo gruppo. Alla Magona c’erano 1.400 operai e una ventina di reparti, per cui abbiamo lavorato con una quarantina di gruppi omogenei.

(…) Il nostro intervento, che si è protratto per 4 anni, dal 1978 al 1982 circa, ha prodotto dei miglioramenti effettivi.

Una volta finito il lavoro, si torna successivamente per verificare cos’è cambiato, se le misure adottate sono risultate idonee, se i danni alla salute che avevi riscontrato persistono, migliorano o peggiorano. Di fatto, l’intervento non finisce mai da questo punto di vista. E lo strumento che rendeva possibile tutto ciò era appunto il famoso art. 9 che oggi nessuno ricorda più. In teoria esso esiste ancora dal momento che non è mai stato cassato. Ma è subentrata tutta la normativa successiva, il Decreto 81 (il Testo unico in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro, emanato nel 2008 dal governo Prodi – N.d.R.), ecc., “oggi ci sono le rappresentanze, ci sono gli RLS”.

Io ho chiesto a diverse persone, che da un punto di vista strettamente legale ne capiscono più di me, come stanno effettivamente le cose, mi piacerebbe davvero capire, se dal punto di vista tecnico-legale, l’articolo 9 dello Statuto dei Lavoratori è ancora valido oppure no perché questo fa un’enorme differenza.

Quando oggi intervieni in un luogo di lavoro con i poteri ispettivi conferiti dalle norme attuali, trovi infatti già una valutazione del rischio che l’azienda commissiona a tecnici di sua fiducia (il DUVRI – Documento Unico di Valutazione dei Rischi da Interferenze – N.d.R.) e su quella ti devi basare. Se poi vuoi, puoi sempre fare i tuoi sopralluoghi ma non hai più lo strumento che ti consente di stare a tavolino ore e ore con i lavoratori per analizzare tutte le situazioni a rischio. Non hai più lo strumento che ti permette di fare una valutazione del rischio autonoma, una valutazione fatta assieme ai lavoratori e da tecnici di loro fiducia. Questo è sostanzialmente il problema. E la cosa cambia radicalmente. Tant’è che con l’istituzione dei poteri ispettivi noi, nel 1982, siamo diventati ufficiali di polizia giudiziaria.

(…) Nel 1982, con l’istituzione dei poteri ispettivi, il nostro ruolo mutò rapidamente perché a quel punto eravamo ufficiali di polizia giudiziaria, con il potere di entrare sì dove volevamo, ma con tutti i vincoli previsti dal nostro nuovo inquadramento. Paradossalmente ci siamo trovati con le mani legate, in un momento in cui, dopo il ’78, anche i CdF perdevano la loro forza propulsiva. Nei primi anni ’80 attraversavamo già una fase di declino. Non avevamo più rapporti stretti con i gruppi operai, non analizzavamo più assieme a loro il rischio. Eravamo costretti a prendere per buona, fino a prova contraria, la valutazione del rischio che l’azienda aveva commissionato ad altri e dovevi fare i sopralluoghi, girare nei reparti e capire cosa succedeva, da solo. Noi cercavamo comunque, durante le ispezioni, di instaurare un dialogo con i lavoratori, ma la cosa era diventata complicata. All’inizio qualcuno parlava perché ci conosceva, poi piano piano si arrivò alla situazione in cui nessuno ti diceva più niente per paura (i lavoratori si guardavano attorno, tutt’al più ti sussurravano qualcosa all’orecchio).

Questo comportava che quando tu dovevi rendere pubblica un’informazione che un lavoratore ti aveva confidato dovevi cercare altri riscontri perché non potevi dire “me lo ha detto tizio o caio”. Prima era diverso, facevi una riunione con il gruppo omogeneo e potevi dire quello che dalla riunione era venuto fuori. Avevamo quindi più poteri, ma solo in apparenza e per giunta in un contesto in cui i rapporti di forza erano notevolmente cambiati a discapito dei lavoratori.

Persino la nostra prassi rischiò, un po’ per volta, di essere assorbita dalla logica propria del vecchio Ispettorato del Lavoro che noi stessi vedevamo come fumo negli occhi, come qualcosa da abolire e superare.

Il nostro intervento andava sempre più verso la burocratizzazione ma soprattutto veniva ormai meno l’analisi collettiva dei rischi. (…)

 

Avete subito forme di repressione da parte della direzione del Consorzio o dai padroni delle acciaierie? Se sì, come si è comportato il CdF?

Rita: Alla Magona andava bene. Io in quel periodo ero a convenzione. Ad un certo punto la mattina, mi trovavo in laboratorio, mi telefona il Consorzio e mi dice “vai a casa perché non siamo riusciti a rinnovarti la convenzione”.

Io chiamo allora il CdF. Mi risponde Lucchesi della CISL e gli riferisco quanto successo. Lui: “Come? Chi si è permesso di fare una cosa del genere? Aspetta un attimo, ora telefono e vediamo, ma ti dico già da ora che se non riesco a risolvere la situazione, domani noi facciamo sciopero in massa”. Circa un’ora più tardi mi chiama una responsabile della USL e mi dice: “guarda, la cosa si è risolta”. In neppure un’ora, Lucchesi aveva rimesso tutto a posto. (…)

 

A conclusione…

Francesco: Io ho visto molto chiaramente la mutazione dei rapporti di forza in tutta questa storia. Perché entrando in fabbrica quasi tutti i giorni il cambiamento lo percepisci, lo vivi. Se il lavoratore non ha più neppure la forza di protestare quando qualcosa non va, tutto cambia di conseguenza. È legato a questo anche il cambiamento del potere ispettivo che è divenuto rapidamente sempre più un esercizio burocratico. Tutto si sposta su un altro terreno, sul terreno delle procedure legali e amministrative con tutte le farraginosità del caso. Terreno su cui le aziende, soprattutto quelle grandi, sono sempre più forti di te. Perché tu ti ritrovi completamente solo, perché l’USL non ti sostiene. E queste aziende hanno fior fior di studi legali. Insomma, sanno come metterti i bastoni tra le ruote. Il succo del discorso è che il potere operaio fa la fabbrica.

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