The Lancet è una importante e prestigiosa rivista scientifica inglese, che si occupa di medicina, di fama internazionale. Viene pubblicata dal 1823, e periodicamente pubblica edizioni speciali appunto come The Lancet – Infectious Diseases che si occupa principalmente di malattie infettive.

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Mentre la pandemia di coronavirus imperversa nel nostro e negli altri paesi imperialisti, la Cina è riuscita ad abbattere la curva dei contagi e ha così evitato la seconda ondata. Ma come ha fatto?

Un articolo pubblicato su The Lancet – Infectious Diseases intitolato China’s successful control of Covid-19illustra le ragioni per cui la Cina è riuscita a tenere sotto controllo la pandemia nonostante fosse stata l’epicentro del virus e il Paese inizialmente con più malati e morti. Questo è stato possibile soprattutto grazie a:

  • un sistema centralizzato di risposta alle epidemie

  • restrizioni molto severe (durante il lockdown solo un membro della famiglia era autorizzato a uscire di casa per comprare beni di prima necessità, per esempio)

  • un efficace sistema nazionale di contact tracing (tracciamento dei contagi)

  • la capacità di aumentare la produzione di mascherine e camici clinici

  • l’accettazione dell’uso obbligatorio della mascherina da parte della popolazione senza polemiche o esitazioni

  • un controllo della trasmissione locale che ha lasciato poi il posto alla prevenzione della diffusione del virus dai casi importati.

La maggior parte degli adulti cinesi ha vissuto la SARS e ciò ha fatto sì che la società fosse molta attenta e consapevole di ciò che può causare un’epidemia di coronavirus. “Altri Paesi non hanno ricordi così freschi di una pandemia”, dice Xi Chen della Yale School of Public Health.

Un’altra differenza con l’Europa è che solo il 3% della popolazione anziana cinese vive in case di riposo, luoghi ad alto rischio. “La rapidità di risposta della Cina è stata cruciale”, aggiunge il dott. Gregory Poland, direttore del Vaccine Research Group della Mayo Clinic di Rochester, USA.

In Cina hai una combinazione tra una popolazione che prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutici, con un governo che può imporre forti limitazioni alla libertà individuale, che non sarebbe considerato accettabile nella maggior parte dei Paesi occidentali”, riporta l’articolo. “L’impegno per il bene superiore è radicato nella loro cultura; non c’è l’iperindividualismo che caratterizza gli Stati Uniti e che ha guidato gran parte della resistenza alle contromisure contro il coronavirus”, continua il dott. Poland. A fine agosto Wuhan ha ospitato un mega evento musicale in piscina, con migliaia di persone. L’evento è stato preso di mira dai media stranieri, ma il Global Times – media di proprietà statale – ha detto che l’evento “era un promemoria per i Paesi alle prese con il virus per ricordare che le misure preventive rigorose hanno una ricompensa”.

quello che The Lancet non dice…

Fin qui The Lancet. Ma cosa significa “sistema centralizzato di risposta alle epidemie”? Da dove viene “l’impegno per il bene superiore”? O il fatto che “la popolazione prende sul serio le infezioni respiratorie ed è disposta ad adottare interventi non farmaceutici”? A questo risponde il (n)PCI, nel n. 65 della sua rivista La Voce, all’interno dell’articolo “Sulla gestione della pandemia nella Repubblica Popolare Cinese:

– gran parte della struttura produttiva gestita dalle autorità pubbliche secondo un piano mirato agli interessi della popolazione,

servizio sanitario e ricerca scientifica sono ancora pubblici, finalizzati alla tutela della salute della popolazione e lungi dal trattare come merci le prestazioni sanitarie,

– unità di indirizzo che lega le autorità statali e le masse popolari,

– sistema capillare di organizzazioni che raccoglie una larga parte della popolazione e fa capo al partito comunista,

un sistema di mobilitazione e partecipazione della popolazione alle attività pubbliche, politiche e culturali del paese.

In sintesi: la Cina è riuscita ad abbattere i contagi e ad evitare la seconda ondata perché mantiene una parte importante delle conquiste dei primi paesi socialisti.

È questo che ha fatto e fa la differenza tra la gestione dell’epidemia in Italia e negli altri paesi imperialisti così come in quelli ad essi assoggettati e la gestione dell’epidemia in Cina, a Cuba, nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, nella Repubblica Socialista del Vietnam e nei paesi che in qualche modo si ispirano al loro esempio come il Venezuela (clicca qui per avere una mappatura dei casi a livello internazionale).

Le priorità in base a cui sono state pianificate e applicate misure e azioni sono state: la cura e prevenzione del contagio e la produzione e distribuzione dei beni e servizi necessari alle masse popolari. In base a queste priorità il PCC ha quindi diretto la sanità, la produzione e l’intera società secondo un piano organico che mettesse ogni settore in coordinamento ai fini degli obiettivi e che mobilitasse le organizzazioni di massa ad attuarlo in ogni parte del territorio (tramite i comitati di partito presenti nella maggior parte delle aziende, strutture sanitarie e quartieri).

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Alcune delle misure particolari adottate dalle autorità della RPC
► Tutti i test per il Covid-19 sono stati, fin dal primo giorno, completamente accessibili e gratuiti.
► Sono stati rapidamente costruiti nuovi ospedali e altri adattati impiegando lavoratori in turni di 24h su 24.
► Strutture e stabili su tutto il territorio nazionale sono stati riconvertiti per il trattamento dei malati di Covid-19.
► Tutte le prestazioni ospedaliere non urgenti sono state posticipate e il 50% delle visite sono state fatte online per via telematica.
► I trasporti pubblici e quelli privati “da” e “per” le zone rosse sono stati quasi totalmente soppressi.
► Tutte le persone che reputavano di avere il virus potevano recarsi in uno dei tanti ospedali dedicati sul territorio nazionale al trattamento delle malattie da virus.
► Interi reparti ospedalieri sono stati isolati completamente per il contenimento del contagio del virus.
► Sul territorio nazionale è stato dispiegato un sistema che mira a tracciare ogni singolo caso di Covid-19.
► Sono state impiegate tecnologie di tracciamento sociale già utilizzate nel 2002 con la SARS.
► Nonostante il confinamento nel proprio domicilio, è stato relativamente facile ricevere cibo e beni di consumo.
► Molti cittadini hanno cambiato lavoro durante la pandemia.

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– Nel campo della sanità questo si è tradotto: nella costruzione di nuovi ospedali e impiego di ospedali da campo e nella  requisizione di strutture private e hotel; nell’organizzazione e invio nella provincia dell’Hubei di oltre 330 squadre di medici per un totale di oltre 41.600 tra medici e infermieri; infine nella mobilitazione e coordinamento di ricerca e produzione ai fini dell’individuazione tempestiva e della mappatura del virus, dello sviluppo e perfezionamento rapido dei kit diagnostici e nell’impiego di farmaci antivirali, fino alla ricerca del vaccino che le autorità dichiarano sarà messo in comune con il resto del mondo. Tutto questo ha permesso da un lato la strutturazione di percorsi sanitari differenziati tra contagiati di diversa gravità che ha prodotto cure specialistiche per tutto il percorso di malattia e soprattutto un percorso di prevenzione per contagiati con sintomi lievi o assenti (nella sola provincia dell’Hubei sono stati più di 3mila gli ultraottantenni curati e 7 gli ultracentenari); dall’altro ha conseguito l’obiettivo di azzerare i contagi all’interno delle strutture sanitarie proteggendo con DPI adeguati e sufficienti il personale sanitario e addirittura con sperimentazioni di intelligenza artificiale in loro sostituzione per limitare le occasioni di contagio.

– In campo economico si è tradotto da un lato nella conversione di aziende e nel loro coordinamento e collaborazione ai fini della gestione dell’emergenza, dall’altro in una gestione della chiusura delle aziende non essenziali fondata sui bisogni effettivi di consumo (e non sugli interessi delle singole aziende). Allo stesso modo è stata gestita centralmente la riapertura (senza il balletto di autocertificazioni e codici ATECO!). A tutt’oggi le aziende devono chiudere per almeno 14 giorni anche con un solo caso Covid. Nelle aziende per l’attuazione delle misure di sicurezza, per l’igienizzazione e la maggior tutela del personale addetto alla sanificazione, sono stati mobilitati i capi reparto, i capi turno e ogni lavoratore.

– Per garantire le necessità delle masse popolari, è stata pianificata l’allocazione delle risorse di tutto il paese alla gestione dell’emergenza, in particolare verso la provincia dell’Hubei (dove sono arrivate 62.000 tonnellate di materiali). Sono state prese misure atte ad assicurare la produzione, le scorte e la stabilità dei prezzi; è stato istituito un meccanismo di coordinamento per assicurare la fornitura di tali prodotti, che ha coinvolto nove province e 500 imprese e squadre di trasporto. In aiuto alle famiglie isolate in casa, ai gruppi a rischio di povertà e agli anziani, gli organismi di base del Partito si sono mossi in prima linea mobilitando le organizzazioni di massa (dai sindacati, alla Gioventù Comunista, alla Federazione delle Donne) e le comunità di quartiere come unità di base per fornire a ogni nucleo familiare un servizio di approvvigionamento. Le masse popolari, dalle comunità di quartiere, alle fabbriche e fino alle scuole sono state quindi mobilitate a prendere parte all’organizzazione e all’attuazione delle misure necessarie.


… e la conclusione da tirare

Il vettore del Covid-19 è il capitalismo! L’esempio della Cina, di Cuba, della Repubblica Popolare Democratica di Corea, della Repubblica Socialista del Vietnam e del Venezuela conferma che per farla finita con il capitalismo bisogna instaurare il socialismo.

Socialismo vuol semplicemente dire

1. il governo del paese in mano alla parte rivoluzionaria degli operai e delle masse popolari organizzate, con alla testa il partito comunista;

2. proprietà e gestione pubblica delle aziende riorganizzate secondo un piano nazionale in funzione delle esigenze della popolazione, della tutela dell’ambiente e dei rapporti con gli altri paesi;

3. accesso della massa della popolazione alla cultura e sua partecipazione crescente alla gestione dello Stato, delle aziende e di ogni altra attività sociale: questa è la democrazia proletaria.

Cosa occorre per instaurare il socialismo?

1. Il partito comunista: un partito comunista che è fin dall’inizio grande e forte? No, ci vuole un partito con una linea giusta e strutturato per attuarla a ogni costo. L’esperienza del PCI insegna che un partito comunista seppur piccolo ma con una linea giusta (la Resistenza contro il nazifascismo) ha cambiato il paese, mentre diventato grande ma con una linea sbagliata (la “via parlamentare al socialismo”) si è disgregato e poi estinto.

2. Organizzazioni operaie e popolari nelle aziende capitaliste, negli ospedali, scuole e altre istituzioni pubbliche, in ogni caseggiato, quartiere e città: sono i nuovi soviet che instaureranno il futuro Stato socialista nel nostro paese, lo faranno funzionare e lo difenderanno.

3. Un piano che indica le tappe della guerra per farla finita con i capitalisti: costituire un governo popolare di emergenza contro le Larghe Intese, la UE e la NATO e da lì avanzare fino a instaurare il socialismo.

4. Scienza e organizzazione, coraggio, amore e onore. La scienza della lotta di classe, che il movimento comunista è venuto elaborando dalla sua nascita; l’organizzazione che unisce i singoli proletari scontenti della situazione a formare un esercito al servizio della propria classe; il coraggio di lottare contro i padroni per amore dei nostri familiari, della nostra classe, del nostro paese; l’onore di portare a termine l’opera iniziata dai nostri Partigiani.

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China’s successful control of COVID-19

08, October. 2020

While the world is struggling to control COVID-19, China has managed to control the pandemic rapidly and effectively. How was that possible? Talha Burki reports.

On Sept 22, 2020, US President Donald Trump gave a combative address to the UN General Assembly referring to severe acute respiratory syndrome coronavirus 2 (SARS-CoV-2) as the “China virus”. He demanded that China was held accountable for “unleash[ing] this plague onto the world”. Chinese President Xi Jinping, who addressed the General Assembly after Trump, urged nations affected by COVID-19 to “follow the guidance of science…and launch a joint international response to beat this pandemic”. He added that “any attempt of politicising the issue or stigmatisation must be rejected”. 9 days later, Trump tested positive for SARS-CoV-2.

According to a July survey by the Pew Research Center, two-thirds of Americans believe that China has done a bad job dealing with the COVID-19 pandemic. It is clearly not an opinion shared by WHO. In a press conference in September, Mike Ryan, executive director of the WHO Health Emergencies Programme, offered “deepest congratulations…to the front-line health workers in China and the population who worked together tirelessly to bring the disease to this very low level”.

As of Oct 4, 2020, China had confirmed 90 604 cases of COVID-19 and 4739 deaths, while the USA had registered 7 382 194 cases and 209 382 deaths. The UK has a population 20 times smaller than China, yet it has seen five times as many cases of COVID-19 and almost ten times as many deaths. All of which raises the question: how has China managed to wrest control of its pandemic?

Despite being the first place to be hit by COVID-19, China was well-placed to tackle the disease. It has a centralised epidemic response system. Most Chinese adults remember SARS-CoV and the high mortality rate that was associated with it. “The society was very alert as to what can happen in a coronavirus outbreak”, said Xi Chen (Yale School of Public Health, New Haven, Connecticut, USA). “Other countries do not have such fresh memories of a pandemic”. Ageing parents tend to live with their children, or alone but nearby. Only 3% of China’s elderly population live in care homes, whereas in several western countries, such facilities have been major sources of infection.

The speed of China’s response was the crucial factor”, explains Gregory Poland, director of the Vaccine Research Group at the Mayo Clinic (Rochester, Minnesota, USA). “They moved very quickly to stop transmission. Other countries, even though they had much longer to prepare for the arrival of the virus, delayed their response and that meant they lost control”. The first reported cases of the disease that came to be known as COVID-19 occurred in Wuhan, Hubei province, in late December 2019. China released the genomic sequence of the virus on Jan 10, 2020, and began enacting a raft of rigorous countermeasures later in the same month.

Wuhan was placed under a strict lockdown that lasted 76 days. Public transport was suspended. Soon afterwards, similar measures were implemented in every city in Hubei province. Across the country, 14 000 health checkpoints were established at public transport hubs. School re-openings after the winter vacation were delayed and population movements were severely curtailed. Dozens of cities implemented family outdoor restrictions, which typically meant that only one member of each household was permitted to leave the home every couple of days to collect necessary supplies. Within weeks, China had managed to test 9 million people for SARS-CoV-2 in Wuhan. It set up an effective national system of contact tracing. By contrast, the UK’s capacity for contact tracing was overwhelmed soon after the pandemic struck the country.

As the world’s largest manufacturer of personal protective equipment, it was relatively straightforward for China to ramp up production of clinical gowns and surgical masks. Moreover, the Chinese readily adopted mask wearing. “Compliance was very high”, said Chen. “Compare that with the USA, where even in June and July, when the virus was surging, people were still refusing to wear masks. Even in late September, President Trump still treated Joe Biden’s mask-wearing as a weakness to be ridiculed”.

Drones equipped with echoing loudspeakers rebuked Chinese citizens who were not following the rules. The state-run Xinhua news agency has released footage taken from the drones. “Yes Auntie, this drone is talking to you”, one device proclaimed to a surprised woman in Inner Mongolia. “You shouldn’t walk around without wearing a mask. You’d better go home and don’t forget to wash your hands”. In the UK, 150 000 people were permitted to attend a horse racing meet in mid-March, 10 days before the country went into lockdown. In August, 460 000 Americans congregated in Sturgis, South Dakota, for a motorcycle rally.

On Febr 5, 2020, Wuhan opened three so-called Fangcang hospitals. Another 13 would appear over the next few weeks. The hospitals were established within public venues such as stadiums and exhibition centres and were used to isolate patients with mild-to-moderate symptoms of COVID-19. Patients who started to show symptoms of severe disease were quickly transferred to conventional hospitals. The network of Fangcang hospitals, which held 13 000 beds, meant that patients with COVID-19 did not have to isolate at home, which reduced the risk of family members becoming infected. By Mar 10, 2020, the Fangcang hospitals were no longer needed. From around the same time, the focus of China’s countermeasures shifted from controlling local transmission to preventing the virus from taking hold as a result of imported cases. Those who entered the country were tested and quarantined.

A modelling study co-authored by Chen calculated that the public health actions undertaken by China between Jan 29 and Feb 29 may have prevented 1·4 million infections and 56 000 deaths. Still, it does not necessarily follow that China’s response to the pandemic is generalisable. “As each country has its own health system and epidemic curve, measures implemented in one country may not be easily replicated by another”, points out Imperial College London’s Han Fu. “Other factors such as coordination between government sectors and civil compliance with regulations may also affect the effectiveness of the response”. Much also depends on each nation’s conception of civil liberties.

In China, you have a combination of a population that takes respiratory infections seriously and is willing to adopt non-pharmaceutical interventions, with a government that can put bigger constraints on individual freedoms than would be considered acceptable in most Western countries”, adds Poland. “Commitment to the greater good is engrained in the culture; there is not the hyper-individualism that characterises parts of the USA, and has driven most of the resistance to the countermeasures against the coronavirus.” Poland noted that the Chinese accept the notion that disease control is a matter of science. “China does not have the kind of raucous anti-vaccine, anti-science movement that is trying to derail the fight against COVID-19 in the USA”, he said.

In August, Wuhan hosted an enormous pool party. There were objections from some foreign media outlets. The state-owned Global Times was unapologetic. It suggested that the event stood as “a reminder to countries grappling with the virus that strict preventive measures have a payback”. The newspaper quoted a local resident who back in April had feared he might be bankrupted by the pandemic. “There weren’t even many local people, not to mention tourists. But now my business is blooming with the city having fully recovered”, he said.

 

 

 

 

 

 

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