Dal libro di Prospero Gallinari, “Un contadino nella metropoli”1

La storia delle Reggiane, dei suoi operai e delle loro lotte, costituiva la traccia rossa di tutto il secondo dopoguerra di Reggio. Una continuazione – sia pure in altra forma – dell’esperienza della Resistenza… Del resto, il filo della continuità affondava già ai tempi della prima guerra mondiale. Occupate nel ’20 dagli operai al grido di “Ag vol Lenin!” (ci vuole Lenin), con l’obiettivo di creare un Soviet interno alla fabbrica, le Reggiane erano riesplose subito dopo il luglio del ’43, dichiarando la lotta contro la guerra e la fame, e pagando per questo il prezzo di nove operai caduti, tra cui una donna incinta. Operai uccisi con raffiche di mitraglia, durante lo svolgimento di un corteo organizzato contro il fascismo al grido di “Basta con la guerra!”

La storia dei caduti delle Officine Meccaniche Italiane di Reggio Emilia, per tutti le Officine Reggiane, viene qui narrata da due protagonisti del movimento comunista reggiano, seppur appartenenti a due periodi storici diversi. Nel luglio del ‘43, dopo l’arresto di Mussolini avvenuto il 25, la classe operaia procede nell’intraprendere una lotta consapevole per la pace e per il socialismo: la fine della guerra, infatti, è per loro, esattamente, la fine della guerra imperialista, in continuità con la volontà di costituire il soviet (il consiglio) all’interno della fabbrica, scaturito dall’esperienza della Prima Guerra Mondiale (1914 – 1918) sulla quale si era innestata, sotto la guida di Lenin e dei bolscevichi che fecero di quei soviet i centri del nuovo potere dei lavoratori, la Rivoluzione d’Ottobre (7 novembre 1917). Così, il 28 luglio le operaie e gli operai delle Reggiane sospendono il lavoro e così racconta papà Cervi nel suo libro , “I miei sette figli”2:

“Alle Reggiane io avevo un nipote, operaio, e il 25 luglio ci fu contentezza grande. Si fecero comizi improvvisati, manifestazioni, brindisi e allegria. Si andò alla cerca di tutti i ritratti di Mussolini, dei fasci, delle scritte e lì a spaccare e a spicconare. Ma gli operai volevano uscire. Gli operai, più di altri sonnacchioni, avevano capito che il 25 luglio non bastava e che la guerra doveva finire con la cacciata dei tedeschi. Se il governo di Badoglio non s’appoggiava al popolo, finiva come il fascismo, e i tedeschi avrebbero governato loro. Usciamo in piazza – gridavano gli operai – manifestiamo per la pace. I cancelli della fabbrica erano chiusi, davanti c’erano i soldati in stato di guerra. Evviva, evviva, evviva – gridava un operaio che era salito sulla torre di un palo telegrafico sventolando un ritratto del Re. Evviva la pace – rispondevano gli operai e altri – evviva il Re! Arriva una colonna dalle fonderie: Pace, vogliamo la pace! Il piazzale grande della fabbrica era pieno e azzurro di operai in tuta, con cartelli e bandiere tricolori e rosse. Andiamo in piazza a gridare la pace – urla un operaio. Gli rispondono le bandiere e gli operai che vanno verso il cancello, premono sulle sbarre, guardano i soldati e l’ufficiale nervoso che prega: – Non uscite, non uscite! Fratelli, soldati – grida un operaio – ubbidite al vostro Re! Abbasso la guerra fascista! Viva l’Italia democratica, viva la pace! E un altro, alzando il tricolore: Soldati, unitevi al popolo per cacciare i tedeschi! Viva l’Italia libera! Gli operai gridavano e sporgevano le braccia fra i cancelli, i soldati cercavano di star fermi a piedarm, ma si muovevano nervosi e l’ufficiale urlava: – non uscite, carogne, o vi sparo in faccia. Gli operai fanno una fiumana e vogliono che si rimangi la parola, ma quelli delle prime file tengono ancora l’urto e vogliono convincere i soldati. Non sparate sugli operai, vostri fratelli! Siete anche voi figli di mamma, non sparate! Unitevi a noi per la pace, non ce l’abbiamo con voi. Voltate i fucili contro i tedeschi, aiutateci a liberare l’Italia. Un’operaia viene avanti a gomitate fra le prime file e grida. Soldati, soldati, fatelo per le vostre madri, per le vostre spose, basta con la guerra! I soldati sentono la commozione e guardano l’ufficiale, si parlano fra loro, non stanno più in riga, e allora gli operai aprono i cancelli, e corrono verso di loro. Fermi – urla l’ufficiale tirando fuori la pistola. – Se fate un altro passo spariamo! Gli operai si fermano di blocco davanti al plotone. C’è silenzio. All’ufficiale trema la pistola in mano. I soldati come tirassero su chili di piombo imbracciano i fucili per il puntat’arm, ma tremano anche loro, aspettano che crolli il maledetto ufficiale. Gli operai allora riprendono a camminare piano, aspettano il momento giusto per spiccare il salto e abbracciare i soldati, impedendogli di sparare. All’ufficiale nemmeno ci badano, lui è uno solo, ha una pistola sola, e poi è troppo carogna. Io sparo – fa l’ufficiale nevrastenico – io sparo, noi spariamo, attenti! I soldati chi aveva il fucile verso il cielo, chi lo teneva a bracciarm. E gli operai, come una barriera, continuano ad avanzare piano, in silenzio. Arretrate di tre passi! – urla l’ufficiale ai soldati, e gli operai si fanno più spinti in avanti, è già un successo. Fuoco! – un rumore che spacca l’aria, fumo e rosso, gli operai si buttano a terra, scappano dietro gli alberi, mio nipote rimane acquattato con i compagni suoi, fermi come lui sul selciato, e guarda senza alzare la testa i corpi vicini. Quello che gli volta le spalle e sta sul fianco, ha sulla tempia un buco di sangue. Un altro amico suo, un operaio giovane, sta col viso verso il cielo e chiama fievole: mamma. Una donna addossata a un albero, vestita di nero, perdeva sangue dalla pancia e piangeva come una bambina. Altre due donne in portineria urlavano con le mani sulla faccia. Mio nipote alza un po’ il capo, e vede altri corpi sanguinanti, il sangue scivola a terra, vien giù delle chiazze e fa tanti rivoli. Gli altri operai dietro gli alberi gridano: – Vigliacchi, assassini – e tirano sassi sul plotone, mentre l’ufficiale si china sui corpi per vedere. Erano nove i morti, nove operai che volevano la pace. Era il 28 luglio 1943, la gente ancora festeggiava, ma quei morti fecero capire che gli italiani avrebbero dovuto conquistare la pace col sangue. Il crollo del fascismo non era ancora la fine di quei prepotenti e ladri che avevano voluto la guerra.”

Il sangue versato quel giorno ci mostra, oltre alla brutalità del potere della borghesia che, in particolar modo nel Nord Italia dopo il 25 luglio ‘43 e fino alla- Liberazione, provò a esercitare ancora la sua dittatura terroristica nonostante la caduta (allora solo formale) del fascismo, l’abnegazione e il sacrificio degli operai, che non arretrano dinanzi ai soldati in armi, consci dell’essere questi (la truppa), al par loro, figli del popolo, e fanno leva sulla comune appartenenza di classe. Questo, però, non sarà sufficiente. I lavoratori delle Reggiane, che sono in parte significativa contadini inurbati, come del resto fu Prospero Gallinari3, non hanno altra scelta in quel momento che avanzare verso il nemico, a mani nude; non temono le armi, come non hanno mai temuto la fatica. Questo eccidio dimostra che la guerra non è finita, e che a mani nude non si combatte, e si dovranno imbracciare le armi! Il dolore per quelle morti potrà esser riscattato, indimenticato, solo dalla guerra di liberazione, la Resistenza, in cui il Partito Comunista giocherà, conquistandosi fiducia e autorevolezza nel fuoco della lotta, il ruolo principale di guida, di direzione e di organizzazione dei lavoratori e del resto delle masse popolari.

Oggi le Officine Reggiane, in via Agosti, non ci sono più, smantellate a tappe nei decenni, come conseguenza della seconda crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale4, cioè relativa a tutti i settori dell’economia e che opprime il mondo con mille effetti devastanti (economici, politici, ambientali) man mano che avanza. La sorte delle Officine Reggiane è comune al resto della grande industria, a Reggio Emilia e nel resto d’Italia, se si lasciano la fabbrica e il paese in mano ai padroni, cosa che significa, oggi come allora, soltanto guerra e distruzione. Ma tutto può andare meglio di prima: tocca agli operai, organizzandosi, difendere e prendersi la fabbrica, come avvenne con i Consigli di Fabbrica nel Biennio Rosso (1919-1920), nel 1943 e negli anni ‘70!

E per far questo, occorre un Partito Comunista fucina del piano di guerra necessario per combattere e vincere e all’altezza del suo compito: guidare la classe operaia, per sua natura la più avanzata, e il resto delle masse popolari nella costruzione della rivoluzione per fare dell’Italia un nuovo paese socialista!

Contribuire all’opera del Partito dei CARC e della Carovana del (nuovo) PCI è ambito per realizzare questo futuro!

Operai delle Reggiane, non siete caduti invano! Il vostro ricordo sarà imperituro e ci guiderà nella costruzione del socialismo!

1Ed. Bombiani, 2006;

2Ed. Einaudi Tascabili, 2014;

3Membro e combattente delle Brigate Rosse. Reggio Emilia, 1.1.1951 – Reggio Emilia 14.1.2013

4Esistenza di una quantità di capitale talmente grande che i capitalisti non riescono più a valorizzarla interamente, non riuscendo più a fare la stessa quantità di profitto rispetto al passato.

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