Dal 4 maggio è iniziata la cosiddetta “Fase 2” della gestione dell’emergenza sanitaria dovuta al covid – 19. Confindustria spinge per riaprire immediatamente le aziende (che per la verità, al di là della propaganda sul lockdown, non sono mai state bloccate nella misura necessaria a tutelare la salute  delle masse popolari) in nome della “difesa dell’economia” (che per i capitalisti dei singoli paesi vuol dire difesa dei propri profitti, a discapito dei concorrenti e in barba alla salute dei lavoratori) mentre per le masse popolari continuano le misure di quarantena (seppur in forma ridotta) e la repressione.

L’emergenza sanitaria sta diventando in forma progressivamente accelerata emergenza economica, politica e sociale e sconvolge l’intero assetto sociale. Le classi, sballottate dagli eventi, non possono e non vogliono più vivere come prima e alimentano continuamente la situazione rivoluzionaria. Da un lato la borghesia è costretta a sospendere di fatto alcuni dei principali diritti costituzionali e a operare forzature proprie di uno stato di guerra, dall’altro le masse popolari sempre più consapevoli di non poter ottenere nulla da un governo ostaggio dei gruppi imperialisti italiani e internazionali, si organizzano per far fronte all’emergenza sanitaria ed economica: dalle Brigate di Solidarietà ai comitati in difesa della salute, fino ai gruppi di operai e di lavoratori in lotta per imporre il rispetto delle misure di sicurezza sui luoghi di lavoro e la sospensione delle produzioni non essenziali.  

A fronte di questa situazione in continuo movimento e fermento, tre sono le posizioni prevalenti tra i comunisti. Il (nuovo)PCI le descrive.

  1. Predicare cosa la classe dominante con le sue autorità dovrebbe fare e denunciare che non lo fa, noncuranti che la borghesia fa quello che il suo sistema di rapporti sociali implica e consente di fare, fermo restando che ogni capitalista deve valorizzare il suo capitale: chi non lo fa è estromesso da chi lo fa. È la linea riformista, utile alla borghesia per frenare la raccolta e la formazione delle forze rivoluzionarie.
  2. Aspettare che la crisi passi per poi riprendere come prima, stare a vedere come saranno le cose che ne risulteranno e intanto denunciare che le cose vanno molto male: come se non fossero gli uomini che fanno la storia o comunque noi comunisti fossimo esclusi da quelli che la fanno. È la linea attendista.
  3. Riconoscere che instaurare il socialismo è l’unico modo per porre fine alla crisi in corso. È la nostra linea. Ma i fautori di questa linea si dividono in due correnti: 1. quelli che sono convinti che la rivoluzione socialista scoppierà (non hanno cioè tratto lezione dalla prima ondata della rivoluzione proletaria) e 2. quelli che con iniziativa e creatività promuovono la guerra popolare rivoluzionaria (GPR).[1]

La terza è la posizione del (nuovo) PCI, del Partito dei CARC e quindi la nostra. Le altre due sono le posizioni riformista e attendista, posizioni antiche che già in passato hanno condotto la lotta della classe operaia e delle altre classi delle masse popolari alla rovina.

Riformismo e attendismo caratterizzarono il Partito Socialista Italiano nel periodo a cavallo tra la Prima Guerra Mondiale e l’avanzata del fascismo, che Gramsci descrisse nel documento “Per un rinnovamento del Partito Socialista”, pubblicato su “L’Ordine Nuovo” dell’8 maggio del 1920.Anche allora come oggi il sistema capitalista era nel pieno di una crisi generale ed era sempre più al bivio tra mobilitazione rivoluzionaria e mobilitazione reazionaria. Fu il movimento comunista a determinare il salto di qualità con la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e l’ondata di mobilitazioni che essa determinò anche in Italia (il Biennio Rosso 1919 – ’21), culminata con l’occupazione delle fabbriche e l’istituzione dei Consigli (di cui Gramsci e il gruppo de “L’Ordine Nuovo” furono i principali animatori). Gramsci descrive così il contesto:

La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario per il passaggio a nuovi modi di produzione e di distribuzione che permettano una ripresa della produzione; o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (Partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese.

Il Partito Socialista, costruito essenzialmente per alimentare le lotte rivendicative e la partecipazione alla lotta politica borghese, era totalmente inadeguato a promuovere la mobilitazione rivoluzionaria e Gramsci ne auspicava un rinnovamento che tuttavia allora non avvenne:

Le forze operaie e contadine mancano di coordinamento e di concentrazione rivoluzionaria perché gli organismi direttivi del Partito socialista hanno rivelato di non comprendere assolutamente nulla della fase di sviluppo che la storia nazionale e internazionale attraversa nell’attuale periodo e di non comprendere nulla della missione che incombe agli organismi di lotta del proletariato rivoluzionario. Il Partito socialista assiste da spettatore allo svolgersi degli eventi, non ha mai una opinione sua da esprimere che sia connessa alle tesi rivoluzionarie del marxismo e della Internazionale comunista, non lancia parole d’ordine che possano essere raccolte dalle masse, dare un indirizzo generale, unificare e concentrare l’azione rivoluzionaria. Il Partito socialista, come organizzazione politica della parte d’avanguardia della classe operaia, dovrebbe sviluppare un’azione d’insieme atta a porre tutta la classe operaia in grado di vincere la rivoluzione e di vincere in modo duraturo. Il Partito socialista, essendo costituito da quella parte della classe proletaria che non si è lasciata avvilire e prostrare dall’oppressione fisica e spirituale del sistema capitalista, ma è riuscita a salvare la propria autonomia e lo spirito d’iniziativa cosciente e disciplinata, dovrebbe incarnare la vigile coscienza rivoluzionaria di tutta la classe sfruttata. Il suo compito è quello di accentrare in sé l’attenzione di tutta la massa, di ottenere che le sue direttive diventino le direttive di tutta la massa, di conquistare la fiducia permanente di tutta la massa in modo da diventarne la guida e la testa pensante. (…) Il Partito socialista è rimasto, anche dopo il Congresso di Bologna [il 16° congresso tenutosi nel 1919 in cui prevalse la linea massimalista portata avanti da Giacinto Menotti Serrati, N. d. R.]  un partito puramente parlamentare, che si mantiene immobile entro i limiti angusti della democrazia borghese, che si preoccupa solo delle superficiali affermazioni politiche della casta governativa (…).[2]

Conseguenze del mancato rinnovamento del PSI furono la sconfitta del Biennio Rosso e l’avanzata del fascismo. L’Internazionale Comunista impose, nel 1921, la scissione che diede vita al Partito Comunista d’Italia. Gramsci, che prese la direzione del Partito solo due anni dopo la scissione su indicazione diretta dell’Internazionale, dedicò tutte le sue energie a trasformarlo nell’organizzazione finalmente in grado di promuovere la rivoluzione socialista nel nostro paese, ma il suo tentativo fu bloccato dal suo arresto e non fu più ripreso, spianando la strada al revisionismo di Togliatti, Longo e Berlinguer, che gradualmente condusse il movimento comunista al disfacimento. La carovana del (n)PCI, di cui il P. CARC è parte, è nata subito come risposta alla reazione iniziata negli anni ’70 quando la borghesia imperialista prese la direzione del corso delle cose a livello mondiale, con i Reagan, le Thatcher, in alleanza con il clero dei Woytila e durata quattro decenni. Nel corso di questi decenni la carovana del nuovo PCI ha compreso i motivi della sconfitta e ha elaborato numerosi insegnamenti di cui due sono i principali.

  1. La rivoluzione non scoppia, ma va organizzata e promossa attraverso la costruzione del potere della classe operaia e delle masse popolari alternativo al potere della borghesia imperialista.
  2. La condizione necessaria per costruire la rivoluzione socialista è un partito comunista basato sull’assimilazione della concezione comunista del mondo e di conseguenza in grado di essere non solo la più generosa e radicale organizzazione di lotta, ma soprattutto la guida sicura della classe operaia e delle masse popolari per la conquista del potere.

Ha quindi stabilito come fare l’opera e chi la fa, ha intrapreso a farla e si apre alla cooperazione di tutti coloro che aspirano a cambiare il mondo. Oggi l’opera consiste nella costituzione di un governo di emergenza incentrato sul protagonismo e l’organizzazione delle masse popolari. Questo governo crea condizioni dignitose e protegge anziani e immuno – depressi e li assiste fornendo loro ogni bene e servizio fino al termine dell’epidemia, fa produrre ogni dispositivo sanitario e strumento necessari, predispone le strutture sanitarie atte allo scopo e ne costruisce nuove, appresta le abitazioni per i soggetti colpiti dall’epidemia utilizzando gli immobili disponibili pubblici o privati, sostiene l’apparato produttivo che produce quanto indispensabile alla vita quotidiana della popolazione con particolare attenzione alla produzione e distribuzione di alimenti, sanifica laddove è necessario e chiude le attività inutili o nocive, provvede alla continuità e all’elevazione del sistema educativo e alla cura e assistenza dei piccoli, degli anziani, dei disabili e di tutti coloro che ne necessitano.

 

I quattro decenni che abbiamo alle spalle sono l’epoca della reazione più nera. Quest’epoca oggi termina. Il terreno torna favorevole per l’estensione rigogliosa del potere del proletariato, passo dopo passo, fino alla vittoria. Noi comunisti italiani non abbiamo, è vero, una forza esterna come l’Unione Sovietica che sostenne e alimentò il vecchio PCI nella prima metà del secolo scorso durante i vent’anni di dittatura fascista e in particolare nel 1943, quando il partito che pure era molto debole sul piano organizzativo si mise alla testa della Resistenza. Abbiamo però il (nuovo)Partito comunista italiano, una forza che è stata capace di darsi quella chiarezza intellettuale e quella fiducia morale che il primo PCI non colse nonostante i vertici raggiunti da Antonio Gramsci, e ciò fu ragione della sconfitta dei suoi dirigenti migliori quali Pietro Secchia, Teresa Noce, Concetto Marchesi e delle centinaia di migliaia di militanti che al partito e alla causa dedicarono le migliori energie e spesso la vita. Nessuno può togliere questa chiarezza e questa fiducia che il nuovo PCI ha raggiunto e che tutte le forze al suo fianco assumono, elaborano e sperimentano. Avanziamo quindi con riconoscenza e affetto per chi ci ha preceduto e con saldezza d’animo, serenità e orgoglio per l’opera che dobbiamo, possiamo e vogliamo portare a compimento.

A chi ancora in buona fede esita e dubita, e considera quello che diciamo qui e quello che dicono il Partito dei CARC e il (nuovo)PCI troppo categorico, troppo “ottimista” e quant’altro, chiediamo se piuttosto non siamo in ritardo rispetto all’esigenza di rinnovamento del Partito che Gramsci pose cento anni fa e se non siamo in ritardo rispetto alle attese dei comunisti russi come Lenin e Stalin, che avviarono la rivoluzione socialista nel loro paese convinti che sarebbe stata solo la vigilia della “nostra” rivoluzione, della rivoluzione socialista in paesi come il nostro. Cento anni sono tanti per decidersi a fare qualcosa e soprattutto qualcosa che è necessario. D’altro lato la cosa che abbiamo intrapreso a fare è grande e va a occupare un posto in una storia che si misura non in secoli, ma in millenni. Non siamo così in ritardo, quindi. Il partito finalmente è rinnovato.

 

Commissione Gramsci del Partito dei CARC

NOTE

[1] Comunicato CC 16/2020 del (n)PCI  http://www.nuovopci.it/voce/comunicati/com2020/com16-20/Com.CC_16_2020_Per_cambiare_il_corso_delle_cose.html.

 

[2] In http://www.nuovopci.it/classic/gramsci/perinps.htm.

 

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