A seguito dell’articolo [Torino] Fare come Donato Laviola di Askatasuna: violare in massa le misure restrittive! sono arrivate alla redazione della nostra Agenzia Stampa una serie di riscontri, critiche, osservazioni. In particolare il compagno Lino ci ha scritto: «ciao alla redazione dell’Agenzia Stampa. Ho letto la lettera di Laviola e ho alcune perplessità rispetto al messaggio che in definitiva viene trasmesso. Capisco che l’obiettivo doveva essere il concetto della violazione ma messa in questo modo, dopo averlo letto, mi lascia dubbioso. Il suo violare le leggi è di gran lunga messo in secondo piano rispetto al quadro che propone sia di sé stesso che della magistratura (e quindi dello stato). Il concetto del “legittimo anche se illegale” è tutto incentrato sulle sue relazioni con il nonno e la sua famiglia e passa un concetto “pietistico” di sé stesso e del “nemico di classe” verso il quale afferma di avere rispetto e pietà. Credo sarebbe stato più proficuo fare una premessa alla sua lettera affermando che l’aspetto principale della pubblicazione è l’insegnamento di Nicoletta Dosio che va propagandato ma con una concezione di “attaco” non di resa così come scrive Laviola e che il contenuto della sua lettera mette spesso in evidenza».

Innanzitutto ringraziamo Lino, per il suo commento, perché ci aiuta ad approfondire il dibattito rispetto al contenuto dei nostri articoli. Quello che il compagno afferma rispetto alla concezione che emerge dalla lettera del compagno Donato Laviola è giusto: il messaggio inviato al giudice mostra a tratti “disperazione”, genera confusione tra i ruoli dello stato (e gli interessi che difende) rispetto a chi è colpito dalla repressione, non alimenta una visione corretta del nemico che lui stesso ha di fronte. Al tempo stesso però le ragioni che ci hanno spinto a pubblicare la sua lettera, sono i seguenti elementi estremamente positivi che superano di gran lunga gli aspetti di concezione che Lino ci indica:

  1. Il compagno gioca d’attacco (e non in difesa) nonostante le parole rivolte al giudice: annunciare di violare le misure restrittive prima ancora che violarle mette in difficoltà la contro parte. Al pari di Nicoletta Dosio quando annunciò di violare le misure restrittive e fece un tour per tutta Italia: la magistratura ha dovuto fare carte false per togliersi dall’imbarazzo di una cosa che non poteva gestire, perchè arrestare Nicoletta Dosio voleva dire scatenare la reazione di tutti coloro che prendono la compagna come punto di riferimento. Lo stesso vale con Donato Laviola: colpirlo vuol dire provocare una reazione in tutti coloro che gli hanno mostrato solidarietà;
  2. Donato Laviola ci mette un pezzo in più anche: non dice “è una mia scelta che faccio per me”, ma dice “Non sono Nelson Mandela e questo mio gesto non cambierà certamente il corso della storia, ma se potrò stimolare anche una sola persona a trarne esempio, a rifiutare le ingiustizie e anche quando già condannati continuare a lottare mettendo in ballo l’ultima boccata di libertà rimasta, mi sentirò ugualmente appagato, vada come vada per me. Rifiutare di arrendersi, anche quando già duramente colpiti, è ciò che segna il passo tra rialzarsi e dichiararsi sconfitti”. Crediamo che la sua volontà di porsi come esempio per altri rispetto alla violazione delle misure restrittive (in maniera individuale sicuramente), a reagire alla repressione e, appunto, non dichiararsi sconfitti sia di gran lunga più importante delle motivazioni che lo hanno spinto a farlo. Lotta concretamente contro la rassegnazione e la sfiducia in cui la classe dominante cerca di indurre le masse popolari anche attraverso la repressione.

I motivi che stanno dietro le scelte di ogni individuo nel fare quello che fa sono molteplici: la crisi alimenta tra le masse sentimenti contraddittori e in questo caso, come in tanti altri, spinge le persone a lottare. Per i propri cari, per se stessi, per i lavoratori, i disoccupati, per la salute, per l’ambiente. La concezione di chi si mobilita è anch’essa contraddittoria ma Donato Laviola, nella sua pratica, fa una cosa giusta: annuncia e decide di violare le misure restrittive che è di gran lunga una pratica più avanzata rispetto al “piangersi addosso” di fronte alla repressione e rinchiudersi nelle aule del tribunale sperando nella clemenza del boia. Si, Donato chiede al giudice di trattarlo con più clemenza, ma lo fa attaccando e affermando che se il giudice non è d’accordo e non gli da i permessi, lui violerà comunque le misure restrittive. Cosa accadrebbe se i Donato si moltiplicassero, e diventassero 10, 20, 50? Come gestirebbero la cosa i tribunali, le magistrature e tutto l’apparato repressivo? Sarebbe una situazione ingovernabile!

A questo punto tocca chiedersi: cosa possiamo fare noi comunisti? Cosa devono fare tutti quelli che vedono in Donato Laviola un esempio giusto, di riscossa contro le ingiustizie?

Lo scriviamo nell’articolo “Violare in massa i Decreti Sicurezza. E’ legittimo anche se illegale” di Resistenza n.2/2020: Quanto più aumenta la repressione tanto più è difficile per la classe dominante mantenere il controllo della situazione poiché il numero di chi vi si ribella aumenta e interi settori sociali sono sempre più coinvolti in questo meccanismo.
La repressione contro gli operai del SI COBAS, contro il Movimento NO TAV, contro i pastori sardi, contro il movimento di lotta per la casa, contro gli attivisti e i militanti politici rendono possibile – e non solo necessario – un ampio coordinamento per violare le condanne e le leggi antipopolari, per rovesciare la repressione contro chi la promuove e farla diventare un problema politico più grande di quello che le autorità e le istituzioni borghesi vogliono affrontare “alla loro maniera”. Il passo da compiere è moltiplicare le occasioni di confronto collettivo su come valorizzare le iniziative che già vanno in questo senso (vedi l’esempio di Nicoletta Dosio e della nostra compagna Rosalba Romano) affinché esse fungano da apripista di un movimento più ampio per rompere la catena della repressione. Non è semplice violare i fogli di via e le restrizioni, rifiutare il pagamento delle multe e dei decreti penali di condanna, rendere l’esecuzione di una condanna o di una misura cautelare una questione collettiva e politica anziché individuale. Non tutti possono o se la sentono di scendere sul terreno della disobbedienza aperta e dispiegata, ci sono molte cose da considerare per ognuno. Però ogni passo in questo senso rafforza la lotta comune.

Nel concreto, dobbiamo sostenere l’iniziativa intrapresa da Donato Laviola. Dobbiamo promuoverne il sostegno. Come fu con Nicoletta Dosio, il compagno va accompagnato nella violazione di queste misure perchè non è un atto personale, ma politico e come tale trova riscontro nelle centinaia solidali con lui. Dobbiamo propagandare il suo esempio, renderlo strumento per fomentare la ribellione e il sentimento di riscossa tra le masse popolari. Che vengano organizzati picchetti, cortei in solidarietà ai colpiti, che Donato venga invitato alle inizative per portare la sua esperienza!

Sosteniamo tutte le iniziative di ribellione, le violazioni delle misure restrittive da parte di chi è colpito dalla repressione!

Facciamo carta straccia dei Decreti Minniti e Salvini!

Per l’Agenzia Stampa del P.CARC, Emanuele

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