Man mano che avanza la crisi generale, aumenta la resistenza dei lavoratori e delle masse popolari e conseguentemente aumenta la repressione.
A fronte di spazi di agibilità che si riducono sempre di più (vedi manifestazioni e cortei che possono tenersi solo in certe zone delle città, solo in certi giorni, ecc.), aumenta il ricorso a un’articolata legislazione che punta a mettere fuorilegge le forme di resistenza o attraverso tutta una serie di dispositivi restrittivi delle libertà personali (fogli di via, obblighi di firma e obblighi di dimora, ritiro della patente di guida per “mancanza dei requisiti morali”, ecc), oppure attraverso multe e decreti penali di condanna che colpiscono economicamente non solo i diretti interessati, ma anche le loro famiglie.
Tra queste misure ci sono i Decreti Salvini sulla sicurezza che hanno introdotto i reati di picchetto e blocco stradale, due forme di lotta classiche del movimento operaio, che vengono non a caso puniti con multe fino a 4 mila euro che vanno ad aggiungersi al Decreto Minniti con il suo DASPO urbano, ai fogli di via. E’ in atto una gigantesca e dispiegata operazione repressiva contro le masse popolari che non si rassegnano al peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro. E’ necessaria una mobilitazione ampia e capillare che la neutralizzi. È sempre più impellente e necessario che i lavoratori e masse popolari che si mobilitano per la tutela dei propri diritti violino queste misure restrittive. Ne dà l’esempio Donato Lavio di Askatasuna di cui riportiamo la lettera.

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HO DECISO DI VIOLARE LE MIE MISURE CAUTELARI

Ciao. Questo testo è indirizzato in primis ai miei amici, ai miei compagni, alle mie compagne, a chi crede in me.
Chi mi conosce sa che nella vita ho sempre lottato, nei cortei, nei picchetti contro gli sfratti, al fianco dei più deboli, così come nella vita quotidiana.
Spesso ho anche pagato i miei ideali, come adesso, essendo attualmente sottoposto all’obbligo di firma quotidiana dopo 5 mesi di domiciliari.
Il più delle volte ho fatto tutto questo per difendere gente che conoscevo appena. Se sentivo un’ingiustizia il mio cuore sapeva cosa fare.
Adesso però sento il bisogno di lottare per chi mi è più vicino, per i miei legami, per i miei affetti, per chi amo.

É PER QUESTO CHE HO DECISO DI VIOLARE LE MISURE ALLE QUALI SONO SOTTOPOSTO.
Nelle scorse ore ho recapitato alla mia giudice una lettera aperta attraverso la quale spiego le motivazioni che mi spingono a far questo. Voglio farlo alla luce del sole, consapevole dei rischi che corro, ma senza niente da nascondere perchè cosciente di fare la cosa giusta. Non ho paura di farlo e questo, credo, sia ciò che conferisca vero valore a tutto ciò.

A fine mese per qualche giorno sceglierò di non firmare per scendere dalla mia famiglia, dopo la morte della mia nonna, avendo avuto come risposta dalla giudice per 2 volte un diniego al trasferimento delle firme.

Potrà sembrare un gesto stupido. Non sono Nelson Mandela e questo mio gesto non cambierà certamente il corso della storia, ma se potrò stimolare anche una sola persona a trarne esempio, a rifiutare le ingiustizie e anche quando già condannati continuare a lottare mettendo in ballo l’ultima boccata di libertà rimasta, mi sentirò ugualmente appagato, vada come vada per me.

Rifiutare di arrendersi, anche quando già duramente colpiti, è ciò che segna il passo tra rialzarsi e dichiararsi sconfitti.

Per chi volesse capire meglio e leggere la lettera indirizzata alla mia giudice eccola qui sotto:

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LETTERA APERTA ALLA MIA GIUDICE, Dott.sa Francesca Firrao

Buongiorno, mi chiamo Donato Laviola, imputato nel processo sulle proteste contro il G7 di Venaria.
Mi piacerebbe condurre questo testo con un tono meno formale del solito al quale siamo abituati fatto di quella burocratica comunicazione-procedurale delle istanze e processi. Il mio è un tentativo di rompere gli schemi, le distanze, i riti: io voglio dialogare con lei, lontano da tutta questa fredda burocrazia, immaginando d’essere difronte a lei, a mente serena, con cuore sincero.

Lei è donna di legge e di tribunale, io un ragazzo che spesso si trova seduto al suo banco da imputato. Viviamo due vite estremamente differenti e la nostra idea di costruzione di giustizia sociale probabilmente non sarà da meno. Viviamo un’epoca assai particolare in cui quelli che fino a 10 anni fa erano rigurgiti fascisti, razzisti, xenofobi, oggi diventano sistema e spesso prendono il potere. In cui altrettanto spesso chi fomenta tutto ciò viene fatto passare come “salvatore della patria” e chi lotta per un mondo senza ingiustizia un parassita: la confusione fa da sovrana, il bene che diventa male, il male che diventa bene.
Per questo credo sia giunto il momento in cui, a maggior ragione, bisogna ricostruire la capacità di parlarsi e capire dove risieda realmente il male nella nostra società. Chi ogni giorno si batte per estirpare le ingiustizie, per quanto attraverso metodi che non condividiamo, non può essere paragonato al male stesso. Lei lo fa attraverso la legge, forte del suo credo democratico, io attraverso manifestazioni e resistenze materiali a difesa di chi spesso dalla legge non viene ascoltato. Per un attimo saltare le nostre reciproche trincee costituite da richieste, protocolli e misure punitive, e incontrarsi, conoscersi, mettersi a nudo, perché quel che si può conoscere di una persona dai soli dati “di targa” credo sia veramente insufficiente, ma soltanto sedendole accanto e guardandosi negli occhi si può attingere alle profondità che si muovono dentro.
Non so cosa ne penseranno i miei compagni di collettivo e altri imputati di tutto questo, ma questo è uno scritto estremamente personale, non l’ho concordato con nessuno ma ho chiesto loro soltanto fiducia.

Il motivo che mi spinge a scriverle è quel suo diniego di 2 settimane fa attraverso il quale mi ha proibito di scendere a Bari dalla mia famiglia a seguito della morte di mia nonna. Questo non sarà un piagnisteo, ma anzi un tentativo di capire. Inutile dirle quanto fossi legato a lei e che la mia richiesta non fosse mero svolgimento di burocrazia causa decesso, ma qualcosa di estremamente più elementare, umano: avere la possibilità di vedere i miei genitori e parenti, stringerli in un abbraccio, baciare la fronte dell’ultima mia nonna rimasta, avere la possibilità di versare una lacrima nel cimitero di Amendolara (Calabria) nel luogo dove è stata seppellita la mia nonna che non c’è più dedicandole un’ultima laica preghiera.

Non cerco conforto. Mia nonna non stava bene da tempo e diceva sempre che non ne poteva più di vivere così: sentire del suo passaggio dall’altra parte, avvenuto nel sonno, mentre dormiva, in pace, mia ha sollevato il cuore. Ne sono stato, in un certo senso, felice. Perché se amiamo qualcuno a volte bisogna lasciarlo andare.
Il mio unico rimpianto è non essere riuscito a vederla un’ultima volta. Poco più di un mese fa avevo fatto una richiesta analoga, ovvero di scendere una settimana per trascorrere il periodo natalizio in famiglia, ma mi è stata negata allo stesso modo. Sentendola al telefono nei giorni successivi, quando le ho dovuto dire che quest’anno, per la prima volta, sarei mancato al Natale, le avevo chiesto di resistere e che sarei sceso presto. Purtroppo non sono riuscito a mantenere la promessa e sentire il suo abbraccio un’ultima volta.
Con questo non le sto attribuendo la responsabilità di tutto ciò. Non nascondo che la tentazione è tanta di riversare rabbia su chi attraverso una firma ha reso impossibile tutto questo, ma credo sia troppo banale. E qui nasce ciò che vorrei dirle…

Io non so cosa pensi di me, dei miei compagni e compagne e dei tanti che nelle differenze spesso si ritrovano a marciare nei cortei…
Non voglio capire le sue idee politiche o trovare fattori comuni con le mie, però mi domando se in un conflitto fatto di azioni politiche, processi e punizioni, per quanto serrato, per quanto condotto da attori sordi tra loro, per quanto aspro e composto da misure senza mezzi termini, se ci sia un limite oltre il quale si snaturi la natura umana che si vuol, in qualche modo, difendere o ricreare attraverso quel conflitto stesso. Credo che ognuno abbia un motivo per lottare e andare avanti nella vita, spinto fondamentalmente dalla volontà di migliorare la propria esistenza e quella altrui, ma mi chiedo se a volte ci facciamo accecare dalla necessità di contrattaccare perdendo la bussola più importante per le nostre azioni: chi siamo noi.
Ho sempre rispettato le misure che in questi anni ho subito (seppur, ovviamente, non condividendole). Mi chiedo dunque che senso ha proibire che qualcuno legato alla propria famiglia possa farvi rientro per pochi giorni? Non sono uno sprovveduto e ho sempre messo in conto tutto questo, anche quando causa di sofferenza dentro. Per questo motivo ho chiesto lo spostamento delle misure e non obbligatoriamente la revoca in toto.

In vita mia non ho fatto solo buone azioni, ho fatto soffrire persone che amavo e, rimanendo sul politico, so che tante volte ho sbagliato, fatto cazzate o avrei potuto far meglio tante cose, eppure tutto ciò che ho fatto l’ho sempre fatto a cuore sincero, mai con la volontà di far del male a qualcuno, mai spinto da odio, ma con la sola volontà di portare un po’ più di giustizia in questo mondo. Spero, almeno qualche volta, di esserci riuscito. Ma è proprio per questo che sono sicuro che se anche solo per una volta ci lasciassimo accecare da un senso dell’odio verso i nostri nemici, da una volontà di accanimento, per colpirli laddove il senso politico non esiste più ma, al contrario, nei loro affetti, nei loro sentimenti, nel loro privato, tutta la nostra vita sarebbe un fallimento.
Non ho mai gioito quando un mio “nemico” perdeva la vita. Ne ricordo, invece, di esempi in cui questo è accaduto, eppure danzare sulla tomba dell’avversario mi sempre creato dentro qualcosa di macabro, sopratutto perché ho dentro la consapevolezza di non essere stato io a sconfiggerlo, al contrario, è morto stando ancora sul trono… Magari qualcuno non sarà d’accordo con me, ma di una cosa sono certo: possiamo cantare vittoria solo quando siamo noi a tirarli giù dai loro troni, dai loro ruoli. La morte, le sofferenze altrui, non lavorano al posto nostro, ma disumanizzano solo ciò che tentiamo di costruire. Combattiamo per un mondo più equo, la vita altrui non ci appartiene né possiamo impersonarci Dio e decidere chi merita la vita e chi no, allo stesso modo come non appartiene al razzista che gioisce alla morte di un migrante in mare. Noi siamo un’altra cosa!
La vita è vita e sconfiggere un rivale politico non deve implicare levargliela, ma avere ragione su di lui, costi anche un estremo gesto di forza e ogni goccia di sudore e sangue che abbiamo in corpo. Io li ho messi in conto e se penseremo di essere diventati padroni della vita altrui, saremo solo diventati ciò che avevamo giurato di distruggere…

E’ per tutto questo che non permetterò mai che qualcuno possa essere padrone della mia vita, dei miei affetti, dei miei sentimenti: perché so che è qualcosa di estremamente sbagliato. E’ per tutto questo che credo sia giusto che io scenda finalmente dalla mia famiglia, fosse anche solo il tempo di un abbraccio, una mangiata (perché si sa, al sud, se non mangi è come se non ci fossi stato) e avere il tempo di inginocchiarmi per baciare la lapide sotto la quale sono custodite la ceneri di mia nonna. Sia pure un giorno o due, e poi fare nuovamente ritorno alla mia spada di Damocle, qui a Torino.
La mia non è una sfida alla sua autorità, so di essere un mr. Nessuno, ma mi affido a ciò che può sentire dentro se queste mie parole avranno avuto l’effetto di sussurrarle qualcosa nel profondo, che questo mio gesto, forse, non rientra nel codice procedurale, ma è legittimo ugualmente.
Mentre scrivo queste parole inizia il mese di Febbraio, così mi sento di dirle alla luce del sole, senza sporche manovre, senza nascondermi, che alla fine di questo mese io scenderò a trovare i miei, con o senza permesso, andando incontro ai rischi del caso. Consapevole di far la cosa giusta, con l’istinto che mi suggerisce che queste mie parole non saranno vane ma avranno delle orecchie capaci di ascoltare.
Voglio credere di non parlare con un animo vuoto, è stato il mio istinto a dirmi di scrivere queste parole, ed è per questo che andrò fino in fondo.
Le darò il tempo di rifletterci, se vorrà farlo, e tra 2 settimane chiederò al mio avvocato di ripresentare istanza, ma a questo giro sarà diverso: in allegato troverà un biglietto di sola andata. Sia lei a compilarne il ritorno. Non m’importa se per un solo giorno, una settimana o se trascorso quel tempo sarebbe giunto il momento per la revoca totale delle misure. Mi affido a lei e a ciò che le suggerirà l’istinto. A volte la legge è troppo quadrata e certe cose non riesce a vederle, è per questo che a volte per vedere bene dobbiamo chiudere gli occhi.
Se, al contrario, il mio sarà stato un vano tentativo… beh non accetterò di tornare agli arresti domiciliari. Penso d’aver dato e di aver scontato quanto richiesto nonostante accuse di reati che non sento miei. La mia casa non è quella nella quale ho trascorso i precedenti domiciliari, ma lo Spazio Popolare Neruda, uno spazio un tempo abbandonato, oggi occupato nel quale hanno trovato casa 150 persone dalle più svariate nazionalità dove ogni pranzo e cena può sentire e assaporare i più svariati sapori del mondo, così come i colori della nostra pelle… la stessa che ci unisce e ci fa sentire una famiglia. E’ per questo che se vorrà punirmi le chiedo di firmare direttamente per il carcere. Non potrei mai più vivere in nessun altro luogo che non sia casa mia.

Ma c’è un’ultima richiesta che voglio farle, per certi versi ancora più importante: quella di incontrarla. Voglio incontrarla, voglio capire le sue ragioni, voglio capire il suo lavoro, la sua vita, sia pure per soli 10 minuti, ma mi conceda udienza, perché se mai avesse un dubbio su cosa rispondermi, voglio che mi guardi negli occhi e che mi scruti a fondo, mi metta a nudo e soltanto lì capisca cos’è giusto fare.
In caso non riesca, mi piacerebbe quantomeno avere una sua risposta scritta che se vuole manterrò privata. Almeno questa credo di meritarla.
Questa, ripeto, non è una sfida, ma una mano tesa. Incontriamoci, abbiamo delle cose da dirci, sono sicuro! Sarà la prima volta che qui a Torino due vite come le nostre su incroceranno e la storia, si sa, si scrive sulle prime volte.

Non sono Nelson Mandela né Rosa Parks, ma so che questo mio gesto non sarà sprecato. Il mio non è solo un modo per rompere questa incomunicabilità che si è radicata così in profondità tra i nostri mondi, ma è sopratutto un modo per vincere la paura e battersi fino in fondo per ciò che il nostro cuore ci dice sia giusto. Non è la repressione a fermare i movimenti, bensì la paura, ma se a raccogliere il testimone dopo di noi verrà qualche altro la nostra lotta andrà avanti. E fino a quando ci saranno generazione dopo la nostra disposti a portare avanti la nostra lotta il nostro sacrificio non sarà stato vano e la nostra battaglia vivrà per sempre.

Noi siamo i figli di mille generazioni che prima di noi hanno affrontato quella stessa paura. Affrontare la paura sarà sempre il nostro destino. E questa sarà sempre la sfida più grande che potremo affrontare.
Con determinazione, da chi non ha nient’altro che il coraggio per andare avanti nella vita.

Donato

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