Rilanciamo la lettera del CALP (Comitato Autonomo Lavoratori Organizzati) di Genova indirizzata ai lavoratori di DELTA, agenzia statale dell’Arabia Saudita raccomandataria per l’Italia delle navi BAHRI che si occupano, tra l’altro, di trasportare verso paesi belligeranti armamenti strumentali alla guerra e che costituiscono per l’agenzia la principale fonte di profitto. Nella lettera i Portuali riconoscono la preoccupazione dei lavoratori DELTA per il rischio che bloccare gli imbarchi di materiale bellico comporta per la loro occupazione ma, mettendo al centro l’inesistenza di vincoli legati alla spedizione di armi, propongono la soluzione: limitare il trasporto delle navi Bahri alle merci civili commissionato da altri clienti, a costo di reperirne di nuovi. La lotta del CALP infatti non è lotta contro le Bahri ma è lotta contro i materiali bellici che trasportano, finalizzati a rinfocolare la guerra imperialista fonte di profitto per l’industria della guerra a scapito delle masse popolari dei paesi oppressi e unica ragione che mina le condizioni e le prospettive di lavoro.

Dalla lettera inoltre si evince come sia necessario sostituirsi agli apparati istituzionali, oggi complici della guerra e del profitto dell’industria militare, che violano apertamente l’Art. 11 della Costituzione e le altre leggi dello Stato che vietano di esportare, far transitare e fungere da intermediario di materiali bellici verso Paesi belligeranti. Il boicottaggio della Bahri Yanbu messo in atto lo scorso 23 maggio lo dimostra ma non è servito ad eliminare il problema. L’aspetto fondamentale messo in evidenza dal CALP infatti, riguarda il fatto che nessun gruppo di lavoratori, da solo, può ergersi al ruolo di salvatori dell’umanità o di giudice dei mali del mondo nemmeno se lo volesse. La verità incompiuta è che della classe operaia che diventa classe dirigente della società, decide e governa per conto dei suoi interessi (e, di riflesso, per conto degli interessi di tutte le masse popolari) ce n’è un gran bisogno: la società intera ha bisogno di liberarsi dei padroni, dei borghesi, dei guerrafondai e dei capitalisti. È in questo senso che si colloca l’invito rivolto ai lavoratori di DELTA ad unirsi alla lotta dei Portuali nel contrastare i traffici di armi nel porto di Genova e l’agenzia torni ad essere un’agenzia marittima che opera per il commercio pacifico per la prosperità dei popoli.

Da comunisti, sosteniamo questo tipo di mobilitazioni ed invitiamo tutti i compagni che oggi si stanno mobilitando contro la guerra imperialista, di promuovere iniziative che vadano in questo senso. Indichiamo ai lavoratori portuali del paese, agli organismi operai e di lavoratori, ai sindacalisti non asserviti alle logiche padronali, di seguire l’esempio del CALP: promuovere la mobilitazione nei porti e nelle aziende per il blocco delle merci destinate al rifornimento di armi ai Paesi belligeranti, bloccare dove possibile il paese per costringere il governo a prendere una posizione concreta, al pari di come è avvenuto con la mobilitazione dei portuali di Genova che hanno costretto il governo M5S-Lega a bloccare i rifornimenti di armi all’Arabia Saudita!

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Lettera aperta ai lavoratori di DELTA Agenzia marittima Srl raccomandataria per l’Italia delle navi BAHRI, compagnia statale dell’Arabia saudita

La scorsa primavera, insieme a CGIL, gruppi antimilitaristi e associazioni pacifiste e per i diritti civili, abbiamo boicottato un carico militare all’imbarco nel porto di Genova sulla nave Bahri Yanbu alla volta dell’Arabia Saudita per servire nella guerra in Yemen, definita da ONU e UE come la più grave crisi umanitaria al mondo. Il Presidente della Regione Liguria Toti ci accusò di rovinare la reputazione e gli interessi della città perché respingevamo le navi privando di lavoro coloro che vivono dei traffici del porto. Papa Francesco invece ringraziò i lavoratori per il boicottaggio, mentre il nostro Parlamento vietò l’export in Arabia Saudita delle bombe fabbricate in Sardegna dalla RWM e impiegate nei raid aerei sulle città yemenite. Proprio quei micidiali ordigni che tante volte le navi della flotta BAHRI hanno imbarcato nel porto di Cagliari.

Siamo lavoratori portuali, come anche voi lo siete, sebbene siate seduti in uffici del Centro. Siamo anelli della stessa catena del trasporto delle merci: voi lavorate con le informazioni, noi con le gru e le rizze, ma entrambi operiamo con gli stessi carichi per gli stessi fini. Siamo due facce della stessa medaglia, o meglio della stessa moneta. Una moneta che il vostro e il nostro lavoro contribuiscono a far crescere di valore quando la merce transita in porto. Potremmo discutere su come quel valore si divide tra gli azionisti delle imprese e noi lavoratori che assicuriamo i servizi e la loro resa produttiva. Non vogliamo parlare di questo, ora. Vogliamo invece parlare di norme e di valori, non economici ma morali.

Chiariamo subito. Sappiamo noi operativi del porto di essere qualche migliaio e di servire centinaia di navi per migliaia di accosti ogni anno, per cui perdere le poche toccate delle navi Bahri non ci cambierebbe la vita, mentre voi impiegati in Delta siete in 15 tra Genova e Livorno con poche linee, tra cui la Bahri è però la gallina dalle uova d’oro, basta guardare l’utile nei bilanci della vostra agenzia e della holding Gastaldi. Comprendiamo perciò la preoccupazione che il boicottaggio metta a rischio la vostra occupazione, come il vostro titolare Cerruti ha fatto sapere con pari cinismo del suo amico Toti, come se la Delta fosse vincolata a spedizioni di armi e non avesse invece altri clienti ordinari o non potesse cercarne nuovi. Del resto noi non agiamo pregiudizialmente contro le navi Bahri, tantomeno contro le merci civili che esse trasportano. La questione sta negli armamenti, in transito e in banchina, quando sono destinati a nazioni belligeranti. Il nostro lavoro, il nostro pane come il vostro, è il commercio. A voi, lavorando con sigle e numeri al computer, forse non accade di riflettere sul loro significato. La differenza è che per voi le armi sono astratte, sono codici su polizze di carico, mentre noi le vediamo, le muoviamo e avvertiamo gli effetti di morte e di sofferenza della loro terribile capacità di distruzione.

Ma se ci sono le leggi, direte voi, perché devono intervenire i lavoratori e non le istituzioni? Bella domanda, ce la siamo posta anche noi, perché scioperare fa perdere salario e boicottare una nave può significare una denuncia penale. La legge c’è e chiara (n.185/1990, art.1 c.6): «Sono vietati l’esportazione, il transito e l’intermediazione di materiali di armamento verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione (art.11: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”) e verso i Paesi i cui governi sono responsabili di gravi violazioni delle convenzioni internazionali in materia di diritti umani, accertate dai competenti organi delle Nazioni Unite, dell’UE o del Consiglio d’Europa».

La guerra in Yemen corrisponde esattamente a queste definizioni, così come la guerra in Kashmir combattuta dal governo indiano verso cui transitano sulle Bahri carichi di armamenti pesanti. Ma per applicare la legge occorre la volontà degli organi dello Stato, politici e amministrativi, che manca perché essi subiscono le pressioni di chi (apparati militari, imprese di produzione e commercio di armi, forze politiche foraggiate dall’industria militare ecc.) detiene effettivi interessi economici in questa guerra a cui non intende rinunciare. Perché l’Arabia saudita e gli Emirati Arabi sono i maggiori importatori di armi al mondo che pagano profumatamente gli acquisti grazie alle rendite petrolifere. Nessuna impresa asservita alla legge del profitto e perciò senza alcuno scrupolo morale rinuncerebbe ai suoi affari, a meno che non intervengano le Autorità, ma quasi sempre sotto la spinta civile, sindacale, sociale, morale, di coloro che conservano un’etica, o almeno una soglia di umanità, a cui far corrispondere i propri comportamenti, nella vita e nel lavoro. È il nostro caso.

Siamo lavoratori che non vogliono essere complici delle stragi e delle sofferenze di una popolazione civile che per destino si trova in mezzo a uno scontro di fazioni armate che si combattono per il controllo delle riserve di petrolio e delle vie di trasporto marittimo. Ci preoccupiamo del nostro porto ma siamo consapevoli che la sua reputazione non si misura solo con la produttività ma anche con condotte ispirate a valori umani e sociali. Sotto questo profilo la reputazione del porto di Genova è cresciuta in tutto il mondo dalla primavera scorsa, dal blocco delle armi della Bahri, presso coloro che hanno a cuore le sorti degli uomini e non solo delle merci.

Pertanto vi chiediamo di unirci nel contrastare i traffici di armi nel nostro porto, che Delta torni a essere un’agenzia marittima che opera per il commercio pacifico per la prosperità dei popoli. Chiediamo alla dirigenza della vostra agenzia di acquisire nuovi clienti in un quadro di effettiva responsabilità sociale di impresa, che il gruppo Gastaldi dice di perseguire sul lato del business turistico, ma che omette di considerare quando il commercio “responsabile e consapevole” riguarda il viaggio non dei turisti bensì delle merci, in particolare di armi e esplosivi, verso i teatri di guerra.

Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali

Genova, 4 febbraio 2020

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