Riprendiamo in questo articolo un argomento già trattato nel numero 3/19 di Resistenza nell’articolo “Il congresso di fondazione dell’Internazionale Comunista”: le tesi sulla democrazia borghese e la dittatura del proletariato esposte in quell’occasione da Lenin. Ci torniamo a fronte dei sommovimenti di questo ultimo periodo, delle grandi mobilitazioni popolari degli ultimi mesi di cui parliamo negli altri articoli del giornale.

Le tesi di Lenin sulla democrazia borghese e la dittatura del proletariato si rivelano attualissime per inquadrare la situazione perché individuano le motivazioni profonde delle mobilitazioni popolari che non potranno trovare soluzione nell’ambito degli attuali regimi politici espressione della borghesia, neanche in quelli più democratici. Non potranno gli attuali governi borghesi trovare soluzione alla crisi ambientale, come non sarà la nascita di uno Stato catalano a risolvere i problemi delle masse popolari di quell’area o non basterà un cambio di governo in Cile per mettere fine alla miseria e diseguaglianze e così via.

Questo perché la democrazia borghese altro non è che la dittatura della borghesia imperialista sulle masse popolari.

Scrive Lenin, nelle Tesi discusse al Primo Congresso dell’IC:

“In effetti, in nessun paese civile capitalistico esiste la democrazia in generale, ma esiste soltanto la democrazia borghese (…) Tutti i socialisti, chiarendo il carattere di classe della civiltà borghese, della democrazia borghese, del parlamentarismo borghese, hanno espresso la stessa idea che già Marx e Engels avevano esposto con il massimo rigore scientifico, dicendo che la repubblica borghese più democratica è soltanto una macchina che permette alla borghesia di schiacciare la classe operaia, che permette a un pugno di capitalisti di schiacciare le masse lavoratrici.(…) La guerra imperialistica del 1914-1918 ha rivelato definitivamente, persino agli operai più arretrati, il reale carattere della democrazia borghese anche nelle repubbliche più libere: la democrazia borghese è la dittatura della borghesia. Decine di milioni di uomini sono stati uccisi e persino nelle repubbliche più democratiche è stata instaurata la dittatura militare della borghesia per consentire al gruppo dei milionari o miliardari tedeschi o inglesi di arricchirsi. (…) Proprio la guerra, più d’ogni altra cosa, ha aperto gli occhi ai lavoratori, ha strappato alla democrazia borghese i suoi orpelli, ha mostrato al popolo quali ingenti profitti e speculazioni erano stati fatti durante la guerra e in occasione della guerra. La borghesia ha fatto questa guerra in nome della «libertà» e dell’uguaglianza, e, in nome della libertà e dell’uguaglianza, si sono arricchiti favolosamente i fornitori militari”.

 

Sulla base della concezione comunista del mondo, confermata dall’esperienza di allora, noi comunisti sappiamo che invece solo la classe operaia guidata dal movimento comunista può condurre l’umanità fuori da questo vicolo cieco, prendendo il potere nei paesi imperialisti, instaurandovi il socialismo e procedendo verso il comunismo. Per questo diciamo che la situazione è rivoluzionaria, perché nuovamente si pone in ogni paese e con sempre più forza l’alternativa: dittatura del proletariato o dittatura della borghesia.

Prosegue Lenin:

“Nella società capitalistica, di fronte all’acuirsi più o meno forte della lotta di classe che ne costituisce il fondamento, non può darsi alcun termine medio tra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato. Ogni sogno d’una qualsiasi terza via è querimonia reazionaria piccolo-borghese. Lo attesta anche l’esperienza dello sviluppo più che secolare della democrazia borghese e del movimento operaio in tutti i paesi progrediti e, in particolare, l’esperienza dell’ultimo quinquennio. Lo afferma inoltre tutta la scienza dell’economia politica, tutto il contenuto del marxismo, il quale chiarisce come in ogni economia di mercato sia economicamente inevitabile la dittatura della borghesia, una dittatura che può essere soppiantata soltanto dalla classe dei proletari, cioè dalla classe che si sviluppa, si moltiplica, si unifica e si consolida con lo sviluppo del capitalismo. (…)

La dittatura del proletariato è affine alla dittatura delle altre classi solo in quanto è imposta, come ogni altra dittatura, dalla necessità di schiacciare con la violenza la resistenza della classe che perde il suo dominio politico. La differenza radicale tra la dittatura del proletariato e la dittatura delle altre classi – la dittatura dei grandi proprietari fondiari nel medioevo, la dittatura della borghesia in tutti i paesi capitalistici progrediti – è nel fatto che la dittatura dei grandi proprietari fondiari e della borghesia schiacciava con la violenza la resistenza della stragrande maggioranza della popolazione, cioè dei lavoratori, mentre la dittatura del proletariato schiaccia con la violenza la resistenza degli sfruttatori, cioè di un’esigua minoranza della popolazione, dei grandi proprietari fondiari e dei capitalisti. Deriva di qui, a sua volta, che la dittatura del proletariato deve inevitabilmente portare con sé non solo un mutamento delle forme e degli istituti democratici in generale, ma un mutamento tale che implichi un’estensione senza precedenti dell’effettiva utilizzazione della democrazia da parte di coloro che sono oppressi dal capitalismo, da parte delle classi lavoratrici.

E, in realtà, la forma di dittatura del proletariato che è stata già elaborata nella pratica, cioè il potere sovietico in Russia (…) e altre analoghe istituzioni sovietiche negli altri paesi, dimostrano tutti e rendono effettiva per le classi lavoratrici, cioè per la stragrande maggioranza della popolazione, la possibilità di esercitare i diritti e le libertà democratiche, possibilità che non è mai esistita, nemmeno approssimativamente, nelle repubbliche borghesi migliori e più democratiche.

L’essenza del potere sovietico sta nel fatto che l’intero potere statale, l’intero apparato statale ha come fondamento unico e permanente l’organizzazione di massa proprio di quelle classi che sono state finora oppresse dal capitalismo, cioè degli operai e dei semiproletari (contadini che non sfruttano il lavoro altrui e che vendono costantemente anche solo una parte della loro forza-lavoro). Proprio queste masse, che persino nelle repubbliche borghesi più democratiche, pur avendo uguali diritti dinanzi alla legge, sono di fatto escluse in mille modi e con mille sotterfugi dalla vita politica e dall’esercizio delle libertà e dei diritti democratici, vengono ora associate in modo permanente e necessario, ma soprattutto in modo decisivo alla gestione democratica dello Stato.

L’uguaglianza dei cittadini, indipendentemente dal sesso, dalla religione, dalla nazionalità, – uguaglianza che la democrazia borghese ha promesso sempre e dappertutto, ma che non ha mai realizzato e potuto realizzare, permanendo il dominio del capitale, – viene realizzata subito e integralmente dal potere sovietico, o dittatura del proletariato, poiché soltanto il potere degli operai, che non sono interessati alla proprietà privata dei mezzi di produzione e alla lotta per la loro spartizione e ripartizione, è in condizione di farlo”.

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