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Il congresso di fondazione dell’Internazionale Comunista

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Marzo 4, 2019
in Resistenza n. 3/2019
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Nel numero 1/2019 di Resistenza abbiamo aperto le celebrazioni per il Centenario della costituzione dell’Internazionale Comunista con un articolo che indicava le principali conquiste della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale e gli insegnamenti che da essa traiamo per costruire la rivoluzione nei paesi imperialisti.

In questo numero trattiamo del primo congresso dell’Internazionale Comunista, svoltosi tra il 2 e il 6 marzo del 1919, poiché in esso furono affrontate alcune questioni ideologiche decisive che si ripropongono oggi.

Il contesto storico. La Prima Guerra Mondiale (1915 – 1918) non aveva posto fine alla prima crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale e alla lunga situazione rivoluzionaria ad essa connessa. Una situazione rivoluzionaria in sviluppo caratterizzava il contesto politico dell’Europa, la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre nel 1917 e l’inizio in Russia della costruzione del primo stato socialista della storia dimostravano che il superamento del capitalismo era possibile; in molti paesi insurrezioni e tentativi rivoluzionari si sviluppavano su quell’esempio: la rivoluzione in Germania, il Biennio Rosso in Italia, la nascita della Repubblica dei Consigli in Ungheria.

La Prima guerra Mondiale aveva sancito irrimediabilmente il fallimento della Seconda Internazionale, corrosa dall’opportunismo dei revisionisti (Bernstein & Co.), culminato nella sottomissione dei partiti ad essa aderenti alle rispettive borghesie nazionali (i crediti di guerra), essa aveva dimostrato l’incapacità dei partiti socialisti e socialdemocratici di guidare la rivoluzione socialista per cui esistevano tutte le condizioni, la loro attività, in particolare nei paesi imperialisti, era caratterizzata da due tare: l’economicismo (ridurre il ruolo dei comunisti ad agitatori e promotori delle lotte rivendicative) e l’elettoralismo (ridurre il ruolo del partito comunista a quello di rappresentante della classe operaia nelle assemblee elettive e nella lotta politica borghese). In sintesi, la Seconda Internazionale aveva esaurito il suo ruolo positivo (aveva dato impulso alla costruzione in ogni paese di organizzazioni operaie e partiti autonomi dalla borghesia e aveva promosso l’irruzione della classe operaia nella lotta politica borghese, sottraendola alla sola lotta rivendicativa) e anzi proprio i suoi meriti erano diventati i suoi principali limiti.

I compiti dei comunisti. In questo contesto si ponevano per i comunisti due compiti precisi: difendere la Rivoluzione d’Ottobre e il processo di costruzione del socialismo in Russia dagli attacchi e dai sabotaggi dei paesi imperialisti; condurre le mobilitazioni operaie e popolari fino alla vittoria, fino all’instaurazione del socialismo, negli altri paesi europei. La combinazione dei due aspetti forniva una sintesi: consolidare la costruzione del socialismo in Russia attraverso lo sviluppo della rivoluzione socialista mondiale. Pertanto all’ordine del giorno si pose la questione della trasformazione della concezione del mondo che guidava i partiti socialisti, socialdemocratici e operai e la questione della loro riorganizzazione, conforme ai compiti della rivoluzione socialista.

Il contenuto del primo congresso dell’Internazionale Comunista. Dalla posizione conferitagli dal successo della rivoluzione in Russia, il PC(b)Russo e il suo massimo dirigente, Lenin, contribuirono in modo decisivo tanto alla nascita dell’Internazionale Comunista quanto alla definizione dei temi e dei contenuti dei suoi lavori. Il centro del primo congresso fu proprio la lotta per affermare una giusta concezione e un giusto orientamento rispetto alla differenza e alla relazione fra democrazia borghese e dittatura del proletariato, in modo da affrontare “di petto” il lascito ideologico della Seconda Internazionale sui partiti socialisti, socialdemocratici e operai. Lenin porta alla discussione del congresso il documento Primo Congresso dell’Internazionale Comunista e un capitolo è dedicato a questo argomento (“Tesi e Rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato” – 4 marzo 1919; Opere complete, Editori Riuniti, vol. 28 – pagg. 461-477) con lo scopo di mostrare che per raggiungere l’obiettivo di “un’estensione senza precedenti dell’effettiva utilizzazione della democrazia da parte di coloro che sono oppressi dal capitalismo, da parte delle classi lavoratrici” era necessaria l’instaurazione della dittatura del proletariato “contro la dittatura della borghesia che ha portato alla guerra e prepara nuove guerre”.

Nel documento presentato vengono definite in dettaglio le differenze tra la democrazia borghese, che a dispetto delle promesse di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge costituisce in realtà la libertà per i borghesi di sfruttare e di fare profitti a scapito della classe operaia, e la democrazia proletaria che rende effettivo l’esercizio delle libertà democratiche da parte della classe operaia e delle masse popolari, favorendone la partecipazione alla gestione, alla direzione e alla progettazione della vita sociale.

“I capitalisti hanno sempre chiamato “libertà” la libertà di arricchirsi per i ricchi e la libertà di morire di fame per gli operai. I capitalisti chiamano libertà di stampa la libertà per i ricchi di corrompere la stampa, la libertà di usare le loro ricchezze per fabbricare e contraffare la cosiddetta opinione pubblica.(…) L’effettiva libertà e uguaglianza si avrà nel sistema costruito dai comunisti e in cui non ci si potrà arricchire a spese altrui, in cui non ci sarà la possibilità oggettiva di sottomettere direttamente o indirettamente la stampa al potere del denaro, in cui niente impedirà a ciascun lavoratore (o gruppo di lavoratori di qualsivoglia entità) di godere in linea di principio e nei fatti dell’uguale diritto di usare le tipografie e la carta appartenenti alla società”.

Inoltre vengono evidenziati con chiarezza i limiti ideologici che rendevano i partiti socialisti incapaci di liberarsi dalla soggezione ai riti, alle prassi e alle logiche della democrazia borghese:

“Il punto essenziale, che i socialisti non comprendono e in cui consiste la loro miopia teorica, la loro soggezione ai pregiudizi borghesi e il loro tradimento politico nei confronti del proletariato, è che nella società capitalista, di fronte all’acuirsi più o meno forte della lotta di classe che ne costituisce il fondamento, non può darsi alcun termine medio tra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato. Ogni sogno d’una qualsiasi terza via è querimonia reazionaria piccolo-borghese”.

Infine viene indicato in cosa si concretizza la costruzione del nuovo stato basato sulla dittatura del proletariato e in cosa esso si differenzia dallo stato borghese: “La vecchia democrazia, cioè la democrazia borghese, e il parlamentarismo erano organizzati in modo che proprio le masse dei lavoratori venivano soprattutto estraniate dall’apparato amministrativo. Il potere sovietico, cioè la dittatura del proletariato, è invece strutturato in modo da avvicinare le masse lavoratrici all’apparato amministrativo. A questo scopo tende anche l’unificazione del potere legislativo e del potere esecutivo nell’organizzazione sovietica dello Stato e la sostituzione delle circoscrizioni elettorali territoriali con le unità elettorali fondate sui luoghi di produzione: fabbrica, officina, ecc.”.

 

L’esito del congresso e gli sviluppi. Con il primo Congresso dell’Internazionale Comunista furono poste le basi ideologiche per la costruzione dell’Internazionale Comunista. Con il secondo Congresso (1920) furono affrontate le questioni organizzative (è il congresso della definizione delle 21 condizioni per l’adesione all’Internazionale Comunista).

La prima ondata della rivoluzione proletaria, con questa spinta, compì un significativo salto di qualità: nacquero in molti paesi del mondo partiti comunisti con il rango di sezioni nazionali dell’Internazionale Comunista che affrontarono a un livello più avanzato la lotta contro la mobilitazione reazionaria delle masse popolari a cui la borghesia imperialista, di lì a poco, mise a capo il franchismo, il nazismo e il fascismo.

Gli insegnamenti validi per la rinascita del movimento comunista oggi. La seconda crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale, oggi nella sua fase acuta e terminale, pone di nuovo all’ordine del giorno l’instaurazione del socialismo come unica via d’uscita al catastrofico corso delle cose imposto dalla borghesia. Dato l’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria mondiale, il lascito ideologico dei revisionisti moderni, l’influenza della sinistra borghese e la lentezza con cui rinasce il movimento comunista cosciente e organizzato nei paesi imperialisti, si ripresentano tesi già trattate nella storia del movimento comunista e si mostrano le contraddizioni della mancata vittoria su di esse del movimento comunista dei paesi imperialisti. Ancora oggi l’influenza delle due tare ostacola la rinascita del movimento comunista (anzi, all’economicismo e all’elettoralismo, nel nostro paese se ne è aggiunta una terza, il militarismo), benché le condizioni oggettive per la rivoluzione socialista non siano mai state tanto favorevoli.

“Dobbiamo tornare a porci la questione del potere” riconoscono alcuni compagni (ad esempio questo è il succo dell’intervento di Dimitri Palagi, dirigente del PRC, al V Congresso del P.CARC) e hanno ragione. Ma per porsi la questione del potere è necessario darsi i mezzi ideologici e organizzativi, intellettuali e morali, per conquistarlo.

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