Abbiamo intervistato Vanni Rosi, operaio della cooperativa di lavoratori Methis Office Lab di Campegine (RE) perché ulteriore esempio di un’azienda del nostro paese recuperata dagli operai che, organizzandosi e coinvolgendo altri soggetti del territorio, l’hanno salvata dalla morte lenta cui la crisi generale del sistema capitalista destina gran parte dell’apparato produttivo.

L’esperienza della Methis Office Lab è la dimostrazione che quando un gruppo anche molto piccolo di lavoratori si organizza, spinge anche gli esponenti dei sindacati e delle organizzazioni borghesi e legate al sistema delle Larghe Intese (come Legacoop, organizzazione ereditata dal vecchio PCI revisionista e finita sostanzialmente in mano al PD) a sostenerli e a mettere a disposizione il supporto e l’aiuto di tecnici e di esperti. Non solo, ciò dimostra che, sia il sindacato (la FIOM in questo caso) sia altri soggetti quali Legacoop e Banca Etica), hanno le risorse necessarie per poter sostenere situazioni simili a questa: se non lo fanno è perché non ci sono, oltre alla necessaria organizzazione dei lavoratori che deve imporlo, la volontà e l’interesse di farlo! Perché non estenderlo alla Unielectric di Calerno o alla Sa.Re. di Barco di Bibbiano? In un territorio come il nostro, specchio del Paese, in cui le delocalizzazioni e le chiusure sono all’ordine del giorno iniziative come questa della ex Methis sono da estendere e far conoscere e non relegarle ad una tantum! A maggior ragione nel reggiano, il cui tessuto produttivo è fortemente, storicamente e attualmente, caratterizzato dal sistema cooperativo: è, inoltre, occasione per ridare senso proprio alle cooperative nate qui già a fine ‘800 contro ciò che sono diventate oggi grazie alle politiche di malaffare, trasformate in organi di business e di potere locale e non solo, come ben dimostrano le infiltrazioni strutturali della ‘Ndrangheta!

Questa vicenda si inserisce in un contesto in cui la mobilitazione della classe operaia, per quanto ancora spontanea frammentata e priva di una direzione univoca, si estende sempre di più alimentata dagli effetti della crisi e dalla situazione politica del Paese. La condizione perché essa si sviluppi su larga scala e riesca a porre fine alla crisi del sistema capitalista è che in ogni azienda si costituiscano gruppi anche piccoli di operai in grado di occuparsi della propria azienda, prevenendo le mosse dei padroni e mettendo in campo misure per difenderla dalla morte lenta, di “uscire dalla propria azienda” coordinandosi con il vasto movimento di resistenza sociale che si sviluppa e cresce nel Paese. In un’espressione: di agire da Nuove Autorità Pubbliche in grado di dirigere il paese!

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1. Vanni, puoi presentarti brevemente?

Ho 52 anni, sono un operaio e la mia storia, tutto sommato, è molto semplice: mio padre è stato uno dei fondatori e presidente della Cooperfer (trasformatasi poi in Coopsette, ndr) e a 16 anni ho iniziato a lavorare in Coopsette, uno dei giganti nazionali dell’edilizia fondato proprio qui a Reggio Emilia. Ho sempre lavorato nel ramo d’azienda della metalmeccanica, producendo infissi alla Teleyae per poi passare alla produzione di arredi d’ufficio alla Methis di Campegine (RE). Dal 2015 ho subito, come tutti, il fallimento (principalmente per una serie di operazioni speculative finanziarie tragiche, ndr) di Coopsette.

2. Una storia, la tua, figlia di questa terra: si può dire che sei cresciuto a “pane e cooperativa”. Infatti, la cooperazione è tratto locale distintivo anche se ora assistiamo ad una crisi non solo produttiva ed economica del sistema cooperativo reggiano, per non parlare della creazione di cooperative spurie e del fatto che questo settore sia diventato uno di quelli maggiormente interessati alla ‘Ndrangheta, ma anche politico – culturale del senso proprio di questa forma sociale lavorativa. Quali sono le tue considerazioni a riguardo?

La ‘Ndrangheta, a parere mio, non è solo un problema delle cooperative perché dove si produce capitale l’ infiltrazione c’è: produce introiti da investire poi in azioni illecite e ricicla anche il denaro sporco. Per quanto riguarda le cooperative spurie, questa è una “falla” nella legislazione della cooperazione perché a livello politico – culturale purtroppo, il sistema cooperativo, risente della perdita di ideali quali la solidarietà, l’occupazione lavorativa, il sostegno reciproco mentre ora si pensa solo al profitto con una concezione da “azienda privata”.

3. Nonostante tutto però, il sistema cooperativo è ancora, seppur instabile, in piedi e l’esperienza della Methis dimostra che vi sono ancora margini di manovra nel fare fronte alla crisi in corso. Puoi descriverci la vostra esperienza, dal crollo della Coopsette fino al coinvolgimento del sindacato (CGIL-FIOM di Reggio E.), Legacoop e Banca Etica per il recupero della fabbrica tramite la costituzione di una cooperativa di lavoratori?

La nostra storia, sia personale che come lavoratori del gruppo, coincide con il sistema cooperativo: quando è fallita la Coopsette, alla Methis il lavoro (commesse, pacchetto clienti) l’ avevamo, però non c’erano i flussi finanziari per poterlo gestire al meglio. Infatti, molto importanti sono stati i vari esercizi provvisori che il curatore fallimentare ci ha erogato perché ci hanno consentito di, in qualche modo, tenere vivo il lavoro. Stante la situazione, generale di Coopsette e particolare nostra, un gruppo di 7/8 lavoratori, che è in parte l’attuale gruppo dirigente, ha pensato, proponendola ad altri lavoratori, di fare una nuova cooperativa mantenendo il marchio e i prodotti: solo il nome è leggermente cambiato e infatti ora ci chiamiamo Methis Office LabSono così scesi in campo altri soggetti che hanno di fatto reso realizzabile la proposta: il grosso contributo da parte della FIOM – CGIL che, in brevissimo tempo, ha provveduto a sostenere la definizione di un piano industriale e a trovare altre soluzioni per tutti i lavoratori esclusi dall’attuale cooperativa (inizialmente i lavoratori erano 120, ndr). Non solo, Legacoop ha trovato i finanziatori e Banca Etica ha coperto l’attesa dell’arrivo in blocco della Naspi per poter partire subito, con il coinvolgimento diretto del curatore fallimentare. Così è nata la “nuova” Methis che dà lavoro a una trentina tra impiegati negli uffici e operai in produzione.

4. Sei a conoscenza di altre esperienze simili in zona o in regione?

Sì, so di un’altra cooperativa nel piacentino che ha fatto la nostra stessa scelta, più o meno nello stesso nostro periodo, e si chiama Panificio Cooperativo. “Collaboriamo” con loro: per il nostro pacco natalizio prendiamo i loro panettoni artigianali e la mutualità è parte del valore cooperativo intrinseco nel nostro DNA.

5. Ritieni sia una strada percorribile per le altre aziende in difficoltà locali, penso alla Unielectric di Calerno (RE) o alla Sa.Re. di Barco di Bibbiano (RE), stante la direttrice, imposta dai padroni a fronte della crisi del capitalismo, della “morte lenta” delle aziende? Sareste disponibili a fornire ad altri la vostra esperienza, così da non “partire da zero” e mettere al centro solidarietà e coordinamento?

Sì, ritengo sia una strada percorribile per le aziende in difficoltà anche se è necessario valutare ogni singolo caso perché le cause possono essere molto diverse da azienda ad azienda. Per quanto riguarda l’aiuto che potremmo dare come azienda non sono la persona giusta per una decisione del genere, a parer mio bisognerebbe coinvolgere il funzionario del sindacato di riferimento perché ha l’ autorità e la competenza (se non lui la struttura) giusta per poter trovare le soluzioni.

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