I portuali che il 23 maggio a Genova hanno impedito il carico di materiale bellico sulla nave Bahri Yanbu diretta in Arabia Saudita, il 21 giugno hanno scritto una lettera aperta agli operai della Teknel di Roma che quel materiale bellico (generatori) lo producono.

A commento del blocco del 23 maggio, abbiamo scritto su Resistenza n. 6/2019Non ci sono molti e frequenti esempi di organismi operai che si mobilitano con decisione ed efficacia su questioni più generali, che non riguardano vertenze specifiche e senza aspettare che la mobilitazione venga indetta da organizzazioni sindacali, grandi associazioni o istituzioni. L’iniziativa dei camalli di Genova è invece un esempio chiarissimo di come la classe operaia, quando scende in lotta, assume facilmente la testa della mobilitazione di tutte le masse popolari”.

Con la lettera aperta agli operai della Teknel, i camalli di Genova danno conferma del loro ruolo e vanno persino oltre.

A introduzione del testo, brevemente, segnaliamo i due aspetti per cui con la loro lettera tornano a porsi come esempio per gli operai e i lavoratori del nostro paese.

Anzitutto per il modo con cui si pongono da “operai di fronte ad altri operai” nell’individuare la vera eventuale causa di crisi della Teknel che, lungi dall’essere la loro iniziativa di blocco del carico dei generatori del 23 maggio, è la speculazione padronale. Dati alla mano (ben riportati nella lettera): è il profitto dei padroni che mina le condizioni di lavoro, le prospettive di lavoro, la possibilità di un lavoro utile e dignitoso (prima dell’”avventura” con le forniture militari, la Teknel produceva impianti civili). E, da “operai di fronte ad altri operai”, mettono avanti la solidarietà e l’unità della classe operaia dove i padroni, la classe dominante, la propaganda di regime vuole invece contrapporli e li mostra come gli uni nemici degli altri.

In secondo luogo, mostrano una via pratica di mobilitazione contro le misure reazionarie del governo M5S-Lega, in due sensi: rafforzando e facendo valere nella pratica lo slogan con cui avevano lanciato il blocco del materiale bellico il 23 maggio – “porti chiusi alle armi e aperti alle persone” – e promuovendo l’unità della classe operaia contro il militarismo e l’imperialismo.

Infine, dalla lettera emerge uno spunto per ragionare sulle prospettive: “Noi non crediamo di ergerci al ruolo di salvatori dell’umanità o di giudici dei mali del mondo”. Con questa frase affermano una cosa vera e, contemporaneamente, una verità incompiuta. La cosa vera riguarda il fatto che nessun gruppo di lavoratori, da solo, può ergersi al ruolo di salvatori dell’umanità o di giudici dei mali del mondo nemmeno se lo volesse. La verità incompiuta è che della classe operaia che diventa classe dirigente della società, decide e governa per conto dei suoi interessi (e, di riflesso, per conto degli interessi di tutte le masse popolari) ce n’è un gran bisogno: la società intera ha bisogno di liberarsi dei padroni, dei borghesi, dei guerrafondai e dei capitalisti.

Ai portuali di Genova e a tutti gli operai avanzati, coscienti e consapevoli di questa necessità indichiamo la strada di organizzarsi, coordinarsi e agire da Nuova Autorità Pubblica che fa tutto ciò che è legittimo negli interessi delle masse popolari, anche se è considerato illegale da parte della borghesia e delle sue autorità: significa fare in grande, in modo organizzato, continuativo e su scala più ampia quello che hanno già fatto il 23 maggio.

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Siamo i portuali di Genova scesi in sciopero per bloccare il carico sulla nave Bahri Yanbu e sulla Bahri Jazan dei generatori elettrici spediti dalla vostra azienda alla Guardia nazionale Saudita nel quadro di un contratto di forniture militari in corso dal 2018. Lo abbiamo fatto perché, dopo il blocco del carico dei cannoni a Le Havre da parte dei portuali francesi sulla stessa nave, abbiamo verificato che la Guardia saudita è un corpo militare impegnato nella guerra civile in Yemen, indicata dall’ONU come il teatro di una immane catastrofe umanitaria di cui l’Arabia è uno dei principali responsabili. Inoltre abbiamo verificato che le apparecchiature spedite fanno parte dei lotti di produzione per i quali TEKNEL ha chiesto autorizzazione al Ministero per l’esportazione di materiale militare. Nonostante ciò, abbiamo dovuto assistere alla farsa delle dichiarazioni della vostra proprietà che ha cercato in tutti i modi nascondere la verità sulla natura militare della spedizione di fronte all’autorità, al sindacato e all’opinione pubblica, creando una situazione di inganno insostenibile per i lavoratori, oltre che per la legge.

Noi non crediamo di ergerci al ruolo di salvatori dell’umanità o di giudici dei mali del mondo. Ma questa spedizione di armi alla volta dell’Arabia con lo scopo di fomentare la guerra in Yemen ci è parsa l’occasione per mandare un messaggio al Governo e al Parlamento italiano, in coerenza con quanto previsto dalla Costituzione e dalla legge 185 del 1990 sul controllo dell’esportazione dei materiali di armamento. L’Italia sospenda la vendita di armi all’Arabia Saudita, unendosi così alla lista di Paesi che già lo hanno fatto o lo stanno facendo, ovvero Svizzera, Germania, Austria, Danimarca, Norvegia, Finlandia, Belgio, Olanda e Gran Bretagna. Persino il Senato USA, ossia del più forte alleato della dittatura saudita – è notizia di queste ore – ha bloccato il piano di Trump di vendita di armi ai sauditi per il loro ruolo nel sanguinosissimo conflitto nello Yemen.

Abbiamo voluto mandare anche un ulteriore messaggio al Governo su una altra questione che ci sta a cuore. Noi apparteniamo a una storia e a una cultura marinara e portuale in cui il soccorso e l’accoglienza sono valori fondamentali e in cui il commercio civile è praticato come mezzo per la prosperità dei popoli. Per questo è intollerabile assistere alla chiusura da parte del Governo dei porti per coloro che fuggono dai teatri di guerra, dalle dittature e dalle privazioni economiche e morali, mentre il Governo li lascia aperti al traffico di armi che producono direttamente e indirettamente quei fuggitivi. È un cinico riciclo di strumenti di morte, su cui profittano dei capitali immorali, che si trasformano in persone in fuga su cui profittano delle forze politiche xenofobe, sostenute da quei capitali, che costruiscono il loro consenso sociale e elettorale sulla demonizzazione e criminalizzazione dei profughi e dei migranti. Noi siamo contro e saremo sempre contro quei capitali e quelle forze politiche.

Perché vi scriviamo, oltre che per dichiararvi le nostre motivazioni? Perché siete lavoratori come noi e la vostra proprietà e alcuni imprenditori e politici ci accusano di danneggiare con questa esportazione anche la vostra occupazione. È questo un problema serio che non pretendiamo di affrontare in due righe né pensiamo di risolvere da soli noi portuali la grande questione della riconversione industriale di pace dei siti di produzione militare. Noi diciamo però che anche su questo tema l’azienda non dice tutta la verità. Abbiamo letto i bilanci della vostra azienda e abbiamo visto che si trattava di un’azienda che produceva generatori solo per il mercato civile fino a qualche anno fa quando ha deciso di passare al militare che offre margini di ricavo e di profitto molto più alti. Infatti dal 2016 al 2018 sono cresciuti il fatturato (+59%) e gli utili (+100%), mentre l’occupazione diretta è rimasta invariata (13 addetti). Tuttavia le spese del personale sono diminuite (- 4%), alla faccia della tutela e della valorizzazione dell’occupazione decantata dalla vostra proprietà.

Vi invitiamo quindi a vigilare sulla vostra occupazione non perché minacciati dal nostro sciopero, bensì dalla politica aziendale che ha aumentato di oltre il 60% le spese per servizi acquistati, di cui certamente una gran parte sarà costituita da appalti e subappalti. Ma soprattutto occorrerà vigilare sul fatto che la TEKNEL nel 2018 ha acquistato per soli 5000 euro una fabbrica in Portogallo, la KSIM Lda, per cui ha immediatamente ottenuto dal governo portoghese la licenza per le produzioni militari. Data la convenienza dei salari portoghesi rispetto a quelli italiani viene logico da pensare che la TEKNEL più che alla tutela dell’occupazione italiana diretta si stia muovendo per la delocalizzazione in Portogallo.
Restiamo in ogni caso pronti a incontrarci e a discutere con voi apertamente, insieme ai rispettivi sindacati, da lavoratori a lavoratori onestamente, senza gli inganni di coloro che profittano sul nostro lavoro e che si fanno scudo della nostra occupazione quando gli conviene ma già sono pronti a eliminarci se hanno l’occasione di aumentare i loro utili.

I portuali genovesi che hanno bloccato il carico degli armamenti TEKNEL destinati all’Arabia saudita per la guerra in Yemen.

Genova, 21 giugno 2019.

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