Forti del boicottaggio delle prove INVALSI promosso dal Collettivo Studentesco AdAstra messo in campo dagli studenti della 5A Liceo Classico del Liceo Volta di Colle Val d’Elsa (https://www.carc.it/2019/03/27/siena-un-esempio-pratico-di-lotta-contro-i-test-invalsi-da-estendere/), anche gli studenti della 2A dello stesso istituto si sono mobilitati contro questi test motivando ampiamente la loro scelta in un documento indirizzato al preside e ai professori e che riportiamo in appendice.

Le svariate riforme all’istruzione promosse dai governi che si sono alternati nel nostro paese hanno ridotto a brandelli il sistema scolastico e le prove INVALSI costituiscono un contributo deleterio in questa direzione come indicavano alcuni studenti del Volta in una lettera rivolta al Governo M5S-Lega.

Gli studenti nel loro documento esprimono chiaramente il loro dissenso verso un sistema che non vede più al primo posto la formazione di un pensiero critico e la valorizzazione di ognuno per le proprie inclinazioni e capacità, esaminano con chiarezza gli effetti che la promessa di finanziamenti agli istituti migliori ha sugli alunni con DSA o diversamente abili, spesso esclusi dalle prove INVALSI per mancanza di strumentazione adeguata.

La mobilitazione ha visto il coinvolgimento dei professori, a cui gli studenti si sono rivolti per rendere pubblica la loro azione, oltre che dei genitori, alcuni dei quali hanno partecipato alla redazione del documento.

Ciò ha dimostrato che gli studenti organizzati in collettivi studenteschi possono strutturarsi e dare vita a vere e proprie organizzazioni giovanili il cui obiettivo principale è quello di conoscere i problemi dell’istruzione e della propria scuola e radicarvisi coinvolgendo studenti di ogni classe e non solo.

I ragazzi inoltre hanno discusso collettivamente sul tipo di didattica che serve nelle scuole e si sono organizzati per trasformare le ore perse a crocettare caselle in momenti di discussione su temi di attualità che, al contrario delle prove INVALSI, aiutano a sviluppare una coscienza individuale.

L’esempio dei ragazzi di Colle Val d’Elsa può e deve infondere la fiducia necessaria ad avanzare verso la riconquista di uno dei diritti fondamentali, quello all’istruzione pubblica, che con l’avanzare della crisi, riforma dopo riforma continua a sgretolandosi come i solai sotto ai piedi degli studenti, degli insegnanti, del personale ATA.

L’azione degli studenti organizzati ha oggi un ruolo determinante, ha infatti la forza per incalzare il governo M5S-Lega a mantenere quello che ha promesso, ad esempio riformare il sistema di valutazione degli alunni, le INVALSI appunto, promosso dalla riforma della Buona Scuola.

Se vogliono dare continuità e respiro alla battaglia che hanno condotto gli studenti del liceo Volta ora portino in giro la propria esperienza, si mettano in contatto con studenti e collettivi di altre scuole, promuovano giornate di confronto tra studenti e di mobilitazione, spingano a ché ci siano dieci, cento, mille boicottaggi delle prove INVALSI, che si propaghino dieci, cento, mille mobilitazioni studentesche.

Campagne di boicottaggio come quelle della 5A e della 2A del liceo Volta contro le INVALSI devono essere promosse ed estese a ogni ambito, per contrastare le misure più reazionarie messe in campo dal Governo, come “scuole sicure”, per imporre le misure promesse in campagna elettorale, come l’abolizione della Buona Scuola, ma anche per mettere mano a quegli istituti che il contratto di governo non menziona, come l’abolizione di finanziamenti agli istituti paritari.

Cambiare il corso delle cose oggi è possibile attraverso l’intervento attivo delle masse popolari organizzate che elaborino e impongano dal basso le misure loro necessarie ed è in questa direzione che deve andare la mobilitazione delle organizzazioni giovanili affinché si occupino della propria scuola ed escano da questa per legarsi ad altre organizzazioni operaie e popolari.

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DOCUMENTO RIGUARDO LE MOTIVAZIONI DEL MOVIMENTO DI PROTESTA CONTRO LE PROVE INVALSI

La maggior parte degli studenti della 2ALC, “la maggior parte” perché ognuno di noi ha potuto compiere la propria scelta in modo autonomo, riflettendo sulle motivazioni, sulle prove in sé, senza ricevere alcuna pressione dal resto della classe, ha deciso di non svolgere le suddette prove in quanto le trova ingiuste o scorrette o non sufficienti  per valutare uno studente, soprattutto al compimento di un percorso tanto importante quanto la fine della scuola secondaria di secondo grado, come avverrà dal prossimo anno. Le ragioni che questi studenti si sentono di riportare sono le seguenti:

In primo luogo annullano di fatto la tanto lodata didattica italiana; infatti essa è famosa in tutto il mondo per essere ricca e variegata, completa, gli studenti che escono dalle scuole italiane sono alcuni tra i più validi. Perché rendere quindi parte fondamentale dell’esame di maturità un modello d’apprendimento anglosassone che non ci appartiene? La scuola italiana si basa infatti su un altro tipo di didattica, quella che richiede una buona esposizione orale e scritta, lo sviluppo di un pensiero critico, la partecipazione alla vita scolastica. Tutte cose di cui le prove INVALSI non tengono conto. Inoltre, in nessun modo questa scuola ci prepara ad affrontare test, o meglio, quiz, di questo tipo, essendo, come dicevamo prima, strutturata diversamente. Nel caso in cui avvengano delle esercitazioni esse rubano del tempo alle ore di scuola che servirebbero al completamento del programma, o costringono gli studenti a restare a scuola anche dopo la fine delle lezioni. Per questo noi le giudichiamo insufficienti per valutare la scuola italiana, mettendola solamente in competizione con le scuole e gli studenti di altri paesi, ponendo gli studenti e gli insegnanti in una condizione tale da dover “fare meglio” ad ogni costo, anche a discapito di quelle che sono le nostre lezioni “tradizionali”. Fin dall’inizio della loro carriera agli insegnanti è insegnato come personalizzare il loro metodo di insegnamento in base allo studente, di individuare quello che più si confà a lui e basare la propria didattica su quello. Somministrare poi all’alunno una prova che non tiene conto di tutto ciò, né della differenza tra le materie insegnate in una scuola (esempio banale quello di un istituto tecnico o professionale che conseguirà un risultato meno elevato nelle prove di matematica, essendo improntato su una didattica laboratoriale, di uno scientifico che nel proprio orario scolastico ha cinque ore di matematica a settimana), né del contesto socio-economico in cui gli studenti di una scuola vivono e da cui il loro apprendimento e la loro didattica possono essere influenzati, ci sembra scorretto nei riguardi degli insegnanti e degli studenti. In più, soprattutto durante gli anni delle superiori, noi in quanto studenti siamo tenuti a sviluppare un forte pensiero critico, perché una volta usciti dalla scuola dovremo confrontarci col mondo del lavoro. Eseguire le prove INVALSI, che si basano sull’inserire una crocetta nel quadratino giusto, a coronamento di questi cinque anni, sembra annullare tutto il grande lavoro fatto prima, dato che non è facile trovare la propria voce e farsi valere.

Un’altra delle cose di cui le prove INVALSI non tengono conto sono gli studenti con DSA o diversamente abili. Per gli studenti con DSA l’istituto INVALSI mette a disposizione misure compensative (fino ad un massimo di 15 minuti in più, sintetizzatore vocale, ingrandimento, dizionario, calcolatrice) e dispensative (esonero da una o più prove); gli studenti diversamente abili invece hanno la possibilità di avere delle prove personalizzate che però non verranno valutate dall’istituto INVALSI. In entrambi i casi tutto è lasciato al libero arbitrio della scuola e non dato dall’Istituto, rischiando che nella scuola ci sia un’unica aula computer per tutti gli studenti che devono svolgere le prove e dovendo far uscire dall’aula, al termine delle due ore, anche gli studenti che avrebbero diritto ad un quarto d’ora in più. Inoltre la scuola potrebbe non avere a disposizione sintetizzatori vocali o altro; in ogni caso, anche se i minuti in più venissero concessi, non sarebbero quelli a fare la differenza: infatti è proprio la struttura delle prove a mettere in difficoltà questi studenti che anche con 15 minuti in più non riuscirebbero a mettere in fila le lettere più velocemente o a non invertire i quadratini. Nel secondo caso invece alcune volte si ricorre a delle vere e proprie prove farlocche, che non valgono niente, escludendo di fatto questi studenti.

L’ istituto INVALSI richiede inoltre una quantità di finanziamenti assurda; infatti dal 2016 al 2019 compreso sono stati stanziati 24 milioni di euro (8 milioni l’anno) come riporta il Fatto Quotidiano. Noi pensiamo che tutti questi soldi non siano necessari per delle prove che non tengono conto delle inclinazioni e dei punti di forza degli studenti, soprattutto adesso che sono svolte online e soprattutto adesso che gli edifici scolastici italiani si trovano in condizioni precarie.

Le prove INVALSI ogni anno, portano con sé un paradosso: esse infatti dovrebbero essere usate soltanto a scopo statistico, ma non garantiscono l’anonimato. Questo fa si che alcuni professori utilizzino queste prove come normali prove di verifica, risalendo ai risultati dei propri studenti. Ciò che questi professori e molti degli studenti non sanno è che tutto ciò è negato dall’Istituto INVALSI stesso che nella sua informativa sulla privacy dice chiaramente che i dati personali forniti “verranno trattati esclusivamente per le finalità istituzionali delle INVALSI” e “in modo da essere resi anonimi all’esterno e all’interno dell’istituto, immediatamente dopo la raccolta”. Chiarisce poi che l’identificativo dello studente conosciuto dai docenti è utilizzabile solo per la “trasposizione dei dati sulla maschera elettronica e, una volta utilizzato per la predetta funzione, non è ulteriormente utilizzabile”.

E per ultimo ma non per importanza, riteniamo ingiusto che, come affermato dalla legge di stabilità del 2012, articolo 1 comma 149, i risultati delle prove INVALSI siano, dal 2014, un parametro secondo cui i finanziamenti vengono dati alle scuole.

La legge recita: “Per gli istituti e le scuole di ogni ordine e grado, le istituzioni educative e le università statali, tenendo conto delle rispettive specificità, sono definite, con decreto del Ministro dell’istruzione, dell’università e della ricerca, linee guida indirizzate alla razionalizzazione e al coordinamento degli acquisti di beni e servizi omogenei per natura merceologica tra più istituzioni, avvalendosi delle procedure di cui al presente comma. A decorrere dal 2014 i risultati conseguiti dalle singole istituzioni sono presi in considerazione ai fini della distribuzione delle risorse per il funzionamento.” Data la natura fraintendibile di questa legge, abbiamo chiesto l’aiuto di un avvocato che ha interpretato la legge come associabile alle prove INVALSI e alla distribuzione di risorse finanziarie agli istituti.

Non ci si basa più quindi sul numero degli studenti e sulle esigenze che una scuola ha rispetto ad un’altra, ma su una meritocrazia che individua scuole di serie A, B o C, rendendo folli presidi e insegnanti che per salire in testa alla classifica sacrificano tutto ciò che la scuola è per trasformarla in una “palestra per quiz”. Questi fondi andranno quindi a quelle scuole che in realtà non ne hanno davvero bisogno lasciando le scuole più disagiate in una situazione ancora più grave. È infatti provato che le scuole che hanno un contesto di disagio socio-economico tendono ad avere risultati peggiori in queste prove.

Fornendo queste motivazioni al consiglio dei docenti e al preside, la maggioranza degli studenti della 2ALC conferma la sua decisione a non voler partecipare a queste prove, ritenendole dannose per se stessa, per gli insegnanti e per la didattica italiana. 

Gli studenti della 2ALC

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