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[Italia] Vescovi contro il reddito di cittadinanza

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Marzo 12, 2019
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Il (nuovo) Partito comunista italiano ha chiamato il periodo degli ultimi trenta anni circa “putrefazione del regime democristiano”, per dire che il regime precedente, quello dove governò il partito della Democrazia Cristiana, instaurato alla fine della Seconda Guerra Mondiale e terminato con la morte di quel partito, ha continuato a esistere (e governare) ma come un cadavere putrefatto.[1] Dopo tutti questi decenni la decomposizione del cadavere mette in mostra il ruolo del Vaticano nel governo del paese, e allo stesso tempo, soprattutto, mostra alle masse popolari del paese la vera faccia del Vaticano, della Chiesa Cattolica e di chi la dirige. È tra le altre cose la faccia ipocrita del pedofilo che si spaccia per educatore e assistente per l’infanzia: è la Chiesa che fino alla fine dell’Ottocento dichiarava che insegnare a leggere e scrivere ai contadini era peccato, che poi, quando si istituirono le scuole elementari, volle che fosse insegnata la sua religione, cosa che ottenne grazie al consenso del governo fascista, con il Concordato del 1929 e che oggi si riunisce a Roma, costretta ad ammettere che il fenomeno della violenza sessuale sui bambini è esteso in tutto il suo corpo, dai vertici alle parrocchie e in estensione in tutti i paesi del mondo.

La Chiesa, oltre a spacciarsi come pastore dei bimbi innocenti, si spaccia come quella che difende i poveri e condanna i ricchi, come fa Bergoglio in ogni momento. Ora mostra la sua vera faccia e attacca i poveri, quelli a cui il reddito di cittadinanza assegna una quota di denaro il cui fine dichiarato è assicurare quelle condizioni di vita dignitose che ogni Stato deve assicurare ai suoi cittadini. I poveri, hanno detto ieri i vescovi, sono parassiti. L’articolo del Fatto Quotidiano riportato sotto entra in dettaglio su questa uscita dei vescovi.

È da cinquecento anni che la popolazione della penisola sopporta il peso di una Chiesa che non ha avuto alcun ruolo nel costruire un apparato produttivo. Non ha fabbriche. Assorbe ricchezza per il proprio fasto tramite le proprie banche e il proprio patrimonio immobiliare, due modi di arricchirsi senza produrre e quindi due modi di arricchirsi in modo parassitario. Questi si permettono di dichiarare che chi prende il reddito di cittadinanza è un parassita.

Ci hanno insegnato un proverbio: “Si dice il peccato ma non il peccatore”. Ce lo hanno insegnato perché sono loro, quelli che dicono il peccato, i peggiori peccatori: denunciano chi non paga le tasse e sono loro i primi a non pagarle, denunciano i parassiti e i primi sono loro, da secoli.

Il nuovo movimento comunista italiano è all’opera per fare pulizia di questo marciume e allo scopo chiama a raccolta la classe operaia e le masse popolari del nostro paese, e fa appello alle donne delle masse popolari: “La lotta per eliminare il potere politico della Chiesa Cattolica e il Vaticano è un aspetto essenziale della rivoluzione socialista nel nostro paese e proprio a questo aspetto è direttamente legata anche la lotta delle donne per la loro emancipazione.”[2]

***

I VESCOVI DANNO DEL “PARASSITA” A CHI È POVERO

Il Fatto Quotidiano8 Mar 2019» SILVIA TRUZZI

Navigator (e non era facile) non è la peggior parola che accompagna il dibattito sul reddito di cittadinanza, giunto ormai a livelli pornografici. Dopo mesi di “fannulloni” (in apertura anche mercoledì di Libero) e “divanisti” (su tutti i giornali), ci mancava “parassiti”. Ed è stupefacente che a pronunciarla, questa parola, siano i vescovi: “Tra i rischi del Reddito di cittadinanza c’è quello di attenuare la spinta a cercare lavoro o a convincere a rinunciare a offerte di lavoro che prevedano una retribuzione non distante da quanto previsto dal Reddito”, hanno detto i rappresentanti dell’Ufficio nazionale per la Pastorale sociale e del Lavoro della Cei e il Comitato scientifico delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani in audizione alla Camera. La scomunica si conclude così: “È enorme il rischio di aumentare queste forme di cittadinanza non solo passiva ma anche parassitaria nei confronti dello Stato”.

È l’effetto “spiazzamento” o “scoraggiamento” denunciato da Confindustria e dall’ex presidente dell’Inps Tito Boeri: 780 euro, ci hanno spiegato, è più o meno lo stipendio medio degli under 30 ed è superiore al salario di quasi il 45% dei dipendenti privati del Sud. Ora che lo dicono anche i vescovi, i giornali (quelli “della reazione”, come avrebbe detto Peppone) giubilano perché finalmente c’è qualcuno che fa opposizione al populismo. E porta perfino la tonaca e ha in mano il Vangelo dell’ama il prossimo tuo come te stesso.

C’È UN’OFFESA più svilente di “parassita”? No, ma del resto lo squallore a cui il Paese è giunto si misura dal fatto che se cinque milioni di poveri vengono sbeffeggiati quotidianamente a reti unificate nessuno se ne accorge mentre se un cantante famoso negli anni Ottanta viene ridicolizzato in televisione perché forse la moglie gli fa le corna, l’opinione pubblica s’indigna. Ora i destinatari del reddito di cittadinanza sono persone povere che non hanno un lavoro: e i poveri, ci risulta, dovrebbero essere al centro del messaggio evangelico tanto che la Chiesa è molto attiva nelle attività caritatevoli. Escludendo che siano i vescovi (occupati in ben altre questioni morali) a temere di perdere il lavoro, resta incomprensibile la ragione per cui vogliono colpevolizzare i destinatari del reddito, additandoli come parassiti. La nostra Costituzione è, nella prima parte, informata del principio di solidarietà e inclusione. Non solo il lavoro è fondamento del patto sociale che ci governa (la Carta, appunto), ma il lavoratore ha diritto (articolo 36) a una retribuzione sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa (cari Vescovi, non i 780 euro del reddito). E in caso di disoccupazione involontaria (articolo 38) è previsto che sia lo Stato a provvedere. Del resto, per farci capire, San Paolo (Tessalonicesi 3,1) la regola la enuncia chiaramente: “Chi non vuol lavorare, neppure mangi”.

La malizia del dibattito è tutta nell’alea della volontarietà: non lavori perché non ti sei dato abbastanza da fare, perché non sei disposto a fare sacrifici, a guadagnare una miseria, a essere precario per tutta la vita. La classe lavoratrice non esiste più, esistono i singoli più o meno capaci di cavarsela in una contrattazione che, ovviamente, non è mai un gioco alla pari. Nessuno che si domandi a chi conviene questo mercato del lavoro così frammentato in termini di diritti e sempre meno tutelato, dove chi lavora non riesce troppo frequentemente a mantenersi. Nessuno che punti il dito contro chi alimenta la ferocia di un capitale mai sazio di profitti, ormai completamente libero di agire perché le tutele dei lavoratori sono state via via smantellate (grazie, anche ma non solo, ai compagni del Pd).

COSÌ È NORMALE che il ministero del Lavoro pubblichi un bando in cui cerca consulenti qualificati (almeno 5 anni di esperienza in diritto nazionale, europeo, societario, bancario, dei mercati e intermediari finanziari) a titolo gratuito: tanto fa curriculum. Si lavora di più, si guadagna di meno, talvolta non si guadagna proprio. In questo quadro soffiare sul fuoco della guerra tra poveri fa il gioco di quelli che una volta si chiamavano padroni e ora sono i padroni del mondo: loro sono flessibili perché ci mettono una notte a delocalizzare una fabbrica. Volete che non siano flessibili anche le bocche di quelli che ci lavorano? Solo che la guerra tra poveri interessa solo quando si tratta di immigrati, per via del pericolo razzismo: è vero, siamo un Paese razzista, soprattutto perché tolleriamo ghetti e baraccopoli dove i migranti vengono sfruttati dai caporali per 5 euro al giorno.

Siamo sicuri che sia evangelico stare dalla parte degli sfruttatori e prendersela con gli ultimi chiamandoli “parassiti”?

[1] Vedi al riguardo Manifesto Programma del (nuovo)PCI, ed. Rapporti Sociali, Milano, 2008, Il regime DC e la sua putrefazione, pagg. 150 e seguenti.

[2] Manifesto Programma del (nuovo)PCI, pagg. 138-139.

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