Nel quadro di una “operazione antiterrorismo” finalizzata a “neutralizzare un nucleo eversivo” che, secondo le accuse, aveva condotto azioni militanti contro i CIE e i CPT, la polizia politica ha proceduto il 7 febbraio scorso ad arrestare 6 militanti anarchici e a sgomberare l’Asilo Occupato di via Alessandria a Torino.

Già questa “brillante operazione”, con lo spiegamento di ingenti forze, reparti di celere, Carabinieri e investigatori, dimostra quali siano le priorità a cui si dedicano le forze dell’ordine del nostro paese, un paese in cui il caporalato e il lavoro nero dilagano, la violenza contro le donne è cronaca quotidiana, l’evasione fiscale e la frode è una voce di guadagno di “rispettabili imprenditori” tanto quanto lo sfruttamento, le organizzazioni criminali proliferano fra speculazioni e traffici di rifiuti e continua senza sosta la strage sui posti di lavoro… Un paese in cui “sono liberi, vivi, vegeti, in affari e in attività: gli stragisti fascisti condannati per le bombe nelle piazze e sui treni; Mauro Moretti ex AD di Ferrovie dello Stato colpevole impunito della strage di Viareggio del 29 giugno 2009; gli amministratori delegati della Thyssen Krupp, colpevoli impuniti della morte dei 7 operai di Torino, il 6 dicembre del 2007; la famiglia Riva che ha avvelenato la Puglia e l’Italia e ha speculato sulla vita di migliaia di persone, ammalate di tumore per l’inquinamento di Taranto; Richard J. Ashby, e Joseph Schweitzer, rispettivamente pilota e co-pilota (quest’ultimo ha persino ammesso di aver distrutto le prove della precisa dinamica dell’incidente) del caccia americano che ha provocato la strage del Cermis nel 1998 perché volava a quota troppo bassa. E tanti altri fra preti pedofili e rampanti uomini di affari che chiudono aziende e lasciano per strada migliaia di famiglie, sgomberano case, devastano e saccheggiano il territorio e l’ambiente, truffano, abusano, sottomettono, spolpano e umiliano uomini e donne, bambini, giovani e anziani delle masse popolari, italiani e stranieri” – dalle Mozioni di solidarietà approvate dal V Congresso nazionale del P.CARC.

Il 7 febbraio reparti di guardie armate hanno assediato il quartiere Aurora dall’alba finché il gruppo di occupanti che resisteva, asserragliato sul tetto, non è stato costretto a scendere (dopo più di 24 ore), minacciando, picchiando e provocando in continuazione i solidali che accorrevano conto lo sgombero di una delle occupazioni più longeve e radicate della città.

Ma non è finita qui. Cariche e manganellate al corteo spontaneo che il movimento torinese ha promosso la sera stessa, ma soprattutto provocazioni, cariche, botte da orbi al corteo che il 9 febbraio ha attraversato Torino, un corteo partecipato da migliaia di persone, ben decise a non sottomettersi a quella che, palesemente, è una dichiarazione di guerra all’autorganizzazione popolare. Dove non sono arrivati i manganelli, ci hanno pensato i giornali di regime a dare la stura alle ricostruzioni del Questore, alle motivazioni della Prefettura, a indicare, criminalizzare, riconoscere, isolare “i terroristi e i loro sostenitori”.

Ma qualcosa è andato storto. Perchè i giornalisti hanno raccolto molte voci e testimonianze di solidarietà con gli occupanti dell’Asilo, con chi ha resistito allo sgombero sul tetto, con chi è sceso in corteo e si è difeso dalle manganellate e dagli idranti, con chi si è ripreso un pezzo di città contro la militarizzazione e le provocazioni, i divieti e i fogli di via.

Nicoletta Dosio ha preso posizione pubblicamente. Monica Gagliardi, consigliera comunale di Giaglione, storica e generosa attivista NO TAV, ha coraggiosamente rivendicato la sua presenza al corteo e si è rifiutata di “prendere le distanze dalla mobilitazione e criminalizzare il movimento. Altri consiglieri comunali di Torino (come Carretto e Albano del M5S e Montalbano di Dema) si sono schierati contro lo sgombero dell’Asilo e le violenze poliziesche.

Il 12 febbraio il SAP (Sindacato Autonomo di Polizia, che fa capo a Tonelli, eletto nel marzo scorso alla Camera con la Lega), nella persona di Stefano Paoloni, ha pubblicamente chiesto le dimissioni di Monica Gagliardi da consigliere comunale poiché “chi rappresenta le istituzioni, ma non rispetta i dettami costituzionali non può ricoprire quel ruolo” (La Stampa cronaca di Torino). Da che pulpito! Il SAP! Quel sindacato i cui delegati a congresso hanno omaggiato con un applauso gli agenti condannati per l’omicidio di Federico Aldrovandi (in buona compagnia col COISP, altro sindacato “democratico” e “garante dei dettami costituzionali” che ha organizzato un presidio sotto il posto di lavoro della madre di Federico Aldrovandi).

Questa “settimana di ordinaria follia” poliziesca suscita molte riflessioni. Prima di tutto esprimiamo piena e incondizionata solidarietà a tutti gli arrestati e gli inquisiti. Quali che siano le differenze ideologiche e pratiche, di attivismo e militanza, chi si schiera e si mobilita contro il programma comune della borghesia imperialista merita il sostegno e la solidarietà di fronte agli attacchi del nemico. Siamo solidali con Monica Gagliardi e gli altri consiglieri comunali che per non essersi accodati al coro di accuse, montature e criminalizzazioni sono criminalizzati loro stessi. La verità è che il paese tutto, zona per zona, comune per comune, ha bisogno di eletti simili che si mettono in gioco per affermare gli interessi delle masse popolari.

L’attacco all’Asilo Occupato e all’area politica che lo ha animato per 24 anni è il frutto dei tempi. Tempi di crisi generale in cui alla classe dominante non rimangono che l’intossicazione dell’opinione pubblica, la diversione dalla lotta di classe delle ampie masse popolari e la repressione dispiegata e su ampia scala per mantenere il suo ruolo. Un ruolo tanto oppressivo da risultare praticamente, cioè emerge dall’esperienza concreta di milioni di persone, intollerabile. Per questo gli embrioni di organizzazione, le reti alternative e antagoniste, le esperienze di autorganizzazione e autogestione sono un nemico giurato per le vecchie autorità borghesi.

La risposta all’operazione poliziesca è anch’essa frutto dei tempi. Tempi in cui nonostante gli sforzi per inquinare la comprensione della realtà, la classe dominante non riesce più a nascondere il suo ruolo e la natura del suo sistema. Pertanto “di fronte a un ordine sociale ingiusto, il disordine è il primo passo per costruire un ordine sociale giusto”: la classe dominante semina oppressione, repressione, terrorismo e raccoglie ribellione e odio di classe.

A chi si ribella il compito di trasformare l’iniziativa difensiva, di reazione, in pratica offensiva per abbattere il capitalismo, il compito di approfittare delle crepe e delle contraddizioni nel sistema della classe dominante e promuovere la costruzione del nuovo potere basato sull’organizzazione, la mobilitazione e il protagonismo delle masse popolari, promuovere la rivoluzione socialista. Questo è ciò contro cui si infrange la diversione dalla lotta di classe e l’intossicazione dei cuori e delle menti promosse dalla borghesia. La resistenza alla repressione, la lotta alla repressione e la promozione della solidarietà di classe è ciò che spunta le armi del nemico. Che oggi è forte, nella misura in cui mobilita centinaia di poliziotti e carabinieri armati fino ai denti per arrestare, sgomberare e picchiare, ma è anche debole, poiché non riesce a impedire che si levi da Torino e in tutto il paese il grido di solidarietà e lotta di chi osa resistere, di chi osa lottare e di chi osa vincere. Che oggi è forte perché l’Asilo Occupato in via Alessandria non c’è più, ma è anche debole perché non è riuscito a creare coesione e sostegno attorno a sé stesso e al suo regime (ha spaccato persino la maggioranza in consiglio comunale e deve ricorrere alle minacce per placare la denuncia e la critica).

“Senza una scienza e un piano non è possibile fare la rivoluzione socialista, poiché essa non si riduce a una sollevazione generalizzata delle masse popolari, non è un’insurrezione più o meno lunga e non si limita a essere una fase di lotta armata contro le forze della borghesia: è una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata diretta dal partito comunista, fatta di fasi (difensiva strategica, equilibrio strategico e offensiva strategica) ognuna delle quali è composta da operazioni, battaglie e campagne.

Ogni soluzione, ogni prospettiva, ogni “alternativa” che non sia la rivoluzione socialista è una toppa che finirà, più prima che poi, con l’allargare il buco per riparare il quale è stata applicata. La crisi generale del capitalismo ha raggiunto un livello tale che la sostituzione della classe dirigente della società (la borghesia imperialista) e la trasformazione del modo di produzione conforme agli interessi della nuova classe dirigente (la classe operaia) sono urgenti.

La crisi avanza, le masse popolari si mobilitano per resistere ai suoi effetti, l’eredità della prima ondata della rivoluzione proletaria ha sedimentato nel nostro paese un ampio schieramento di elementi della sinistra borghese, il movimento comunista cosciente e organizzato è ancora debole per dirigere nella guerra popolare rivoluzionaria le ampie masse. Che fare?

  1. Trasformare la resistenza spontanea delle masse popolari contro gli effetti della crisi in lotta politica rivoluzionaria partendo da quello che la parte già organizzata delle masse popolari fa e pensa già, costituire organizzazioni operaie e popolari in ogni azienda capitalista e pubblica, in ogni istituzione e in ogni zona. Esse sono oggi lo strumento attraverso cui le masse fanno una scuola di organizzazione in modo autonomo dalla borghesia e saranno gli organismi che costituiranno la rete del nuovo potere man mano che il movimento comunista cosciente e organizzato si sviluppa e cresce; esse sono per il nostro paese ciò che furono i soviet per la Russia rivoluzionaria;
  2. approfittare della debolezza della classe dominante (la breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico e la successiva formazione del governo M5S-Lega ne è chiara espressione) e delle contraddizioni fra fazioni della classe dominante per imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare, valorizzando a questo fine tutti gli esponenti della sinistra borghese, delle amministrazioni locali, del mondo sindacale e della società civile più progressisti che vogliono avere (o mantenere) un ruolo di prestigio fra le masse popolari di cui godono della fiducia. Il Governo di Blocco Popolare non è l’equivalente dell’instaurazione del socialismo e non ne è nemmeno la sua brutta copia: esso è il processo attraverso cui avanza la rivoluzione socialista e rinasce il movimento comunista cosciente e organizzato poiché è l’esperienza pratica con cui le masse popolari – e in particolare la classe operaia – imparano a organizzarsi, a darsi i mezzi per affermare i loro interessi, imparano a diventare la nuova classe dirigente della società dirigendo il paese.

La rivoluzione socialista non scoppia, né cade dal cielo. La guerra popolare rivoluzionaria inizia quando nasce il partito comunista che la dirige. Per questo, esattamente come ogni cosa esiste (anche se a un livello tale che la comune percezione impedisce di vedere) da quando è stata costituita la Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo)PCI, nel 1999, e a maggior ragione da quando nel 2004 è stato fondato il (nuovo)PCI, la rivoluzione socialista in Italia è in corso (vedi “1999 – 2019: Il Ventesimo anniversario della CP del congresso di fondazione del (n)PCI”) e la costituzione del Governo di Blocco Popolare è il campo in cui il P.CARC vi contribuisce e vi partecipa da “Una scienza e un piano per la rivoluzione socialista” – Resistenza n. 2/2019.

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