Editoriale

La principale accusa che i partiti delle Larghe Intese muovono contro il governo M5S-Lega è quella di continuare le stesse politiche delle Larghe Intese. “I soldi per la riforma delle pensioni e per il reddito di cittadinanza sono insufficienti”, gridano quelli che promuovono l’innalzamento dell’età pensionabile e che hanno imposto l’abolizione dell’articolo 18; “il testo della Legge di Bilancio l’ha scritto la Commissione Europea”, gridano gli stessi che hanno introdotto il Fiscal Compact e il pareggio di bilancio in Costituzione, quelli che a colpi di “ce lo chiede l’Europa” hanno smantellato i diritti e le tutele conquistati con anni di lotte della classe operaia e delle masse popolari; “è stato esautorato il Parlamento”, denunciano quelli che lo hanno fatto diventare l’ufficio di ratifica delle decisioni del governo e che hanno partecipato al mercato delle vacche fra maggioranza e opposizione, che hanno svenduto i rimasugli di sovranità popolare restringendo in mille modi la partecipazione delle masse popolari al teatrino della politica borghese. Con queste accuse e altre manovre diversive provano a convincere i lavoratori e le masse popolari che “è meglio tornare indietro”, “è meglio ritirare la fiducia a questi improvvisati della politica del M5S”.

Al carro delle Larghe Intese si colloca, suo malgrado, la sinistra borghese che rivendica con orgoglio la propria diversità dalle Larghe Intese. Sembra un gioco di parole, ma non lo è. Essa si distingue dalla Larghe Intese perché è critica verso il programma comune della borghesia imperialista, ma è al loro carro perché la sua principale attività è denunciare i misfatti del governo M5S-Lega, la presunta incoerenza del M5S e il “moderno fascismo” della Lega. Se è chiaro che i partiti delle Larghe Intese cercano il modo di recuperare almeno parte del consenso che hanno perso, rimane più fumosa l’alternativa proposta dai partiti della sinistra più o meno radicale.

Alcuni, ad esempio il PRC, sperano di recuperare un consenso elettorale fra quella parte di elettori di sinistra che il 4 marzo ha votato M5S, contando su un’eventuale delusione suscitata dal “governo del cambiamento” e poter influenzare, magari dall’interno, un futuro e ipotetico governo di Centro sinistra. Una specie di riedizione del governo Tsipras in Grecia o del governo Prodi-bis in Italia che però, dato l’esito delle precedenti edizioni, è una possibilità ben lontana dall’avverarsi.

Altri, ad esempio Potere al Popolo, aspirano a entrare in Parlamento per fare la sponda politica al movimento delle masse popolari. Ma questo è un ruolo storicamente esaurito di cui il “grande PRC” è stato ultimo testimone fino a farsi consumare dal cretinismo parlamentare del suo gruppo dirigente nella disfatta del già citato governo Prodi-bis.

Altri ancora, in particolare i continuatori del vecchio movimento comunista, come nel caso del PC di Rizzo, dicono che la prospettiva è “la rivoluzione”, ma non dicono come farla e cosa fanno per farla, il che equivale a esprimere un desiderio irrealizzabile, bello e impossibile.

Stabilito che ogni prospettiva che pone come principale sviluppo, se non unico, la via elettorale è una patologica forma di coazione a ripetere più che una vera linea politica, ci concentriamo sulla “prospettiva della rivoluzione”: sia perché è di gran lunga la più concreta e realistica rispetto alla velleità di condizionare un ipotetico governo di centro-sinistra guidato dal PD, sia perché i sostenitori della necessità di una rivoluzione sono presenti anche fra coloro che perseguono la via elettoralista.

Una scienza e un piano per la rivoluzione socialista. Anzitutto non è secondario specificare che parliamo di rivoluzione socialista, cioè la lotta finalizzata a instaurare il socialismo, fase inferiore del comunismo.

Già in questo usiamo la scienza, poiché fra chi parla di rivoluzione, ognuno ha una sua idea, ma solo la rivoluzione socialista è l’unico salto evolutivo possibile stanti i presupposti creati dal capitalismo con lo sviluppo del carattere collettivo dei mezzi di produzione e il livello che l’umanità ha raggiunto nel suo sviluppo.

Senza una scienza e un piano non è possibile fare la rivoluzione socialista, poiché essa non si riduce a una sollevazione generalizzata delle masse popolari, non è un’insurrezione più o meno lunga e non si limita a essere una fase di lotta armata contro le forze della borghesia: è una guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata diretta dal partito comunista, fatta di fasi (difensiva strategica, equilibrio strategico e offensiva strategica) ognuna delle quali è composta da operazioni, battaglie e campagne.

Ogni soluzione, ogni prospettiva, ogni “alternativa” che non sia la rivoluzione socialista è una toppa che finirà, più prima che poi, con l’allargare il buco per riparare il quale è stata applicata. La crisi generale del capitalismo ha raggiunto un livello tale che la sostituzione della classe dirigente della società (la borghesia imperialista) e la trasformazione del modo di produzione conforme agli interessi della nuova classe dirigente (la classe operaia) sono urgenti.

La crisi avanza, le masse popolari si mobilitano per resistere ai suoi effetti, l’eredità della prima ondata della rivoluzione proletaria ha sedimentato nel nostro paese un ampio schieramento di elementi della sinistra borghese, il movimento comunista cosciente e organizzato è ancora debole per dirigere nella guerra popolare rivoluzionaria le ampie masse. Che fare?

  1. Trasformare la resistenza spontanea delle masse popolari contro gli effetti della crisi in lotta politica rivoluzionaria partendo da quello che la parte già organizzata delle masse popolari fa e pensa già, costituire organizzazioni operaie e popolari in ogni azienda capitalista e pubblica, in ogni istituzione e in ogni zona. Esse sono oggi lo strumento attraverso cui le masse fanno una scuola di organizzazione in modo autonomo dalla borghesia e saranno gli organismi che costituiranno la rete del nuovo potere man mano che il movimento comunista cosciente e organizzato si sviluppa e cresce; esse sono per il nostro paese ciò che furono i soviet per la Russia rivoluzionaria;
  2. approfittare della debolezza della classe dominante (la breccia che le masse popolari hanno aperto nel sistema politico e la successiva formazione del governo M5S-Lega ne è chiara espressione) e delle contraddizioni fra fazioni della classe dominante per imporre un governo di emergenza delle masse popolari organizzate, il Governo di Blocco Popolare, valorizzando a questo fine tutti gli esponenti della sinistra borghese, delle amministrazioni locali, del mondo sindacale e della società civile più progressisti che vogliono avere (o mantenere) un ruolo di prestigio fra le masse popolari di cui godono della fiducia. Il Governo di Blocco Popolare non è l’equivalente dell’instaurazione del socialismo e non ne è nemmeno la sua brutta copia: esso è il processo attraverso cui avanza la rivoluzione socialista e rinasce il movimento comunista cosciente e organizzato poiché è l’esperienza pratica con cui le masse popolari – e in particolare la classe operaia – imparano a organizzarsi, a darsi i mezzi per affermare i loro interessi, imparano a diventare la nuova classe dirigente della società dirigendo il paese.

La rivoluzione socialista non scoppia, né cade dal cielo. La guerra popolare rivoluzionaria inizia quando nasce il partito comunista che la dirige. Per questo, esattamente come ogni cosa esiste (anche se a un livello tale che la comune percezione impedisce di vedere) da quando è stata costituita la Commissione Preparatoria del congresso di fondazione del (nuovo)PCI, nel 1999, e a maggior ragione da quando nel 2004 è stato fondato il (nuovo)PCI, la rivoluzione socialista in Italia è in corso (vedi l’articolo “Darsi i mezzi…” a pag. 1) e la costituzione del Governo di Blocco Popolare è il campo in cui il P.CARC vi contribuisce e vi partecipa.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here