Rilanciamo a seguire l’appello per la raccolta firme contro l’obbligo di fedeltà aziendale e per il diritto di parola lanciato, nella sua prima versione, in occasione dell’assemblea operaia tenutasi a Pomigliano lo scorso 23 giugno.

Questa raccolta firme va intesa come una linea di sviluppo operativa di quell’appuntamento, linea che sosteniamo per la possibilità che rappresenta di alimentare nuovo attivismo negli stabilimenti, indipendentemente dalle sigle sindacali dei singoli operai o dall’adesione a nessun sindacato.

La battaglia contro la fedeltà aziendale è battaglia che riguarda ampi settori della produzione di beni e servizi del nostro paese sia pubblica che privata. I lavoratori della Sanità pubblica, in particolare, stanno proprio in questo momento, come espresso in alcune assemblee popolari in Toscana e Campania, dibattendo sulla necessità di mobilitarsi contro questa legge. Prendano esempio dalla classe operaia nel lanciare la mobilitazione per la raccolta firme ma soprattutto applichino il principio che è legittimo tutto ciò che va negli interessi della classe operaie e delle masse popolari anche se illegale.

 

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14.07.2018

Obbligo di fedeltà: per la libertà di parola e l’eguaglianza di fronte alla legge

Due anni fa lanciammo una mobilitazione contro il licenziamento di cinque operai cassintegrati della Fiat di Pomigliano “colpevoli” di aver espresso il dolore e la rabbia per il suicidio di tre compagni di fabbrica, privati – non diversamente da loro – di ogni prospettiva di occupazione. Ci parve che gli amministratori della giustizia avessero rimesso il mondo sul suo asse, perché la Corte d’appello, smentendo il Tribunale del lavoro, diede ragione a Mimmo Mignano e ai suoi quattro coraggiosi compagni, ordinando alla Fiat Chrysler Automobiles il pieno reintegro. Cosa che però la FCA non fece, limitandosi a versare il salario senza permettere ai cinque di varcare i cancelli della fabbrica, quasi fossero pericolosi criminali, mentre invece portò la vicenda in Cassazione.

Dopo un tempo lunghissimo – due anni, che i cinque hanno trascorso in attesa e sospensione nel vuoto – il 6 giugno 2018 la Cassazione ha reso nota la sentenza con cui accoglieva il punto di vista aziendale, sancendo l’obbligo di “fedeltà” all’azienda fuori dall’orario di lavoro.

Secondo i giudici di Cassazione, i cinque avrebbero posto in essere «comportamenti che compromettevano sul piano morale l’immagine del datore di lavoro», venendo meno all’«obbligo di fedeltà a carico del lavoratore subordinato» richiamato dall’articolo 2105 del Codice civile. Questo a dispetto del fatto che l’articolo in questione dispone – semplicemente – che «il prestatore di lavoro non deve trattare affari, per conto proprio o di terzi, in concorrenza con l’imprenditore, né divulgare notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione dell’impresa, o farne uso in modo da poter recare ad essa pregiudizio».

Stiamo parlando di una norma studiata per salvaguardare gli interessi dell’azienda rispetto ad eventuali competitori, che vieta al dipendente di mettersi in concorrenza con il proprio datore di lavoro, legandolo alla riservatezza sui segreti aziendali. Come può una simile disposizione essere indirizzata a operai che, con mansioni esecutive spesso limitate a una sola linea di produzione, o al massimo a un reparto, nemmeno lontanamente possono «trattare affari per conto proprio o di terzi», né tantomeno conoscere «notizie attinenti all’organizzazione e ai metodi di produzione»?

La sentenza ratifica una ratio secondo cui non conta la sofferenza dei deboli ma l’immagine pubblica del padrone; in cui non si protegge l’onorabilità dei suicidi ma quella della controparte, indipendentemente dall’immane disparità del rapporto di forza.

Anno dopo anno, in Italia è stata intaccata la fondamentale funzione esercitata dalla disciplina del diritto del lavoro, diretta a bilanciare lo squilibrio nel rapporto di forza fra imprenditore e dipendente.

Privati persino del diritto di protestare, di gridare il proprio dolore e offesa, cosa lo Stato intende lasciare ai suoi cittadini cassintegrati, licenziati, disoccupati, oltre all’abisso di gesti autolesivi?

Contro questa sentenza, che apre pericolose contraddizioni sull’interpretazione dell’obbligo di fedeltà cui sarebbero assurdamente sottoposti i dipendenti aziendali, intendiamo sostenere non solo Mimmo Mignano e i suoi compagni, ma i numerosi lavoratori licenziati per aver espresso pubblicamente opinioni critiche sulle scelte del proprio datore di lavoro, benché fuori dall’orario e dalle sedi di impiego.

Una simile interpretazione adatta ai casi concreti i principi generali della fedeltà e dell’auto-dominio, e così facendo sancisce l’asservimento dei lavoratori, li condanna al silenzio, li rende ricattabili nella sfera pubblica, riduce la persona umana al mero scambio lavorativo appropriandosi anche della parte di esistenza che è fuori dall’orario di lavoro, disconosce la tutela della dignità dell’uomo sancita dalla Costituzione.

Le recenti riforme del lavoro hanno modificato le relazioni tra lavoratori e datori di lavoro, indebolendo le tutele dei primi a favore dei secondi. Quanto sta accadendo non è solo il risultato di cambiamenti normativi ma l’indice di una profonda involuzione culturale, politica e umana, che minaccia lo stesso sistema democratico del nostro Paese.

La sentenza contro i cinque della FCA segna un salto simbolico al quale intendiamo opporci, perché va a colpire operai che hanno attuato una protesta sindacale utilizzando espressioni satiriche, per quanto aspre, all’unico scopo di dar voce all’angoscia esistenziale che nasce dalla precarietà del lavoro, dall’umiliazione dell’essere considerati scarti dell’umanità, dal dolore per i numerosi compagni che negli anni, alla Fiat e in tutta Italia, si sono suicidati per la perdita del lavoro.

Anche noi crediamo nell’obbligo di fedeltà: quello alla dignità di chi si oppone, e quello alla memoria di chi soccombe. Per questo lanciamo una campagna con la quale chiediamo al Legislatore di regolamentare la normativa sull’obbligo di fedeltà limitandone l’interpretazione a ciò che effettivamente dice, cioé la difesa dell’azienda rispetto alla concorrenza, e chiediamo alla Cassazione di revocare e correggere l’attuale interpretazione.

Per sottoscrivere l’appello qui. Oppure via mail.

 

PRIMI FIRMATARI

  1. Andrea Vitale, maestro, pubblicista
  2. Daniela Padoan, scrittrice
  3. Alessandro Arienzo, Università di Napoli “Federico II”
  4. Franco Rossi, docente e pubblicista
  5. Guido Viale, economista
  6. Paolo Maddalena, vicepresidente emerito della Corte Costituzionale, presidente Attuare la

Costituzione

  1. Erri De Luca, scrittore
  2. Massimo Cacciari, filosofo
  3. Marco Travaglio, giornalta, direttore de Il Fatto Quotidiano
  4. Luigi De Magistris, sindaco di Napoli
  5. Moni Ovadia, attore
  6. Ascanio Celestini, attore e regista
  7. Padre Alex Zanotelli, missionario comboniano
  8. Massimo Villone, costituzionalista, professore emerito di diritto costituzionale all’Università degli Studi di Napoli
  9. Livio Pepino, magistrato, già presidente di Magistratura democratica e componente del CSM
  10. Lorenza Carlassare, giurista e costituzionalista
  11. Luigi Ferrajoli, giurista, professore di filosofia del diritto allUniversità di Camerino
  12. Riccardo Petrella, professore emerito dellUniversità Cattolica di Lovanio (Belgio)
  13. Giuseppe Del Bene, già magistrato del lavoro
  14. Alessandra Ballerini, avvocato
  15. Giuseppe De Marzo, responsabile politiche sociali di Libera
  16. Eleonora Forenza, parlamentare europea, Gruppo GUE/NGL
  17. Luigi De Giacomo, fondatore “Attuare la Costituzione”
  18. Don Peppino Gambardella, parroco di Pomigliano
  19. Francesco Pallante, professore di diritto costituzionale all’Università di Torino
  20. Annamaria Rivera, antropologa
  21. Maria Grazia Meriggi, docente di storia delle culture politiche e dei movimenti sociali europei all’Università di Bergamo
  22. Barbara Pezzini, ordinaria di diritto costituzionale, prorettrice con delega alle politiche di equità e diversità dell’Università di Bergamo
  23. Giuseppe Marziale, avvocato
  24. Giuseppe Antonio Di Marco, Università di Napoli “Federico II”
  25. Valeria Parrella, scrittrice
  26. Francesca Fornario, giornalista e scrittrice
  27. Franco Lorenzoni, maestro
  28. Riccardo Bellofiore, professore di economia politica all’Università di Bergamo
  29. Piero Bevilacqua, storico
  30. Gruppo musicale Lo Stato sociale
  31. Giuseppe Aragno, storico
  32. Donato Auria, operaio indotto FCA Melfi
  33. Domenico De Stradis, operaio FCA Melfi
  34. Andrea Di Paolo, operaio FCA Termoli
  35. Piero Azzoli, operaio FCA Cassino
  36. Teresa Elefante, operaio FCA Mirafiori
  37. Rosario Monda, operaio FCA Pomigliano, reparto logistico Nola
  38. Andrea Tortora, operaio FCA Pomigliano, reparto logistico Nola
  39. Giorgio Cremaschi, Piattaforma Sociale Eurostop
  40. Mario Agostinelli, Energia Felice, già segretario generale della CGIL Lombardia
  41. Piero Basso, presidente Costituzione Beni Comuni
  42. Emilio Molinari, Comitato Acqua Pubblica, già parlamentare europeo
  43. Franco Calamida, già deputato del Parlamento italiano
  44. Vittorio Agnoletto, medico, già parlamentare europeo
  45. Giuseppe Cacciatore, professore emerito Università Napoli, Accademico dei Lincei
  46. Maria Rosaria Marella, docente Diritto Costituzionale, Università di Perugia
  47. Nicola Magliulo, docente e pubblicista
  48. Maurizio Acerbo, segretario nazionale PRC
  49. Giovanni Russo Spena, dirigente nazionale PRC
  50. Gianluca Carmosino, redazione Comune-info.net
  51. Alessandro Portelli, storico
  52. Damiano Colletta, sindaco di Latina
  53. Claudio Serpico, docente Università Federico II Napoli
  54. Michele Tripodi, sindaco di Polistena
  55. Giovanna Vertova, docente di economia politica
  56. Marco D’Isanto, commercialista e pubblicista
  57. Giovanni De Stefanis, Assoc. Libertà e Giustizia, Circolo di Napoli

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