Viviamo in uno stato di guerra. Una guerra non aperta, ma sottile, logorante, diffusa, che miete migliaia di vittime. In tanti intorno a noi parlano di una situazione incontrollabile, paurosa e destabilizzante. “Il mondo sta andando a rotoli, si salvi chi può” dicono in tanti, confermando più o meno quello che a cantilena giornali, radio e organi di informazione diffondono urbi et orbi. Lo sviluppo dell’azione di governo di Donald Trump, azione di governo che indigna e smuove le coscienze delle masse popolari più progressiste e della sinistra borghese che sembra non capacitarsi di come “uno così” sia salito sul gradino più alto del mondo. Il lampi, i tuoni e le saette che The Donald scaglia contro paesi oppressi del proprio continente e del resto del mondo lasciano sbigottiti e atterriti i più anche se sbigottimento e atterrimento non rendono chiaro il quadro e non ci rivelano come quella di Trump sia solo la faccia più meschina e spudorata della borghesia imperialista e come le politiche di aggressione verso altri paesi siano andate avanti anche con Obama, Clinton e altri esponenti democratici.

Dentro e fuori dagli Stati Uniti le politiche messe in campo dai gruppi imperialisti americani e sionisti sono di devastazione sociale, culturale e ambientale. La borghesia imperialista, negli Stati Uniti più che altrove, non fa altro che mostrare il suo livello attuale di controllo sociale ed economico, la sua incapacità e impossibilità di pianificare alcunché, il suo essere classe dirigente di un mondo vecchio che, mentre muore, spinge perché nasca il nuovo. Le fanfare della gerra imperialista diffondono messaggi di morte in tutto il mondo. Sono degli ultimi giorni le notizie delle bombe imperialiste americane sganciate in Siria, Afganistan e le provocazioni della Marina USA contro la Corea del nord. Gli scontri tra gruppi imperialisti avanzano giorno dopo giorno e la guerra di sterminio non dichiarata contro le masse popolari miete sempre maggiori vittime. Per quanti morti produce, però, l’imperialismo non può fare a meno di alimentare la mobilitazione delle masse popolari e favorire le condizioni per la rivoluzione socialista, altro che mondo che va a rotoli e depressioni sul destinio infame. La situazione è infame per la borghesia e per il suo potere sul mondo, è invece eccellente per le masse popolari e per i comunisti che la sapranno sfruttare.

Tutto questo sviluppo mostra una serie di dati oggettivi innegabili. Il fatto che le contraddizioni fra gruppi imperialisti e la contraddizione fra borghesia imperialista e masse popolari (quest’ultima è l’aspetto dirigente) rendono particolarmente acuta la contraddizione sul fronte interno per le potenze imperialiste, motivo per il quale i gruppi imperialisti predominanti, gli USA sono l’esempio più lampante, cercano in ogni modo di deviare la contraddizione interna riversandola all’esterno, cioè contro i governi dei paesi oppressi dall’imperialismo e gli stati “canaglia” e, inevitabilmente, anche contro altre fazioni dei gruppi imperialisti concorrenti. Questo processo, però, cozza con lo struttura del sistema capitalista e dell’imperialismo dato che la società è arrivata a un punto che è benissimo in grado di produrre il necessario per assicurare a tutti quanto serve per vivere dignitosamente. Lo scoglio da superare è la proprietà privata dei mezzi di produzione e su ciò che si produce.

Dentro e fuori dagli Stati Uniti le politiche messe in campo dai gruppi imperialisti americani e sionisti sono di devastazione sociale, culturale e ambientale. La borghesia imperialista, negli Stati Uniti più che altrove, non fa altro che mostrare il suo livello attuale di controllo sociale ed economico, la sua incapacità e impossibilità di pianificare alcunché, il suo essere classe dirigente di un mondo vecchio che, mentre muore, spinge perché nasca il nuovo. L’unica società in grado di assicurare ad ogni essere umano quanto serve per vivere e garantirne il suo pieno sviluppo, è la società socialista. Questo è l’obiettivo a cui tendere a partire ognuno dal proprio paese. Obiettivo che oggi, in Italia, passa attraverso la costruzione di un Governo di Blocco Popolare promosso dagli organismi operai e popolari, che attui misure di emergenza in grado di garantire ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso, che inizi a rimettere in piedi il paese, che elimini le produzioni dannose a vantaggio di quelle ecosostenibili, che bonifichi i territori inquinati e recuperi quelli in dissesto e che soprattuto faccia suo l’obettivo di dichiarae guerra alla guerra imperialista, liberare il paese dagli occupanti imperailisti!

***

Da Il Manifesto del 15,04

Pyongyang a Trump: «Risposta sarà spietata». Si temono test nucleari

Usa/Corea del Nord. Oggi nel 105esimo anniversario della nascita di Kim Il-sung, Eterno Presidente, lungo le coste nordcoreane arriva l'”Armada” statunitense. La paura di un’escalation militare corre dalla Cina alla Corea del Sud

Mentre leggete queste righe in Corea del Nord saranno già iniziati da alcune ore i festeggiamenti per il 105esimo anniversario della nascita di Kim Il-sung, Eterno Presidente, padre della patria e nonno dell’attuale leader nordcoreano Kim Jong-un.

Oggi, 15 aprile, è il «Giorno del Sole», la principale festività del calendario nordcoreano, coperta da decine di giornalisti stranieri invitati a nord del 38esimo parallelo per narrare, parole di Pyongyang, «un grande evento».

Il timore che all’annunciata parata militare tra le strade della capitale si possa aggiungere un test nucleare – corroborato dall’analisi di immagini satellitari da parte degli esperti del portale 38 north, che registrano un’attività inusuale a Punggye-ri, nel nordest del paese, dove si sono tenuti quattro test nucleari negli ultimi dieci anni – ha angosciato le cancellerie di mezzo mondo, in coincidenza con uno scambio di provocazioni tra Pyongyang e Washington mai così serrato nella storia recente.

Solo nella giornata di ieri, mentre l’«armada» statunitense capitanata dalla portaerei USS Carl Vinson si avvicinava alle coste coreane, attraverso un comunicato affidato all’agenzia di stampa nordcoreana Kcna l’esercito nordcoreano si è detto pronto a rispondere «senza pietà» alla provocazione degli Stati uniti: «La nostra più dura contromossa ai danni degli Stati uniti e dei loro vassalli sarà sferrata in maniera così spietata da non permettere a nessun aggressore di sopravvivere».

La concatenazione di eventi capace di far degenerare la situazione in Asia Orientale potrebbe essere questa: Pyongyang porta avanti un test nucleare, Trump – in una settimana in cui ha mostrato gli inquietanti muscoli dell’arsenale militare prima in Siria e poi in Afghanistan – risponde con un attacco contro la Corea del Nord, che a sua volta porterebbe lo scontro a livello termo-nucleare contro invasori americani e Corea del Sud (per cominciare).

Una prospettiva che ha molto di terrorismo mediatico e che se non sembra angosciare più di tanto né la popolazione nordcoreana (convinta che se sarà guerra, la vittoria sarà la loro in quanto «paese più forte del mondo») né quella sudcoreana (impegnata oggi nella celebrazione della «festa dei single») ma che ha comunque già spinto tutti i candidati alla presidenza sudcoreana ad appellarsi a Washington, auspicando più cautela per evitare un conflitto che metterebbe a repentaglio soprattutto la vita dei milioni di abitanti entro i confini della Corea del Sud.

Il prossimo 9 maggio in Corea del Sud si terranno le elezioni presidenziali per nominare un nuovo capo di Stato, dopo l’impeachment che portò alla caduta della presidentessa Park Geun-hye.

All’appello dei candidati presidente sudcoreani si è aggiunto l’ennesimo sforzo diplomatico della Cina, da giorni impegnata a cercare di interrompere il circolo vizioso di provocazioni tra Corea del Nord e Stati uniti ribadendo che l’unica strada da percorrere per risolvere il «problema nordcoreano» rimane il dialogo.

Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, in una conferenza stampa a Pechino alla presenza del suo omologo francese Jean-Marc Ayrault, ha dichiarato: «Ultimamente la tensione è salita e si ha la sensazione che un conflitto potrebbe esplodere da un momento all’altro. Se ci dovesse essere una guerra, il risultato sarebbe una situazione in cui perderebbero tutti, non ci sarebbe nessun vincitore».

E chiunque provocherà lo scontro «dovrà assumersene la responsabilità storica e pagarne il prezzo corrispondente».

Gli Stati uniti hanno però confermato che per «contenere» le aspirazioni nucleari di Kim Jong-un ci sono già diverse opzioni militari sul tavolo e che saranno discusse nei dettagli da domani, quando il vicepresidente Mike Pence inizierà un piccolo tour asiatico fissato già da tempo, visitando prima la Corea del Sud e poi il Giappone. Per Washington, i principali alleati in Asia Orientale; per Pyongyang, paesi nemici «vassalli» degli Stati uniti.

Print Friendly, PDF & Email

Rispondi