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[Torino] Claudio per il padrone è un numero da rimpiazzare

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Aprile 5, 2017
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Raccogliamo e rilanciamo una lettera di Nunzio, un nostro lettore.

“Cari compagni, voglio esprimere un commento in merito al suicidio dell’operaio della Rosati di Leini, in Piemonte. E’ accaduto qualche giorno fa, a darne la notizia è Repubblica di Torino.

Tanti restano sbigottiti e si dimenano in atteggiamenti a dir poco imbarazzanti davanti a fatti di questo tipo: “E’ inaccettabile!” – dicono – “Non si può morire di lavoro!” e intanto prendono in giro le masse popolari facendole aspirare ad un padrone “più buono”. Più buono come lo era forse il padrone della Rosati prima che fosse presa in mano dai tedeschi: “Da quando la ditta era stata acquisita da un gruppo tedesco, la WingFan, le politiche aziendali erano totalmente cambiate” recita l’articolo di Repubblica. Un padrone così buono, quello precedente, che invece di prendersi cura dei propri dipendenti li ha svenduti alla prima occasione.
Claudio Quadrini è una delle tante vittime del sistema capitalista in putrefazione che si regge in piedi sulla miseria e la fame di milioni di operai e proletari, sui loro sacrifici e anche sulle loro morti!
Claudio per il padrone è un numero da rimpiazzare, nient’altro! Una variabile dipendente dalla valorizzazione del capitale che serve o non serve a seconda del fatto che faccia profitto o meno.
Questa storia ricorda quella di Paola Clemente, la bracciante agricola morta di stenti in Puglia, e quella di tantissimi operai dell’Ilva di Taranto che si sono ammalati per ingrassare le tasche del padrone. Certo, tra chi si suicida e chi muore di stenti o per inadeguate misure di sicurezza, o chi muore di fame (o si ammazza) perché un lavoro non ce l’ha, la differenza è tanta, ma il filo conduttore è uno e uno soltanto: lo sfruttamento che porta allo sfinimento sia fisico che psicologico.
Questo è il futuro che la società borghese riserva alle masse popolari se queste non si organizzano in organismi operai e popolari, che iniziano da ora a porsi come nuove autorità pubbliche nei posti di lavoro, nei quartieri e nelle città!
Il miglior modo per rendere giustizia alle centinaia e centinaia di lavoratori che ogni anno muoiono è costruire un nuovo sistema di relazioni sociali, dove non esiste più sfruttamento, dove non si produce per valorizzare il capitale ma si produce solo ciò di cui effettivamente necessita la collettività, dove sono la classe operaia e le organizzazioni popolari a decidere cosa, come e in che quantità produrre! In poche parole solo instaurando il socialismo possiamo rendere giustizia per quanto accade ogni giorno, ma soprattutto possiamo aspirare a una società senza sfruttati, né sfruttatori.
Il mio appello va a tutti gli operai e a tutti i lavoratori che vogliono che quello che è accaduto a Claudio non succeda più, che vogliono battersi con forza e determinazione contro un sistema infame di sfruttamento e distruzione dell’ambiente: avanti con la costruzione di Organizzazioni Operaie e Organizzazioni Popolari per la costruzione del Governo di Blocco Popolare per dare risposta immediata alle necessità delle masse popolari, che metta in campo le misure necessarie per garantire ad ogni adulto un lavoro utile e dignitoso!

W il socialismo, W la Carovana del (n)PCI!

Nunzio Scarpella”

***

Torino: “Troppo lavoro, non ce la faccio più”. E si impicca nel magazzino dell’azienda
 
Tragedia alla Rosati di Leinì, acquistata di recente da un gruppo tedesco e colpita da tagli al personale e aggravi di mansioni
di ERICA DI BLASI

Il carico di lavoro era diventato troppo pesante. E alla fine lui non ha più retto. Claudio Quadrini, 51 anni, si è tolto la vita nell’azienda per cui lavorava. Rimasto solo, si è impiccato a uno dei pilastri del magazzino. A trovarlo sono stati poi i colleghi. Purtroppo era già troppo tardi. Sullo sfondo la Rosati di Leinì, un’azienda che si occupa di fabbricare sistemi di ventilazione. “Così, con questa mole di lavoro, non ce la faccio davvero più” – si era sfogato il giorno prima con i colleghi. Nessuno però si immaginava un simile epilogo.

Da quando la ditta era stata acquisita da un gruppo tedesco, la WingFan, le politiche aziendali erano totalmente cambiate. Nell’ultimo anno erano state tagliate dieci persone e su di tutti pesava il timore di licenziamenti. Inoltre per quelli rimasti le pratiche da sbrigare erano notevolmente aumentate. “Non riusciva nemmeno più ad andare in pausa pranzo a mangiare – confida un collega – Era davvero troppo stressato”. E dire che in quella fabbrica, che vanta una quarantina di dipendenti, lui c’era arrivato una ventina di anni fa. Da sempre si era occupato del magazzino. Negli ultimi tempi però le responsabilità per lui si erano moltiplicate. Un peso che non riusciva più a reggere.

Oggi l’azienda è rimasta chiusa. Tra gli eponenti del mondo politico e sindacale la prima reazione
sgomenta è arrivata dal deputato di Si Giorgio Airaudo: “Esprimo a nome di Sinistra Italiana le più sentite condoglianze alla famiglia del lavoratore della Rosati di Leinì suicidatosi per il troppo lavoro – ha detto il parlamentare torinese – In Italia viviamo un paradosso: pochi costretti ad ammazzarsi di lavoro mentre la maggior parte è soggetta a precarietà e sfruttamento. Ora basta. In Italia non si può morire di lavoro”.

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