La fabbrica riparte: intervista a un operaio Rational

Il 28 marzo è il quattordicesimo giorno della lotta per tenere aperta la fabbrica. Nonostante la mancanza di un gruppo operaio compatto e coeso, fin dall’inizio siete riusciti a mobilitarvi e a mobilitare la cittadinanza intorno alla difesa dei 24 posti di lavoro. Cos’è scattato in voi?

Sì, è vero, non siamo sempre stati un gruppo compatto e coeso: anzi. In particolare dal 2008 in poi, cioè da quando sono partite le prime riduzioni dell’orario di lavoro con la CIG, si sono aperte crepe al nostro interno che erano principalmente dovute al “detto e non detto”, frutto di una mancata chiarezza su quello che stava accadendo e su come dovessimo reagire. Quattordici giorni fa è successo che tutto di un colpo ci siamo visti chiudere la fabbrica, questo ci ha mosso e gli screzi tra noi operai sono passati nel dimenticatoio.

Dico la verità, fino a quel giorno con alcuni dei miei 24 colleghi non parlavo da anni, addirittura con gli impiegati non avevo mai parlato in 14 anni di lavoro. La lotta di questi giorni è dura e dolorosa però è anche benefica, perché mi ha fatto scoprire aspetti positivi degli operai che conoscevo da sempre, ma che in realtà non conoscevo veramente; mi ha fatto scoprire un collante che prima di questa lotta pensavo non potesse esistere.

Com’è potuto succedere che a 24 ore dalla comunicazione dei licenziamenti siete stati in grado di portare davanti ai cancelli non solo tutte le forze politiche del territorio, ma anche il Sindaco e il Presidente della Provincia?

È successo grazie al lavoro degli operai avanzati del nostro gruppo: in particolare due operai comunisti (omettiamo i nomi – ndr) che fin dalle prime ore hanno iniziato concretamente a “tirare su” il presidio permanente, a sviluppare relazioni con gli operai di fabbriche e con le forze politiche cittadine. Sull’onda del loro esempio e attorno al loro attivismo, ci siamo mossi tutti.

Il piazzale della Rational è diventato un punto di aggregazione e discussione sull’emergenza lavoro della provincia, siete diventati un gruppo che detta la linea, i tempi e le modalità della lotta al sindacato, alle forze politiche e alle istituzioni. Il 21 marzo avete riaperto la fabbrica senza il consenso del padrone e alla presenza del Sindaco, in fascia tricolore. Da dove avete ricavato la forza, la creatività e l’ingegno che servono per fare tutto questo?

Ho proposto io di riavviare la produzione… mi sembrava il modo migliore per far comprendere a tutti che la fabbrica ha commesse, il prodotto ha mercato e che il blocco della produzione e il rischio della chiusura è dovuto soltanto all’incapacità di chi questa azienda la gestisce e alle speculazioni che ci sono dietro.

Rispetto all’organizzazione interna questi quattordici giorni ci hanno insegnato che noi operai dentro la fabbrica, al di là delle sigle sindacali, dobbiamo organizzarci e darci delle regole chiare di “convivenza” per non ripetere più gli errori passati, del “detto e non detto” che negli anni ci hanno consumato e indebolito di fronte agli attacchi del padrone.

La battaglia alla Rational non è ancora chiusa, ma per tanti motivi possiamo già considerarla una vittoria. Che consiglio ti senti di dare agli operai che si trovano nella condizione in cui l’azienda è in fase di “morte lenta”?

Il consiglio è quello di organizzarsi e non aspettare che la fabbrica muoia, di andare al di là delle sigle sindacali, ragionare insieme sulle problematiche e la strategia più adatta da perseguire. Non lasciare indietro, al “non risolto”, nessuna questione, anche se apparentemente secondaria, affrontarle tutte: dall’armadietto negli spogliatoi al contratto di lavoro… Non affrontarle porta a sedimentare un clima di sfiducia reciproca e quindi a subire le scelte del padrone.

Ringraziamo il compagno che ci permette di far conoscere un’esperienza che ha effettivamente molto da insegnare; alcuni aspetti sono di carattere generale (non è il padrone a essere forte, sono gli operai che devono imparare a far valere la loro forza), ma ci concentriamo su due che entrano maggiormente nel concreto.

Il primo riguarda il ruolo degli operai comunisti. I comunisti, in ragione della concezione del mondo che li guida, hanno una maggiore comprensione della situazione e maggiori strumenti per orientare in modo giusto la mobilitazione degli operai e delle masse popolari. Cosa significa? Il compagno intervistato sostiene che attorno all’iniziativa di due operai comunisti si sono raccolti gli altri, mettendo a disposizione e valorizzando le loro capacità e il loro ingegno (come la proposta di riavviare la produzione). Questo ci porta ad approfondire il discorso: nonostante le divisioni e la sfiducia reciproca che regnavano in fabbrica, la linea della lotta e della riscossa ha riunito tutti, ha compattato un gruppo di operai e li ha resi protagonisti di una lotta esemplare. E’ la dimostrazione pratica di come gli operai abbiano, per esperienza diretta e non per “idee o opinioni”, un ruolo decisivo nella mobilitazione di altri lavoratori e del resto delle masse popolari.

Il secondo aspetto è “preventivo”, riguarda l’obiezione che alcuni lettori possono fare: “servono operai comunisti, ma nella mia fabbrica non ce ne sono… siamo spacciati”. Non è così! Il consiglio che l’operaio intervistato dà è la via per diventare capaci di fare quello che è necessario per condurre una lotta che non si limita al chiedere al padrone di essere “più onesto”, “più capace”, “meno avido”, ma diventa questione politica generale: organizzarsi, andare al di la delle sigle sindacali, iniziare a discutere di tutto quello che riguarda la fabbrica (è quello che chiamiamo “occuparsi dell’azienda”), cercare alleati in operai di altre aziende, nelle organizzazioni popolari, nel resto delle masse popolari (è quello che chiamiamo “uscire dall’azienda”). Qualunque operaio o gruppo di operai si mette su questa strada, ha il sostegno incondizionato del nostro Partito.

La classe operaia è oggi debole e ha mille nemici e detrattori, ma è la classe che trasformerà la società capitalista in società socialista e ogni mobilitazione che insegna agli operai a usare e far valere la loro forza è la più preziosa scuola per imparare a essere e a fare i comunisti.

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