Veline del Ministero e campagna stampa contro il sito Caccia allo Sbirro

La resistenza alla repressione, la lotta contro la repressione e la solidarietà di classe sono state il tratto distintivo dell’area politica della Carovana del (nuovo)PCI fin da quanto, dagli inizi degli anni ‘80 del secolo scorso, le autorità della Repubblica Pontificia colpivano duramente il movimento rivoluzionario (il 28 marzo è ricorso il 37° anniversario della strage di via Fracchia a Genova, in cui i Carabinieri di Dalla Chiesa trucidarono a freddo 4 militanti delle BR) e negli anni in cui i rivoluzionari prigionieri venivano torturati nelle carceri, dilagavano il pentitismo e la dissociazione dalla lotta di classe. E sono state uno strumento decisivo per respingere le operazioni repressive con cui per oltre 30 anni la borghesia ha tentato di impedire lo sviluppo della Carovana e la fondazione del (nuovo)PCI e per trasformarle, anzi, in occasione di rafforzamento ideologico e organizzativo.

Per esperienza diretta siamo consapevoli dell’importanza che hanno la resistenza alla repressione, la lotta contro la repressione e la solidarietà di classe nella rinascita del movimento comunista nella fase in cui la mobilitazione delle masse popolari contro gli effetti della crisi cresce e la classe dominante combina la repressione selettiva dei comunisti e delle avanguardie di lotta con la repressione dispiegata contro le masse popolari di cui sono manifestazione le inchieste, i processi e le condanne contro chi partecipa alle mobilitazioni popolari, le manganellate contro chi sciopera e manifesta, ma anche gli arbitri polizieschi contro singoli cittadini, gli omicidi di stato.

Per esperienza diretta sappiamo che dividere “i buoni dai cattivi” nel movimento delle masse popolari è un’operazione che favorisce sempre la classe dominate, che ogni tipo di dissociazione dalla lotta di classe rafforza i nemici della classe operaia e delle masse popolari e che la solidarietà è un’arma nelle mani del movimento popolare, pertanto la promuoviamo e la chiediamo, anche, secondo il principio della politica da fronte: solidarietà di fronte agli attacchi repressivi, unità d’azione fra diversi organismi, aggregati e partiti per affermare gli interessi delle masse popolari, dibattito franco e aperto nel campo ideologico e teorico. In questo modo si dividono e contrappongono due campi: quello delle masse popolari (incondizionata solidarietà di classe, anche nei casi in cui riteniamo necessario criticarli per le concezioni che esprimono) e quello della borghesia imperialista (a cui non va permesso di isolare nessuna componente del movimento popolare e di criminalizzarla, indebolendo tutto il campo delle masse popolari).

La repressione è un segno di arroganza, ma anche di debolezza del potere che ti reprime” dice Nicoletta Dosio (vedi l’intervista pubblicata su Resistenza n. 3/2017), il modo migliore e più efficace per prevenirla e per farvi fronte è praticare quei diritti e quelle libertà sanciti dalla Costituzione che la borghesia cerca in ogni modo di cancellare (nella forma, ma prima di tutto nella sostanza) con l’introduzione di leggi e dispositivi che li violano, come il recente Decreto-Minniti sull’ordine pubblico, e praticarli secondo il principio che è legittimo tutto quello che è conforme ogni interessi delle masse popolari, anche se è ritenuto illegale dalla classe dominante. Proprio la violazione delle restrizioni della libertà personale imposta dal Tribunale di Torino a Nicoletta Dosio è un esempio per tutti e rafforza una tendenza da sviluppare.

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Cosa bolle in pentola contro la Carovana del (nuovo)PCI? Dopo la vittoria, nel 2011, in campo politico e in campo legale, contro l’ottavo procedimento giudiziario con cui le autorità della Repubblica Pontificia (Tribunale di Bologna, PM Paolo Giovagnoli) hanno tentato di mettere fuori legge la Carovana del (nuovo)PCI e il comunismo nel nostro paese, la “morsa” della persecuzione contro la nostra area politica si è in una certa misura allentata. In una certa misura: hanno continuato a piovere denunce e procedimenti contro compagni e compagne individuati come promotori della mobilitazione popolare, alcuni sono stati arrestati (il caso di Alessandro Della Malva nella campagna repressiva contro il P.CARC e il movimento antifascista iniziata nel 2009 in Toscana). Ma la persecuzione giudiziaria e poliziesca che aveva al centro lo smantellamento della Carovana del (nuovo)PCI, dato che il risultato è stato opposto a quello che si erano prefissati i promotori, si è allentata, anche se di certo prosegue in forme e con contenuti che autorità e istituzioni della Repubblica Pontificia non danno a sapere. Che le operazioni continuano è tuttavia evidente.

Il 26 febbraio vari giornali borghesi hanno riportato la notizia della riattivazione del sito Caccia allo sbirro, promosso dal (n)PCI, in cui vengono resi pubblici i volti e i nomi di agenti delle forze dell’ordine protagonisti di abusi contro le masse popolari al fine di rompere la segretezza sulla loro identità, contrastare la loro condotta criminale e l’impunità che sistematicamente li protegge e li tutela: non esiste modo, ad esempio, di identificare un celerino che massacra di botte uno studente durante un corteo, alla mancanza di un sistema di identificazione si aggiungono lo “spirito di corpo” e i depistaggi delle indagini. Negli articoli veniva ripresa la Circolare del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia emessa il 7 febbraio 2017 che dava l’allerta sull’esistenza del sito e imponeva agli agenti di non pubblicare foto personali sui social network (Facebook, Twitter, ecc.) per non facilitare l’opera di “schedatura”.

Quando il sito fu pubblicato, nel 2009, gli apparati repressivi si adoperarono per oscurarlo subito e per “fare terra bruciata” intorno al (n)PCI che lo aveva ideato e prodotto: un compagno del P.CARC, due dell’Associazione Solidarietà Proletaria e uno del Sindacato Lavoratori in Lotta – per il sindacato di classe subirono perquisizioni, sequestro di materiale e un processo (sempre ad opera della Procura di Bologna, PM Morena Plazzi) che si concluse, dopo tanto clamore e dispendio di denaro pubblico, con la loro assoluzione.

Che giornali più e meno noti e diffusi riprendano una velina del Ministero di Giustizia per dare risalto alla riapertura del sito Caccia allo sbirro ci suggerisce che gatta ci cova: è in corso la preparazione di un nuovo attacco repressivo contro il P.CARC e la Carovana del (n)PCI? Il sensazionalismo e l’allarmismo ricamati dai media di regime sono gli stessi con cui prepararono il terreno nell’opinione pubblica per le perquisizioni e l’incriminazione dei compagni nel 2009 e con cui hanno sempre affiancato le perquisizioni, i pedinamenti, le intercettazioni ambientali, gli arresti e il sequestro di materiale e della strumentazione necessari per svolgere l’attività politica nei 30 anni di persecuzione della nostra area politica. Conosciamo bene il “giochetto”, quindi, e lo denunciamo pubblicamente. Certi che la mobilitazione per smascherare gli agenti delle Forze dell’Ordine che abusano del loro potere, alla cui testa si è messo il (nuovo)PCI con l’apertura del sito Caccia allo sbirro, è giusta: la vigilanza democratica contro gli abusi polizieschi e contro l’impunità di cui godono gli autori è una forma concreta di applicazione delle parti progressiste della Costituzione frutto della Resistenza; rompere il segreto (sui volti, sui nomi, sui reparti di appartenenza) degli agenti che abusano del loro potere significa indebolire le condizioni per cui non è ancora stata detta la verità e non è ancora stata fatta giustizia per la scia di sangue di proletari seviziati e uccisi delle forze dell’ordine.

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