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[Italia] La sentenza della Corte Costituzionale: “si sapeva”. Ma ora è ancora più urgente organizzare e organizzarsi!

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Gennaio 12, 2017
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Dopo la “botta del 4 dicembre” il Palazzo non ci pensa nemmeno a far pronunciare le masse popolari sul reintegro dell’articolo 18.

Quello della Corte Costituzionale è l’ennesimo esempio della debolezza dei vertici della Repubblica Pontificia i cui esponenti si riempiono di parole altisonanti ma nei fatti, scappano dalle masse popolari.

Quello che ci vuole, e la sentenza della Corte è l’ennesimo sprono a farlo, è mobilitare e organizzare la classe operaia e le masse popolari ad applicare fin da subito le parti progressiste della Costituzione, nelle fabbriche, nei quartieri, negli ospedali, ovunque. Applicare su scala crescente le parti progressiste della Costituzione significa organizzarsi per imporre un governo delle masse popolari organizzate.

La Costituzione è carta straccia se le masse popolari non si organizzano per farla valere, con le buone o con le cattive!

Riportiamo di seguito le considerazioni di Giorgio Cremaschi sulla sentenza della Corte Costituzionale. Quello di Giorgio Cremaschi è un appello alla mobilitazione e all’organizzazione che noi condividiamo.

***

ARTICOLO 18: LA CORTE A DIFESA DEL JOBSACT E DEL PALAZZO. CI SCANDALIZZANO MA NON DEBBONO SORPRENDERCI.

La sentenza della Corte Costituzionale che ha cancellato il referendum sull’articolo 18 era attesa ed era stata ampiamente preparata dalle “indiscrezioni” trapelate dalla stessa Corte sui suoi orientamenti. Il quesito referendario sarebbe stato bocciato perché “manipolativo”, cioè perché sarebbe andato oltre la pura abrogazione del Jobsact, estendendo la tutela contro i licenziamenti ingiusti nelle aziende industriali e di servizio fino a i 5 dipendenti. Embè?
In Italia si sono già effettuati due referendum sull’articolo 18. Il primo promosso nel 2000 dai radicali per abolirlo, il secondo dalle sinistre sindacali e politiche, nel 2003, per estenderlo a tutti. Quindi non esiste cavillo che giustifichi ora la cancellazione di una consultazione sulla cui legittimità in tutte le forme, nel passato non ci sono state obiezioni. La sentenza della Corte è un puro uso di palazzo delle regole, uso nel quale è maestro Giuliano Amato. Nominato giudice costituzionale da Giorgio Napolitano dopo che Silvio Berlusconi non era riuscito a farlo eleggere presidente della Repubblica.
Nei referendum del 2000 e del 2003 non si raggiunse il quorum, ma il pronunciamento dei votanti fu chiarissimo e a maggioranza schiacciante: No all’abolizione della reintegra nel posto di lavoro, sola vera difesa contro il licenziamenti ingiusti; Si all’estensione di questo diritto cardine a tutto il mondo del lavoro.

I sondaggi ed il clima politico del paese dopo la vittoria del No al referendum costituzionale facevano intuire che questa volta il quorum sarebbe stato raggiunto e che il voto popolare avrebbe seppellito il Jobsact, come aveva fatto con la controriforma costituzionale. Il palazzo, non solo quello politico ma quello confindustriale e bancario con i loro protettori europei, avrebbe subìto un nuovo uppercut popolare e la via delle riforme liberiste sarebbe stata sempre più impraticabile. Ma proprio questa sua possibilità di successo ha condannato il referendum.

La Corte Costituzionale ha così scelto di difendere il palazzo, con una sentenza assurda sul piano della giustizia e del buonsenso stesso, ma sicuramente cavillosa a sufficienza per impedire il voto.

La stessa Cgil promotrice dei referendum ne esce male. La raccolta di firme era stata posta in alternativa alla mobilitazione dei lavoratori. Contro il Jobsact, così come prima contro la legge Fornero, il principale sindacato italiano non aveva fatto nulla di significativo, a differenza dei sindacati francesi contro la Loi Travail. Noi non facciamo lotte perdenti, noi vinciamo il referendum, dicevano i leader Cgil. Ecco il risultato, al quale ora si risponde con bofonchiamenti rassegnati, mentre ci si deve anche difendere dall’accusa di usare quei voucher che si vogliono abolire.
Oramai è chiaro che le riforme liberiste non hanno il consenso del popolo e il palazzo, che vuole continuarle, lo ha imparato. Per questo evita i pronunciamenti popolari come la peste. Dobbiamo saperlo, attrezzarci di conseguenza e finirla con chi non fa mai sul serio. Ci scandalizzano, ma non debbono sorprenderci.

Giorgio Cremaschi

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