[Italia] Dal centro Italia terremotato, intervista agli attivisti delle Brigate di Solidarietà Attiva

 

Pubblichiamo di seguito l’intervista fatta ad Ilaria Mugnai, esponente delle Brigate di Solidarietà Attiva (BSA), organismo impegnato nel portare soccorsi e aiuti alle zone terremotate. Di loro abbiamo già parlato in un articolo di Resistenza 01/2017 e in altri articoli della nostra agenzia stampa. Questa intervista si lega al lavoro che mettiamo in campo per sostenere concretamente le BSA sul campo e non solo. A febbraio, infatti, in Toscana promuoveremo iniziative di solidarietà in ogni città e lanceremo un appello a iscriversi alle BSA.


Dall’intervista emerge che le BSA funzionano e vanno avanti perchè mettono al centro quelli che sono gli interessi delle masse popolari che sono state colpite dal terremoto e ne stanno subendo gli effetti, e lo fanno concretamente: è ciò che li anima e che li tiene strettamente legati con chi vive e resiste all’emergenza. Si comprende bene anche come il disagio che i terremotati vivono oggi a causa del terremoto non è principalmente dovuto alla calamità naturale, ma è legato all’interesse di classe: oggi i governi non fanno prevenzione e cura del territorio e degli edifici, educazione al fenomeno, non attuano piani di soccorso efficaci, non stanziano fondi e beni di prima necessità per tamponare l’emergenza ecc, perchè non sono governi che fanno gli interessi delle masse popolari, ma di chi sul terremoto ci deve speculare e deve farci profitto.

A premessa dell’intervista, inseriamo un post apparso sulla pagina facebook ufficiale delle Brigate di Solidarietà Attiva ieri, 10 Gennaio.

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Nel terremoto la natura realizzava quello che la legge a parole prometteva e nei fatti non manteneva: l’uguaglianza. Uguaglianza effimera. Passata la paura, la disgrazia collettiva si trasformava in occasione di più larghe ingiustizie.
(Ignazio Silone sul terremoto della Marsica del 1915).

A differenza di quella che è la percezione comune, l’emergenza del terremoto non è ancora finita per le migliaia di cittadini che vivono nelle zone colpite dal sisma, molti dei quali vivono ancora in situazioni precarie. Un’ emergenza questa che cresce considerando la situazione climatica che si è manifestata in questi giorni. Ad oltre 4 mesi dall’inizio del nostro intervento possiamo evidenziare come le scelte sbagliate del Governo Renzi abbiano determinato questa situazione, frantumando le comunità locali tra chi vive negli alberghi e chi si arrangia resistendo come può al duro inverno. Un esempio su tutti vogliamo farlo, perchè è proprio in questi giorni il problema principale: i container non ci sono e sono in un grave, colpevole, ritardo.

Il perchè? Il Governo aveva semplicemente deciso, chi sa se per motivi di mera apparenza o perchè i container hanno una triste storia in Italia, di saltare questa fase dell’accoglienza. “Dalle tende alle casette” il motto: ma le casette arriveranno a Giugno e nel frattempo chi ha deciso di restare sul territorio si è autorganizzato con ripari di fortuna. La costruzione dei campi container è così in ritardo che la maggior parte della popolazione vi sta rinunciando: ecco cosa determina il panorama di roulotte, camper e piccole casette in mezzo alla neve. Ecco cosa determina la rabbia di coloro che, ogni mattina, vengono ai nostri spacci a prendere beni di prima necessità e sfogarsi con noi sulle condizioni disumane in cui stanno vivendo.

In questi mesi abbiamo operato cercando di fornire un aiuto solidale alla “resistenza montanara”, a quelle comunità che nonostante tutto hanno deciso di non abbandonare la terra dove vivono. Queste considerazioni ci portano ad affermare che non solo l’emergenza non è finita ma che durerà a lungo, particolarmente per la fascia più povera della popolazione colpita dal sisma. Il terremoto infatti non fa altro che accellerare la crisi, rendendo più povero chi già era in difficoltà. A partire da queste considerazioni abbiamo deciso di evolvere il nostro intervento passando progressivamente dalla fase della solidarietà generale che abbiamo svolto fino ad ora, a quella del lavoro sui processi di autorganizzazione, inchiesta e controllo popolare sulla ricostruzione, al sostegno a progetti di costruzione di spazi sociali e aggregativi su un territorio che rischia l’atomizzazione, sulla filiera antisismica con i piccoli produttori locali.

Ringraziamo chi fino ad ora ci ha permesso di operare e invitiamo tutti e tutte a sostenerci ancora, per metterci in condizione di non lasciare nessuno solo.
La resistenza è un atto collettivo, uniti siamo tutto.

Assemblea delle Brigate della Solidarietà Attiva – Gennaio 2017

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Puoi farci una panoramica della situazione delle zone colpite dal terremoto di quel che vive la popolazione?

Partiamo dal presupposto che quella è una zona in cui non c’è stato un terremoto ma tre. Questo bisogna specificarlo perché i giornali presentano la cosa come se si trattasse di un’unica scossa e come se l’emergenza fosse finita a settembre, in realtà non è affatto così. Tre scosse hanno provocato un livello di distruzione enorme: Amatrice quasi non esiste più, così come altri paesi come Arquata del Tronto e la sua frazione Pescara del Tronto e tutta la miriade di frazioni che devono essere ricostruite da capo. La Protezione Civile aveva smobilitato già prima della seconda scossa, cioè quella del 26 ottobre (che ha preceduto quella terribile del 30). In sostanza, dopo un mese e mezzo di intervento, avevano già chiuso magazzini e punti di distribuzione, erano in chiusura anche i campi per l’emergenza freddo. Quando c’è stata la seconda scossa ci siamo trovati noi e la Protezione Civile locale. La situazione della popolazione è grave dal punto di vista della circolazione dei beni di prima necessità; banalmente è difficile fare spesa. Bisogna spostarsi lontano e non tutti hanno possibilità di farlo; quindi, un pezzo di popolazione l’assistiamo direttamente noi.

Popolazione che la Protezione Civile non arriva a coprire o non vuole coprire…

Non arriva, non vuole…cioè, non vogliono i vertici della Protezione Civile. E per vertici bisogna intendere la Presidenza del consiglio. Bisogna fare una distinzione nettissima tra quella che sarebbe la disponibilità dei volontari da quelle che sono le decisioni dei vertici. Chiaramente, la responsabilità riguarda in primis il Commissario Errani che aveva deciso di saltare la distribuzione dei container secondo un progetto che prevedeva prima l’allocazione nei campi, poi lo spostamento della gente negli alberghi, in affitto, e a primavera le casette di legno. La seconda scossa ha distrutto quelle poche case in affitto che erano rimaste per cui adesso la situazione è che non ci sono i container sul territorio e l’attivazione del bando per richiederli è una procedura non troppo snella. Insomma, il risultato è che la maggior parte della gente o se n’è andata oppure si è arrangiata come poteva. C’è una miriade di frazioni e piccoli comuni abbandonati a se stessi: a Gagliole, un piccolo comune dove abbiamo gestito una mensa e che abbiamo chiuso dieci giorni fa, siamo intervenuti perché il comune era completamente abbandonato; in un altro paesino, vicino a Norcia, abbiamo rifornito la cucina della Protezione Civile perché avevano finito la pasta e i pelati…ma non è negligenza o semplice inefficienza.

Il punto nodale è stato l’atteggiamento burocratico a perseguire l’evacuazione piuttosto che l’assistenza sul posto.

Le Autorità locali e la Protezione civile come si rapportano con voi e la vostra attività e con la tendenza che sta emergendo, da parte della popolazione, ad autorganizzarsi?

Allora, partiamo dal presupposto che non esiste un unico modello di gestione di queste situazioni, il modello di gestione dell’emergenza aquilana è stato il peggiore in assoluto e non ha nulla a che vedere con il modello di gestione emiliano né con l’attuale. La novità di questo modello è che, nonostante ci sia il Commissario straordinario che è Errani (lo stesso che ha gestito l’emergenza emiliana), si è stabilita una partecipazione degli Enti locali. Le Regioni e i Comuni, vengono interpellati nei termini di indicazione delle esigenze della popolazione e degli spazi fisici per gli appezzamenti predisposti alle casette o ai container. Diciamo che i comuni sono, per la prima volta nella “storia delle emergenze”, coinvolti seppure con un potere sostanzialmente consultivo. Ciò non toglie che i tre casi abbiano in comune elementi di dirigismo dall’alto mentre invece la differenziazione dei modelli dovrebbe essere orientata e plasmata sulle differenze dei bisogni dal basso. Dall’altro lato non esiste dal punto di vista delle istituzioni locali una risposta univoca, nemmeno nel rapporto con noi e con la popolazione. Inoltre i comuni subiscono pesantemente le pressioni ad adeguarsi al modello proposto dal Governo. Ad esempio: ad Amatrice, il sindaco ha minacciato spesso le persone paventando l’emissione di ordinanze di rimozione per abuso edilizio rispetto a chi si sta attrezzando autonomamente una sistemazione abitativa. Sono del tutto evidenti le pressioni che il Governo ha fatto in tal senso sui sindaci. Il punto è stato fin dall’inizio non far vedere gente “accampata” in roulotte o container o qualsiasi cosa che non fosse l’intervento del Governo. Una scelta di marketing comunicativo sulla pelle dei terremotati. Quando la collocazione temporanea in container è divenuta indispensabile per via dell’estensione del cratere, dopo la scossa del 30 ottobre, la tipologia scelta dal Governo (ovvero campi container sul modello delle tendopoli) che è alla base del bando per i container, è stata a dir poco folle. Davanti a questa problematicità il sindaco si è ritirato.

A Norcia la popolazione ha rivendicato la collocazione dei container vicino alle proprie abitazioni, rivendicazione che è rimasta inascoltata da parte delle istituzioni locali. Il sindaco ha addirittura fatto abbattere un intero parco per collocarci i container, con la scusa che non c’era abbastanza territorio libero…insomma, stanno creando un meccanismo di allontanamento della gente da casa e di concentrazione in zone specifiche, con la palese volontà di svuotare il territorio per poi riportarci la gente dopo, a primavera, con il chiaro obiettivo di avere mano libera. La popolazione non si vuole spostare e mette in campo forme si resistenza dal basso: chi con la roulotte, chi con il container, chi con la casetta di legno (laddove ci se la possa permettere), praticamente ognuno prova a trovare una soluzione, indipendentemente dalle ordinanze dei sindaci o delle Protezione Civile. Per cui abbiamo un paradosso: da un lato il Governo impone il proprio modello dall’alto con la scusa di impedire il “fai da te” e il consumo di suolo e questo concretamente produce dall’altro lato una giungla dove ognuno si organizza e fa illegalmente quel che può riproducendo una divisione di classe indecente.

Banalmente invece bastava regolamentare e disciplinare dal basso la spontanea vocazione dei cittadini a prodursi le sistemazioni alloggiative meglio rispondenti ai propri bisogni. In tal senso, il Sindaco di Pieve Torina ha fatto approvare dal Consiglio Comunale una delibera che regolamenta i manufatti temporanei per l’emergenza consentendo alla popolazione di collocare i container vicino alle proprie abitazioni, smarcandosi così dall’imposizione governativa ed impedendo il “fai da te” improvvisato e iniquo. Non ha rifiutato l’aiuto del Governo ma ha usato il potere che la legge gli conferisce per offrire ulteriori soluzioni ai propri cittadini in sintonia con le assemblee che aveva svolto con gli stessi. A questo sindaco “coraggioso” ha risposto la Regione Marche diramando una lettera dell’Ufficio Urbanistica Regionale puramente intimidatoria, nella quale intimava lui e qualsivoglia altro Sindaco ad attenersi esclusivamente alle direttive governative.

In definitiva: le istituzioni non tollerano l’autorganizzazione dei cittadini anche attraverso gli enti di prossimità come i Comuni, ma volendo imporre cose incongrue generano il caos e la legge della giungla.

Parlami dell’attività delle BSA: cosa vi distingue da altri gruppi di volontari?

Allora, partiamo da un primo punto che ci caratterizza e cioè dal fatto di non essere inseriti nel meccanismo della Protezione Civile, questa è una decisione che prendemmo ai tempi dell’Aquila.

La Protezione Civile ha dei tempi e dei modi di gestione burocratici, non legati alle necessità delle persone. A L’Aquila ciò si coniugò nell’intreccio tra militarizzazione, espropriazione del potere di scelta dei cittadini e grandi affari. Il nostro atto di nascita è stato l’integrale rifiuto di quella logica. Quel modello è stato sconfitto ma, nonostante oggi le cose siano diverse non cambia il quadro di fondo.

In secondo luogo c’è un aspetto di come viviamo le persone colpite dal sisma che ci differenzia profondamente, almeno dal modello della Protezione Civile che è un modello sostanzialmente passivizzante. Per la Protezione Civile, il terremotato è come se fosse un malato in ospedale che non è in grado di capire il problema che lo affligge e che ha bisogno di essere sostenuto come soggetto passivo, appunto. Non vi è attenzione rispetto a quelle che sono le volontà, le esigenze e criticità che esprime il terremotato.

Per noi il modello è all’opposto: orizzontale, basato sul lavorare gomito a gomito con la popolazione, questo ci fa capire quali sono le esigenze reali.

Sono sostanzialmente due gli strumenti, principali, della nostra attività: lo sportello e la staffetta. Con staffetta intendiamo la pratica di rifornimento dei beni di prima necessità alle famiglie che rimangono nelle frazioni più isolate, che non hanno possibilità di raggiungere lo spaccio in città. Oltre a questo, la staffetta ci permette anche di fare una mappature delle rivendicazioni presenti sul territorio. Giorni fa, ad esempio, gli abitanti di Illica, una frazione piccolissima dove la Protezione Civile non si è mai vista, hanno espresso la volontà di ricostruire il loro paese con le casette di legno. Si tratta di una rivendicazione di cui siamo venuti a conoscenza e che ci adopereremo a sostenere. Quindi, la staffetta rappresenta un sistema di mappatura e inchiesta sul territorio.

Lo sportello, di base ha un ruolo informativo. Concretamente, serve a informare le persone su quello che si muove sopra le loro teste, anche perché i canali ufficiali hanno svolto un pessimo servizio informativo alla popolazione, su questioni come la sospensione di mutui, delle bollette, su come fare la richiesta per i container, per fare degli esempi.

Nei fatti, la popolazione è stata lasciata sola anche da questo punto di vista. Con lo sportello cerchiamo di risolvere anche problemi pratici. Se uno ha fatto richiesta del CAS (contributo di autonoma sistemazione, ndr), non gliel’hanno erogato e non ha i soldi per pagare un affitto, cerchiamo di procurargli una roulotte. Anche lo sportello, quindi, è un punto di raccolta di vertenzialità: chi viene ci racconta che problemi ha. In questo modo, siamo in grado, in base a quello che ci dice la gente, di capire le problematiche più diffuse e poi di organizzare rivendicazioni collettive.

Con questo lavoro mettiamo insieme un patrimonio che poi passeremo ai comitati che stanno nascendo sul territorio, consentendo loro di unirsi sulla base di rivendicazioni generali che altrimenti, rimarrebbero frammentate e debolissime.

Come siete giunti a ideare strumenti simili di lotta?

Dalla pratica: cioè stare nelle contraddizioni e capire come affrontarle. Il nostro documento politico si basa sulla dialettica prassi-teoria-prassi, nei termini in cui lo stare nelle contraddizioni ci indica delle problematiche su cui ragionare e così concepiamo gli strumenti di cui possiamo dotarci per affrontare le contraddizioni oggettive.

La situazione d’emergenza e l’incuria delle Autorità vi pongono nella condizione di dover eludere se non violare apertamente leggi ingiuste. Lo stesso accade per la popolazione civile. Ebbene, come è affrontato il rapporto tra legittimità e illegalità al vostro interno e che percezione ne hanno, a tuo avviso, le masse popolari?

Come dicevo prima, bisogna stare dentro la differenziazione delle condizioni materiali per comprenderne le dinamiche e muoversi in maniera non schematica su un crinale costantemente in discussione come quello legittimità/illegalità. Il campo di Amatrice è stato per lungo tempo sostanzialmente “abusivo” ovvero senza statuizione formale da parte di nessuna “Autorità”. La legittimazione popolare e sul campo ha poi prodotto “legalità”. Chiaramente l’aspetto principale, per noi, è quello di salvaguardare la nostra agibilità, anche per tale ragione puntiamo a trovare accordi con le amministrazioni locali. Ad Amatrice questo non è stato possibile inizialmente, ma ciò non ci ha fermato. Abbiamo eretto il campo sulla base dei rapporti di forza, non sulla legge: era necessario, serviva alla gente e questa ci ha difeso quando si sono creati i primi problemi. La legittimazione che conta, per noi, è quella che ci dà la popolazione non di certo la legge. Chiaramente stringere accordi con alcuni enti ed istituzioni per noi è strumentale al poter operare meglio. Anche qui costruiamo un circolo virtuoso prassi-teoria-prassi mettendoci sempre in discussione nelle nostre assemblee.

Per quanto riguarda la percezione da parte dei terremotati, il discorso della legalità/illegalità c’è molto in relazione alla corruzione. Tieni conto che Amatrice vi erano state delle migliorie agli edifici con i fondi per l’emergenza aquilana, il fatto che siano crollati tutti gli edifici e che ci siano indagini in corso rende chiaro questo problema e su questi termini la legalità è molto sentita. Rispetto al discorso sulla legittimità, nel momento in cui alla popolazione è stato chiaro che la Protezione Civile esprimeva dei limiti e che esistono altre forme per difendere ed affermare i propri interessi, la gente ha violato essa stessa la legge e si è autorganizzata. Su questo però bisogna essere lucidi: quindi, parliamo di livelli di consapevolezza sul concetto di legalità e legittimità molto frammentati; non c’è un ragionamento generale, diciamo però che la consapevolezza che lo Stato non è organizzato e che c’è necessità di autorganizzarsi a prescindere da quello che dice la legge, esiste. Detto questo un conto è autorganizzazione collettiva del soddisfacimento dei bisogni, altro è il “fai da te” individuale da legge della giungla. Le due cose si intrecciano; produrre uno scarto di consapevolezza su questo terreno è uno dei principali compiti che ci poniamo sul campo.

C’è da aggiungere, che nonostante ci sia un livello di coscienza basso, l’esperienza aquilana se la ricordano tutti oltre al fatto che sopra il nostro campo ci sono ancora i container del terremoto del ’79…come dire, le contraddizioni oggettive che poi si sviluppano producono per forza un avanzamento in termini di coscienza.

Chiaramente le contraddizioni oggettive sono il retroterra dell’avanzamento ma anche di un possibile arretramento delle condizioni soggettive…che ruolo avete giocato nel contenere, se non neutralizzare, le spinte reazionarie presenti sul territorio?

Allora, il lavoro non è facile, perché tanti compagni si trovano in difficoltà a doversi relazionare con amministratori che, quando va bene, sono di Fratelli d’Italia o con l’esercito. Ma, quando uno di questi sindaci si rende perfettamente conto del livello di emergenza, di come essa si sta sviluppando e viene a chiedere consiglio a noi, cosa si sviluppa? Bè che noi riusciamo a guadagnare una forma minima di egemonia rispetto ad alcune situazioni, a spingere quanto meno verso sinistra in un territorio in cui Casa Pound aveva tutte le possibilità di agire. Ci siamo trovati nel campo di Acquasanta, dove il sindaco, fuori da ogni meccanismo decisionale aveva affidato la gestione del campo a un Parà reduce dall’Afghanistan che si stava portando dietro tutta la tifoseria dell’Ascoli, storicamente fascista, e Casa Pound. Ebbene, quando siamo arrivati al campo e li abbiamo trovati che non avevano la cucina, l’abbiamo portata e montata noi e abbiamo detto che il magazzino lo rifornivamo con i nostri beni. A fronte degli spot distribuendo pacchi, noi intervenivamo fin da subito tra la gente e, a differenza loro, con continuità. Così abbiamo tolto il terreno sotto i piedi alla Salamandra (gruppo di protezione civile di Casa Pound, ndr). Quindi, sì, abbiamo svolto e svolgiamo un’azione di contenimento della mobilitazione reazionaria in un territorio tendenzialmente di destra.

Che differenze ci sono tra l’attuale intervento e quello portato avanti all’Aquila e in Emilia dalle BSA, in termini di crescita e miglioramento nella gestione dell’emergenza?

La grandezza dell’intervento avuto quest’anno è dato soprattutto dalla rete di solidarietà che si è sviluppata attorno a noi a livello nazionale. Questo ci ha permesso di sviluppare un livello di intervento che non avevamo espresso né all’Aquila né in Emilia. Pensa solo che durante la prima raccolta abbiamo aperto più di 60 punti in tutta Italia. Ci siamo resi conto che quello che fanno le BSA è fortemente legato al livello di solidarietà che c’è fuori e più è grande questa rete più noi siamo in grado di operare. Valutando politicamente questo dato, penso che dal punto di vista del movimento comunista, rivoluzionario in Italia, le BSA hanno avuto la capacità di diventare un punto di riferimento per una vastità enorme di aree politiche: dall’anarchia all’autonomia diffusa fino a partiti comunisti, nei fatti, abbiamo rappresentato un momento ricompositivo. Da questo punto di vista l’esperienza delle BSA è una scuola importante.

Da questa lunga chiacchierata emerge come la gestione dell’emergenza sia sostanzialmente politica, di volontà politica. Emerge, ad esempio, dalle differenze nella gestione dell’emergenza tra voi BSA e la Protezione Civile, emerge dalle scelte politiche delle Amministrazioni locali, a livello nazionale, emerge, platealmente, dai quei 20 miliardi dirottati per il salvataggio di MPS anziché per intervenire a sostegno, ad esempio, delle 3.000 aziende agricole in rotta.

La soluzione è, quindi, politica e sarà tanto più positiva, quanto più verrà determinata dalle esigenze della popolazione e da quanto questa assumerà un ruolo protagonista nella costruzione di una nuova governabilità dei territori. Amministrazioni locali che non si fanno legare le mani dai vincoli imposti da Errani o chi per, lui Amministrazioni sorrette da una rete di organizzazioni popolari che ne orientano la politica e ne determinano le scelte. La consideri una soluzione percorribile ad oggi?

Allora, tieni conto che il livello di coscienza e la forza rivendicativa dei comitati nati qui è ancora molto scarsa. Lavoriamo su un territorio con una tradizione politica molto distante dalla nostra, ad esempio rispetto a un’ Emilia dove un comitato appena formato era già in grado di scrivere documenti di rivendicazione, ecco qui c’è un altro livello.

Sta di fatto che, laddove ci sono sindaci che hanno deciso di non assecondare la Protezione Civile, esistono, in embrione, le potenzialità di costruire percorsi diversi. I sindaci che si sono accodati alla gestione dell’emergenza hanno difficoltà a rapportarsi con la popolazione.

Sono un punto di riferimento quegli attori politici e sociali che hanno deciso se non di rompere quantomeno di differenziarsi dalla modalità di gestione dello Stato come sindaci o amministratori di Roccafluvione, Gagliole, Arquata del Tronto, Pieve Torina. Questi amministratori hanno cominciato a fare rivendicazioni a spiegare alla gente le contraddizioni in cui sono immersi, a noi hanno lasciato terreno libero. Chiaramente, si va da quello più “coraggioso”, come quello di cui parlavo prima, il sindaco di Pieve Torina che dopo aver fatto un’assemblea in piazza ha deciso di regolamentare in proprio, oltre le ordinanze della Protezione Civile costruendo anche ipotesi di ragionamento su una gestione differente del territorio e della ricostruzione. A chi, magari, non ha “osato” tanto ma organizza momenti assembleari con la popolazione, oppure non ci mette i bastoni tra le ruote. In definitiva, il nostro obiettivo non è trovare il “sindaco coraggioso” ma sviluppare un meccanismo dal basso per cui se il sindaco, coraggioso o meno che sia, non fa quello che la popolazione gli dice, viene scavalcato.

Una cosa fondamentale per noi BSA, è quella di non fare il passo più lungo della gamba: parliamo di situazioni di urgenza, quindi il livello di attività politica va commisurato a questo. Ad oggi, quello che miriamo a fare con la nostra attività, è sviluppare questi elementi di potenzialità e metterli in contatto con altre realtà, ad esempio per alimentare un fronte per la gestione alternativa dei territori, motivo per cui i NO TAV stanno venendo spessissimo nei nostri campi.

Un modo per alimentare questo processo di protagonismo popolare e fare fronte al problema della speculazione potrebbe essere quello di promuovere e organizzare il controllo popolare sulla ricostruzione…

Esatto. Questa è una rivendicazione che i comitati hanno già perché, avendo visto l’esperienza aquilana, ci si rende conto che, oggi l’emergenza è trovare un tetto sulla testa ma, a breve sarà quella della ricostruzione.

Dovremo capire in che modo capitalizzare le esperienze condotte e raccolte, in un’ottica di gestione alternativa del territorio, ad esempio una delle prime cose che ci hanno chiesto è organizzare seminari sul concetto di vulnerabilità sismica. Un modo per avere una visione autonoma ed eventualmente alternativa.

Ma queste sono somme che si tireranno alla fine, passata l’emergenza.

Credi sia praticabile e utile cavalcare la vittoria del NO al Referendum costituzionale in un’ottica di applicazione delle parti progressiste della Costituzione ai fini della legittimazione di pratiche di appropriazione dal basso e rottura della legalità corrente?

Sì, semplicemente perché è una consapevolezza che c’è già nei terremotati. Qualcuno allo sportello ce l’ha detto, è uscito dalle assemblee fatte con i terremotati, insomma è una roba già sentita. Quindi, non è tanto questione se per noi è uno strumento valido, c’è! Non è nostra intenzione sovradeterminare politicamente ma valorizzare politicamente quanto già c’è. Ovviamente con la consapevolezza dei limiti che la Costituzione ha, per dirne una tutela la proprietà privata, ma, è anche vero che le parti più progressiste sono anche quelle che smuovono la contraddizione con le istituzioni, proprio sulla gestione dell’emergenza. Chiaramente, le BSA sono una realtà eterogenea, quindi, alcuni di noi hanno una visione a riguardo rigida: “la Costituzione è borghese non ci interessa” e, in tutta legittimità, hanno scelto di non impegnarsi nella propaganda per il NO.

Detto questo, nella consapevolezza del ruolo che hanno le BSA, laddove queste contraddizioni escono e si legano anche a una contraddizione sistemica, come quella dell’esistenza di una Costituzione che ha elementi progressisti ma non può tradurli in pratica a causa di quelle stesse contraddizioni di sistema, secondo me, sì, è una contraddizione da cavalcare. Come sempre, per le Brigate la teoria si misura sul campo, e sul campo la possibilità di agitare la Carta Costituzionale contro la rimozione forzata delle casette autocostruite (magari collettivamente dai comitati embrionali) è utile ed apre scenari interessanti.

Arriviamo alla fine dell’intervista: vuoi fare un appello alle altre realtà presenti sul territorio nazionale per sostenere la vostra attività? Come i compagni e le compagne di altre realtà di lotta possono sostenervi?

Sicuramente continuare la raccolta fondi che agisce su due terreni: quello di dare continuità all’intervento sul campo e contemporaneamente, organizzando i benefit sul territorio, quello di fare iniziativa politica diffusa.

Oltre alle cose, diciamo, pratiche (raccolte di beni, strutture, soldi, ecc.) che indubbiamente servono, c’è bisogno di teste politiche. La differenza tra le BSA e l’assistenzialismo è la spinta politica che gli si dà. C’è bisogno di compagni consapevoli, che sappiano sviluppare una relazione di crescita con il terremotato, che magari ha perfettamente chiare le sue problematiche ma non sa orientarle nei termini di contraddizioni di sistema né svilupparle in termini rivendicativi e organizzativi. Quindi, una delle cose che mi viene da dire alle organizzazioni è che ci vogliono compagni che vengono sul campo e agiscono politicamente dentro il quadro creato dalle BSA.

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