Alle Festa della Riscossa Popolare della Federazione Toscana, in occasione del dibattito sulla lotta di classe negli anni ’60 e ’70, Ulisse, segretario generale del Comitato centrale del (n)PCI, ha inviato un saluto che riproduco integralmente più oltre, dove scrive, tra le altre cose, che “bisogna parlare chiaramente, capire e imparare dalla lotta condotta dalle Brigate Rosse tenendo conto che la Repubblica Pontificia bolla il bilancio scientifico della loro eroica lotta come apologia di reato”. Lo abbiamo fatto con questo dibattito, in una importante Casa del Popolo fiorentina, e già il farlo senza incontrare ostacoli così come è accaduto per decenni, è un segno dei passi avanti compiuti e delle possibilità che la situazione presenta per la rinascita del movimento comunista, come ha segnalato Paolo Babini, del Comitato Direttivo del P.CARC. Il compagno ricorda spesso gli anni in cui la presenza dei CARC nelle case del popolo non era consentita e, se riuscivamo a entrarvi e a farci una iniziativa, il giorno dopo sui dirigenti di quella casa del popolo piombavano le maledizioni dei capi dei loro partiti e le minacce della Digos.1

 

Introduce Ermanno, segretario federale del P.CARC

La Festa della Riscossa Popolare, dice Ermanno, si inserisce in un percorso che stiamo promuovendo in tutta la regione e in tutte le città d’Italia dove siamo presenti con nostre sezioni e dove abbiamo dei contatti e puntiamo a radicarci. Promuoviamo la partecipazione delle masse popolari perché impieghino il tempo libero in modo differente da come cerca di farglielo usare la borghesia, che nei paesi imperialisti moltiplica le attività inutili o dannose con cui satura il tempo libero delle masse per distoglierle dalla rivoluzione socialista, per abbrutirle, per evitare che si dedichino a sviluppare le idee e i sentimenti più veri e più nuovi. In queste nostre feste lo stiamo facendo ormai da diversi anni.

Siamo in un momento particolare, dice, prossimo alla scadenza della battaglia referendaria, a cui partecipiamo con la parola d’ordine “fare della lotta contro la rottamazione della Costituzione perseguita da Renzi e dai suoi mandanti una lotta per attuare la parte progressista della Costituzione”. Ne parleremo al dibattito del 27 novembre, cui prenderanno parte vari organismi operai e popolari. Oggi invece presentiamo l’opuscolo Cristoforo Colombo di Pippo Assan. Il suo contenuto è utile per riprendere un pezzo di storia della lotta di classe del nostro paese, e noi lo analizziamo ai fini del fare la rivoluzione socialista qui in Italia. Intendiamo riprenderne gli aspetti positivi e individuarne gli errori da non ripetere.

Ermanno sta parlando di un libro scritto da Assan nel 1988 e ripubblicato nel 2016. Assan è uno pseudonimo: il libro è stato scritto nella clandestinità ed è stato diffuso clandestinamente. Lo ricorderanno i compagni presenti che lo ricevettero: uno alla data della sua pubblicazione, in forma di dattiloscritto, un altro qualche anno più tardi, come testo inserito con massima abilità in una edizione Mondadori della collana Oscar della Gaja scienza, di Friedrich Nietzsche, uno dei migliori servi che la borghesia imperialista ha avuto per diffondere l’anticomunismo, anche tra quei membri delle masse popolari che nel corso del secolo scorso hanno conquistato l’accesso agli studi superiori.2

Ermanno si concentrerà sul contesto storico dell’epoca, e definirà quindi alcune linee di sviluppo illustrate del libro di Assan.

Nel 1945, dice, usciamo dal secondo conflitto mondiale con un movimento comunista che ha conquistato il potere in paesi che comprendono un terzo dell’umanità. Nel nostro paese non siamo riusciti a fare la rivoluzione socialista, ma abbiamo un PCI, il primo PCI, enormemente rafforzato. In quel partito era forte una lotta tra due linee, una di sinistra, che aveva come capofila Pietro Secchia (Occhieppo superiore, Biella, 1903 – Roma, 1973), che era per la rivoluzione socialista, una di destra, che aveva come capofila Palmiro Togliatti (Genova, 1893 – Jalta, 1964), che era per fare del movimento comunista l’ala sinistra della democrazia borghese (cioè quello da cui Gramsci e le Tesi di Lione avevano messo in guardia).

Parla del 1956 e del XX congresso del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica), che sancì il prevalere della linea di destra del partito che dirigeva l’URSS, la base rossa della rivoluzione proletaria mondiale, e che influenzò partiti comunisti di tutto il mondo. Nel PCI si rafforzarono Togliatti e gli altri fautori della “via pacifica e parlamentare al socialismo”, secondo cui saremmo arrivati al socialismo con una riforma dopo l’altra. Era la linea dei revisionisti moderni, così chiamati per distinguerli dai primi, quelli che ebbero come capofila Eduard Bernstein (Berlino, 18501932). La battaglia contro il revisionismo moderno lanciata a livello internazionale dal Partito Comunista Cinese nella seconda metà degli anni ’60 fece fare un salto di qualità alla lotta spontanea e diffusa che si era sviluppata nel nostro paese contro la linea della “via pacifica e parlamentare al socialismo” e portò a due tentativi di ricostruire il partito comunista: il primo che fece capo al Partito Comunista d’Italia-Nuova Unità, il secondo è quello promosso nelle Brigate Rosse.3 Stasera ci occupiamo di queste ultime.

 

Interviene Silvia, della Segreteria federale toscana del P.CARC

Ermanno ha descritto le premesse della nascita delle BR, Silvia introduce al bilancio della loro azione secondo quanto scritto da Assan. Prima, però, vuole rendere omaggio a Fidel Castro, scomparso oggi. L’occasione serve per dire quanto è importante fare la rivoluzione socialista nel nostro paese come massimo contributo per rivoluzioni come quelle di Cuba e del Venezuela. Il (nuovo)PCI, oggi 27 novembre, confermerà le parole della compagna nel suo comunicato di saluto a Fidel Castro4, dicendo che “i popoli oppressi hanno bisogno che la rivoluzione socialista si sviluppi e vinca nei paesi imperialisti”.

Fare la rivoluzione nei paesi imperialisti

Il motivo principale per cui durante la prima ondata della rivoluzione proletaria il movimento comunista non ha instaurato il socialismo in nessun paese imperialista, consiste nei limiti dei partiti comunisti dei paesi imperialisti quanto a comprensione delle condizioni, delle forme e dei risultati della lotta di classe nei rispettivi paesi. I partiti comunisti dei paesi imperialisti hanno costantemente oscillato tra adesione dogmatica e identitaria ai principi comunisti e manovre politiche senza principi. Per alcuni di essi il legame con l’Unione Sovietica e con l’Internazionale Comunista ha supplito in certi periodi alla mancata adesione alla concezione comunista del mondo. Questo limite è illustrato in dettaglio nell’opuscolo del (n)PCI I quattro punti principali da discutere nel Movimento Comunista Internazionale (dicembre 2010 – www.nuovopci.it).

Il motivo principale dell’esaurimento della prima ondata della rivoluzione proletaria sta nella mancata instaurazione del socialismo nei paesi imperialisti. L’Unione Sovietica, la Repubblica Popolare Cinese, gli altri paesi socialisti creati nel corso della prima ondata della rivoluzione proletaria potevano svolgere, e per alcuni anni hanno svolto, il ruolo di basi rosse della rivoluzione proletaria mondiale. Ma la vittoria del socialismo poteva diventare definitiva solo grazie all’instaurazione del socialismo nei paesi imperialisti”.

Quanto scrive sopra il (nuovo)PCI è di grande rilievo per il movimento comunista e serve di insegnamento a tutti i rivoluzionari sinceri, che commettono lo sbaglio di aspettare che la rivoluzione “venga da fuori”. Serve da antidoto contro il veleno della Scuola di Francoforte, secondo la quale le masse popolari dei paesi imperialisti, e tra loro la classe operaia, sono ormai asservite alla borghesia e quindi la rivoluzione può venire solo da qualche paese esotico e lontano, dove i popoli sperimentano la ferocia degli imperialisti. Serve per smascherare tutti quelli che, siccome dai paesi oppressi e dai primi paesi socialisti non hanno esportato la rivoluzione nel nostro e negli altri paesi imperialisti (cosa che probabilmente attendevano, come il cliente attende il piatto al ristorante, ragione per cui “si lamentano del servizio”), dichiarano che “il comunismo è fallito”, o anche che “quello dei primi paesi socialisti non era il vero comunismo”, intendendo che il vero comunismo sarebbe quello loro.

 

Assan, dice Silvia, è pseudonimo di un protagonista della storia delle Brigate Rosse. La lotta contro il revisionismo moderno che si sviluppò negli anni Settanta doveva svilupparsi e diventare lotta per il potere, e in questo contesto sta la lotta delle BR. Assan si sofferma sui risultati della lotta e della propaganda armata del periodo, dai suoi inizi fino al 1988. Parla di scoperte importanti, che rompono con la concezione della forma della rivoluzione socialista che aveva predominato tra i partiti comunisti dei paesi imperialisti nel periodo 1900-1945 (che o riducevano la rivoluzione socialista a un’insurrezione scatenata dal partito oppure pensavano che sarebbe partita da una rivolta delle masse popolari determinata dall’aggravarsi delle loro condizioni materiali). Le BR opposero alla “via al socialismo attraverso le riforme di struttura” la via della ricostruzione del partito comunista attraverso la propaganda armata. In questo modo costrinsero i revisionisti moderni a svelare che la loro posizione era nel campo della borghesia imperialista e quindi contro la classe operaia. Hanno quindi contribuito ad accelerare il declino dei revisionisti moderni e del loro progetto.

Altro risultato importante è stato porsi come quel punto di riferimento che la classe operaia aveva perso, stante il fatto che i revisionisti moderni avevano preso la direzione del partito comunista. Con la loro iniziativa pratica, cioè, le BR hanno creato un centro della lotta del proletariato per il potere.

Contribuirono inoltre ad acuire le contraddizioni nella classe nemica: in particolare l’attacco a Moro, con cui affossarono il compromesso storico.

La scoperta più importante fu quella di rompere con l’idea della rivoluzione che scoppia: nei fatti posero all’ordine del giorno che la rivoluzione si costruisce a cominciare da subito, a partire dalla costituzione di un partito che sia all’altezza della situazione.

L’esperienza delle BR si concluse e in ciò manifestò i suoi limiti. “Le Brigate Rosse avevano una concezione sbagliata della fase in cui era la società italiana (la rivoluzione alle porte), del rapporto BR-movimento delle masse (portare il movimento delle masse sul terreno della lotta armata) e della fase di lotta che si apriva dopo il successo della “propaganda armata” (costruzione del partito e non “guerra civile dispiegata”), scrive Pippo Assan. A causa della concezione del mondo non materialista dialettica e marxista-leninista-maoista, ma derivata dalla Scuola di Francoforte, spiega il (n)PCI nel suo Manifesto Programma5, le Brigate Rosse

  • quanto ai rapporti tra le masse popolari e la borghesia imperialista, scambiarono la fase culminante della lotta delle masse per strappare conquiste nell’ambito della società borghese con l’inizio della rivoluzione. Quanto ai rapporti tra gruppi e Stati imperialisti, scambiarono l’attenuazione delle contraddizioni connessa al periodo 1945-1975 di ripresa e sviluppo del capitalismo con la scomparsa definitiva dell’antagonismo. Ignorarono l’alternarsi delle crisi generali del capitalismo con periodi di ripresa dell’accumulazione del capitale: gli anni ‘70 erano giusto il periodo di passaggio dal periodo di ripresa e sviluppo seguito alla Seconda Guerra Mondiale alla nuova crisi generale per sovrapproduzione assoluta di capitale. Ha inizio cioè quella crisi che nel 2008 è precipitata nella sua fase acuta e terminale e che tuttora sconvolge l’umanità ecosì sarà fino a quando la classe operaia con al seguito le masse popolari non imporranno un nuovo e superiore ordinamento sociale, fino a quando non instaureranno e socialismo;
  • non riuscirono ad appropriarsi consapevolmente del metodo della linea di massa onde restare all’avanguardia del movimento delle masse anche nella nuova fase prodotta dall’inizio, alla metà degli anni ‘70, della nuova crisi generale. Il movimento delle masse popolari assumeva la forma di lotte di difesa, di resistenza contro l’attacco alla borghesia. L’appoggio a questa resistenza, a queste lotte di difesa e la trasformazione di questa difesa in attacco doveva essere la linea da adottare6;
  • non fecero un bilancio giusto del movimento comunista: combinarono illusioni nei revisionisti moderni, nei paesi socialisti e nei partiti comunisti da essi diretti, con l’abbandono dell’esperienza storica del movimento comunista a causa del successo che i revisionisti moderni erano riusciti a raggiungere in esso.

In conseguenza di questi errori, il legame delle Brigate Rosse con le masse smise di crescere e cominciò anzi ad affievolirsi, le Brigate Rosse si diedero ad imprecare contro l’arretratezza delle masse e annegarono nel militarismo(non la linea politica, ma le armi e lo scontro militare come fattori decisivi dell’esito della lotta di classe). Si posero come sostituti delle masse popolari e subordinarono la politica all’attività militare.”

 

Assan parla quindi delle linee di sviluppo, del salto che le BR avrebbero dovuto fare a fine anni ’80: “rafforzare la nostra capacità di analisi ed orientamento politico, rafforzare la nostra direzione nel movimento delle masse, creare nostri canali e strumenti per formare e reclutare nuove leve in vista del declinare del movimento delle masse”, cioè, in sintesi, “fare il “salto a partito”, anche a costo di distogliere dall’attività combattente quadri dirigenti e militanti sperimentati”.

 

Ermanno legge il saluto di Ulisse

Ulisse, segretario generale del Comitato Centrale del (n)PCI, ha mandato un saluto che Ermanno legge e che riporto di seguito.

 

Ai membri della Federazione Toscana del Partito dei CARC

Cari compagni, vi ringrazio dell’invito e della possibilità che date a noi del (nuovo) Partito comunista italiano di parlare a tutti i partecipanti alla presentazione dell’opuscolo di Pippo Assan, Cristoforo Colombo. Approfitto del vostro invito alla Festa della Riscossa Popolare promossa dal Partito dei CARC, che ci è fratello nella lotta per costituire il Governo di Blocco Popolare, anche per mandare pubblicamente un saluto ai compagni delle Brigate Rosse ancora prigionieri della Repubblica Pontificia, testimoni viventi della ferocia della borghesia imperialista e del suo clero, ma testimoni anche della paura e della debolezza degli sfruttatori che opprimono le masse popolari italiane, devastano e saccheggiano il nostro paese e spremono profitti per conto dei gruppi imperialisti europei, americani, sionisti e altri. Oggi nelle carceri della Repubblica Pontificia, a Terni, ad Alessandria, a L’Aquila, a Latina, a Rebibbia e altrove, sono ancora richiusi più di venti prigionieri delle BR. La solidarietà nei loro confronti è un onore e un dovere per chi vuole farla finita con la Repubblica Pontificia, incarnazione italiana del capitalismo e del sistema imperialista mondiale: rafforza tutti i lavoratori in lotta. I loro nomi, i nomi di Cesare Di Lenardo, di Michele Mazzei, di Maria Cappello, di Fabio Ravalli, di Stefano Scarabello, di Susanna Berardi, di Carlo Garavaglia, di Nadia Lioce e di tanti altri, assieme ai nomi dei nostri caduti nella lotta politica e sindacale, dovrebbero ornare e domani orneranno le piazze e le vie del nostro paese, che oggi invece sono infangate dai nomi di profittatori e carnefici dei lavoratori italiani, di uomini politici della Monarchia Sabauda, del regime fascista e della Repubblica Pontificia e di nani e ballerine, pagliacci e ciarlatani che si sono esibiti al loro servizio.

La lotta condotta dalle Brigate Rosse negli anni ’70 ha lasciato una segno profondo nella lotta che oggi dobbiamo condurre per porre fine al catastrofico corso delle cose che la borghesia imperialista e il suo clero ci impongono. Dopo i gruppi marxisti-leninisti, le BR hanno incarnato il secondo tentativo di ricostruire il Partito comunista italiano. Il PCI fondato nel ‘21 era cresciuto nonostante la feroce persecuzione del regime fascista, della Monarchia dei Savoia e del Vaticano che avevano fatto morire Antonio Gramsci, era stato promotore e protagonista eroico della Resistenza contro i nazifascisti, ma era poi stato corrotto e disgregrato dai revisioni moderni della scuola di Krusciov, di Togliatti e dei loro compari e successori con una pratica di sottomissione dei lavoratori alla borghesia e al clero contrabbandata con la tesi che era possibile conciliare gli interessi dei capitalisti con un progresso continuo delle condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari, con la linea della “via parlamentare al socialismo” e delle “riforme di struttura”. L’ala sinistra del PCI e anche i gruppi marxisti-leninisti erano paralizzati dalla concezione che la rivoluzione socialista era un evento che doveva prima o poi scoppiare. L’innovazione portata dalle Brigate Rosse fu che la rivoluzione era un processo e iniziava da subito. Nel movimento rivendicativo di massa allora nascevano spontaneamente mille iniziative di lotta armata. Le BR diedero a questo movimento la prospettiva della conquista del potere e, come primo passo in questa direzione, l’obiettivo della ricostruzione del partito comunista: era far fare al movimento di massa quale era, il passo necessario per far avanzare la rivoluzione socialista.

Bisogna parlare chiaramente, capire e imparare dalla lotta condotta dalle Brigate Rosse tenendo conto che la Repubblica Pontificia bolla il bilancio scientifico della loro eroica lotta come apologia di reato. Noi del (nuovo) PCI abbiamo imparato dal loro esempio e riflettuto anche sulla loro sconfitta. Per questo abbiamo un’alta stima del contributo che i promotori e i membri delle BR hanno dato al movimento comunista.

L’opuscolo di Pippo Assan spiega in cosa consisteva il risultato più importante della lotta condotta dalle Brigate Rosse: erano diventate il centro verso cui convergeva la fiducia di tutti i membri delle masse popolari decisi a instaurare il socialismo e insofferenti della via parlamentare al socialismo e, in primo luogo, il centro su cui si appuntava la fiducia degli operai che volevano il socialismo. Spiega anche i motivi della loro sconfitta. Le Brigate Rosse sono state sconfitte perché il successo della lotta che avevano condotto poneva loro compiti superiori nella costruzione del Partito comunista e nella costruzione di un solido, più profondo e più vasto legame con gli operai, con gli altri lavoratori e con il resto delle masse popolari, nelle condizioni concrete della nuova crisi generale del capitalismo che iniziava proprio negli anni ’70 ed esse, invece di assimilare e applicare più a fondo la concezione comunista del mondo, il marxismo-leninismo-maoismo, se ne allontanarono sempre di più. La concezione comunista del mondo è la scienza delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia. Per porre fine al capitalismo, per instaurare il socialismo e costruire il nostro futuro dobbiamo guidare le nostre attività con il marxismo-leninismo-maoismo, conoscerlo e applicarlo, come per costruire un lungo ponte o un grande edificio bisogna conoscere la scienza delle costruzioni e applicarla. Invece le BR si lasciarono incantare dalla cultura che già allora era di moda, che va sotto il nome di Scuola di Francoforte. La borghesia la sponsorizzava in mille modi nelle università e nelle case editrici. I revisionisti moderni avevano infiltrato nei posti chiave del movimento comunista intellettuali e politicanti che la diffondevano travestendola da marxismo creativo. Marcuse era presentato come il profeta della rivoluzione che bisognava fare anche se la Scuola di Francoforte in realtà negava perfino le tesi fondamentali del marxismo: il materialismo dialettico e il materialismo storico, il contrasto tra il carattere collettivo delle forze produttive  della nostra società e il rapporto di produzione capitalista e sosteneva invece che la classe operaia si era integrata nel sistema capitalista e non era più la classe portante della rivoluzione socialista e del socialismo. Per questo le BR scivolarono nella concezione militarista: la loro lotta armata doveva colmare l’arretratezza delle attività delle masse popolari (teoria della sostituzione).

Senza la concezione comunista del mondo è impossibile condurre con successo la rivoluzione socialista, quindi le Brigate Rosse sono state sconfitte e i grandi risultati della loro lotta si sono dispersi. Tutto questo l’opuscolo di Assan lo spiega in dettaglio. Noi abbiamo imparato la lezione, abbiamo dovuto imparare la lezione e ricominciare da capo.

Capire il bilancio che Assan espone nell’opuscolo Cristoforo Colombo oggi è importante perché invece la cultura corrente porta la sconfitta delle BR come dimostrazione che è impossibile fare la rivoluzione e instaurare il socialismo. Gli stessi protagonisti della lotta che non hanno fatto un giusto bilancio della loro sconfitta dicono e credono che sono stati sconfitti dalla forza e ferocia della borghesia (la prigione, le torture, lo stato d’assedio, ecc.) con la complicità di membri del PCI indotti dai dirigenti a collaborare con la polizia e i carabinieri. La borghesia, il clero, la sinistra borghese avvalorano questo bilancio e aggiungono la denigrazione dei compagni. Questo bilancio è sbagliato, ma è utile alla borghesia perché esalta la sua forza ed è disfattista: infatti ne viene la conclusione che la lotta rivoluzionaria è impossibile, che la borghesia è troppo forte, che la clandestinità è impossibile, che la rivoluzione socialista o è qualcosa che scoppia o non c’è. È come per l’Unione Sovietica che si è disgregata alla fine degli anni ’80. La borghesia e i disfattisti nascondono l’opera subdola e distruttiva condotta per più di trent’anni nell’Unione Sovietica dai revisionisti alla Krusciov, alla Breznev e loro complici e propagandano la conclusione che la Rivoluzione d’Ottobre era sbagliata, che i comunisti di Lenin e di Stalin hanno sbagliato a prendere e a tenere il potere, che il movimento comunista è stato una “successione di errori e orrori”, come ha sintetizzato Fausto Bertinotti e continuano a ripetere Paolo Ferrero e la sua compagnia. Il bilancio disfattista delle Brigate Rosse pesa su tutti quelli che non fanno il bilancio che Assan presenta nel suo opuscolo e si combina con il bilancio disfattista della Resistenza, dell’Unione Sovietica e di tutta la prima ondata della rivoluzione proletaria.

In positivo le Brigate Rosse hanno lasciato un esempio di dedizione eroica alla causa dell’emancipazione dell’umanità dal capitalismo, della capacità di persone semplici di ribellarsi e tenere in scacco la borghesia e tutto il suo potente apparato di repressione e di intossicazione. “Ci vorrebbero le Brigate Rosse!” fu per molto tempo, nei momenti di esasperazione, un’esclamazione e un pensiero degli oppressi che avevano vissuto quegli anni. È questo esempio che noi esaltiamo, forti del bilancio che Assan presenta.

La situazione oggettiva è favorevole alla rinascita del movimento comunista. La rivoluzione socialista è necessaria, è l’unica via per porre fine al corso catastrofico delle cose. La rivoluzione socialista è possibile. È una guerra che si conduce giorno dopo giorno costruendo il nuovo potere finché sfocerà nella sua vittoria, l’instaurazione del socialismo. La conduciamo giorno dopo giorno non solo arruolando nuovi membri nel partito e formandoli ad essere e agire da comunisti nella lotta di classe, ma mobilitando gli elementi avanzati delle masse popolari e anzitutto i lavoratori avanzati delle aziende capitaliste a organizzarsi, a mobilitare anche il resto delle masse popolari a far fronte alle autorità e ai capitalisti, a creare le condizioni per costituire un loro governo d’emergenza, il Governo di Blocco Popolare. È su questo terreno che si sviluppa la nostra collaborazione con il Partito dei CARC che è per noi un partito fratello.

Per condurre questa guerra fattore chiave è la fiducia che vinceremo, che possiamo vincere, che dipende da noi. Per questo dobbiamo anche condurre una lotta nel campo delle idee e della visione del mondo, per vedere chiaramente la realtà, quindi per la ricerca scientifica a proposito delle attività con le quali gli uomini fanno la loro storia e contro le concezioni empiriste o fataliste, che portano al disfattismo. Saccenti professori e politicanti falliti vanno dicendo che oggi gli insegnamenti di Lenin, di Stalin e di Mao non servono più o servono a ben poco. Anche se non osano rinnegare la loro opera, dicono che la situazione è radicalmente diversa, che la classe operaia delle fabbriche non esiste più, che esistono solo lavoratori dispersi e precari, che la borghesia ha raggiunto il “controllo sociale totale”, che il modo di lavorare è cambiato perché invece delle macchine utensili si usano le stampanti tridimensionali, per mille altre ragioni che prendono spunto da elementi della realtà interpretati però unilateralmente fino a stravolgerla. In realtà oggi nonostante delocalizzazioni e ristrutturazioni, nelle aziende capitaliste ci sono ancora più operai di quanti ce n’erano alla fine della Resistenza, sia in numero assoluto sia come percentuale della popolazione. Per instaurare il socialismo gli operai devono egemonizzare non più come negli anni ’40 e ’50 contadini dispersi nelle campagne e vittime degli agrari, dei curati e dei carabinieri, ma lavoratori dispersi e precari in gran parte riuniti nelle città. Il fattore chiave, determinante per fare con successo la rivoluzione socialista è, oggi come lo era ieri, un partito comunista che padroneggia e applica con creatività e abnegazione il marxismo-leninismo-maoismo senza riserve né intellettuali né morali. Noi vogliamo essere questo e una scuola di formazione per tutti quelli che decidono di associarsi con noi.

È l’appello che rivolgiamo a ogni persona di buona volontà, a ogni lavoratore avanzato, a ogni giovane e a ogni donna generosi, capaci di dedicarsi a un’impresa difficile ma necessaria e destinata alla vittoria.

Siate solidali con i compagni prigionieri. Fate loro comprendere che il loro esempio ispira, che la loro lotta ha gettato semi che germogliano in un contesto diverso da quello che loro vedevano e in forme diverse da quelle che loro praticavano, imparando anche dalla loro sconfitta.

Siate rigorosi nel pensare. La borghesia fa di tutto per distogliere le masse popolari dal fare la rivoluzione, pone mille ostacoli a che imparino a pensare. Ma non è in grado di impedire a noi comunisti né di pensare né di ispirare le masse popolari e mobilitarle per fare la rivoluzione socialista fino a instaurare il socialismo.

Il terreno è fertile e la stagione propizia per avanzare nella rivoluzione socialista.

A nome di tutti i membri del (nuovo) Partito comunista italiano auguro successo al vostro lavoro.

Compagno Ulisse, segretario generale del Comitato centrale del (n)PCI.

 

La discussione

Lino, segretario del P.CARC della sezione di Cecina

Noi siamo i figli dell’esperienza delle Organizzazioni Comuniste Combattenti, dice Lino, e ne abbiamo tratto insegnamento. Lui ha 61 anni e ha vissuto in quell’epoca, in cui c’erano migliaia di compagni militanti in quelle organizzazioni. A loro dobbiamo molto, a loro che sono stati uccisi, torturati, ricattati, colpiti negli affetti familiari. Hanno dato un contributo alla lotta contro il pentitismo e la dissociazione, cui lo Stato fece ricorso. Di ciò hanno fatto un’arma di battaglia. Ricorda Adriana Chiaia, scomparsa da pochi giorni7, e il libro Il proletariato non si è pentito, da lei curato pochi anni prima che Assan scrivesse questo suo libro8. Come ci si può pentire di un corso necessario, della corrente oggettiva che porta verso il socialismo, chiede Lino?

Effettivamente le BR non curarono la concezione, cioè il materialismo dialettico, il maoismo, la sua espressione più avanzata, e la linea di massa, metodo senza il quale non è possibile un legame saldo tra masse popolari e partito. Perciò deviarono verso il militarismo e il soggettivismo e in questo modo favorirono l’attacco della borghesia che sfruttava i loro errori e limiti per isolarle dalle masse.

Conclude citando Mao Tse-tung, secondo il quale le idee giuste nascono dal bilancio dell’esperienza: questo bilancio, riguardo all’esperienza delle Organizzazioni Comuniste Combattenti, noi lo abbiamo fatto.

 

Vincenzo, Presidente nazionale dell’Unione Inquilini

La polizia interviene contro gli sfrattati, contro i picchetti nelle fabbriche, dice Vincenzo Simoni. La borghesia imperialista ha questo suo “partito armato”. Non esistono rivoluzioni pacifiche. Nemmeno la borghesia ne ha mai fatte. Parla di coloro che combatterono nel Risorgimento, i cui nomi sono quelli delle vie delle nostre città, come ad esempio i martiri di Belfiore, che allora furono tutti denigrati al modo in cui oggi sono denigrate le BR.

Lui, negli anni ‘70, fu parte della corrente della sinistra socialista rivoluzionaria, di cui descrive relazioni e percorso. Lui a suo tempo fu scelto come quello che, negli anni ‘60 del secolo scorso, doveva prendere contatto con il Partito Comunista Cinese, che però non volle stabilire relazione con loro, perché era rappresentativo della minoranza all’interno del PCd’I, perché loro, racconta, volevano avere relazioni con “partiti nella loro interezza” e perciò si misero in contatto con il dirigente, Fosco Dinucci (Pontasserchio, Pisa, 1921-1993). Parla della conoscenza diretta che ebbe del “socialismo reale”. Intende i primi paesi socialisti, di cui esalta gli aspetti positivi, contro gli elementi tipo Rossana Rossanda e compagni, che disprezzano quelle esperienze, con l’arroganza di chi presume di guardare dall’alto un impegno che ha coinvolto centinaia di milioni di uomini e di donne. Bisogna considerare le grandi esperienze e i grandi movimenti di massa.

Dice che i tre errori delle BR sopra indicati da Assan furono gravi.

Rivendica la sua amicizia e la solidarietà verso coloro che scelsero la lotta armata, con quelli che caddero. Non persero solo loro, perdemmo tutti: ricorda a questo proposito i 40 giorni di sciopero degli operai della FIAT. Dice che abbiamo perso perché avevamo di fronte un nemico più forte, così come accadde in Spagna.

In realtà non fu per questo. Sempre le classi oppresse hanno davanti un “nemico più forte”. Non nel senso che è più numeroso (gli oppressori sono sempre una minoranza), ma perché dispone della scienza, dell’organizzazione e della tecnica necessarie in primo luogo per garantire le condizioni per la produzione e riproduzione dell’esistenza (cioè perché siano garantiti alla collettività i mezzi per vivere e per riprodursi) e in secondo luogo per reprimere chi si rivolta contro lo stato di oppressione. Fosse la forza del nemico la ragione delle sconfitte, non sarebbe avvenuta mai alcuna rivoluzione. Infatti oggi il movimento comunista, che pure dispone di risorse materiali minime rispetto al nemico di classe, prosegue nel suo cammino fino alla vittoria perché la borghesia imperialista non è in grado di garantire benessere e progresso alle masse popolari dei suoi paesi e ai popoli che opprime, e non ha scienza della realtà, non sa cosa accade e perché, agisce ciecamente.

Parla del suo libro Viva il Novecento9, di cui legge una parte, scritta nel 1981:

Non sta uscendo, questo voglio dire, un aggregato di persone fortemente motivato all’azione. Oggi più che ieri si ritorna ad apprezzare la sicurezza, l’agio, l’ozio, che per altre classi diventano così difficili da conquistare. Dalla borghesia non escono più figli inquieti, ma nemmeno sazi. Diligenti, attivi quanto basta e non disposti a nessuno rinuncia.

E gli altri? Cioè i clandestini, gli armati, i reclusi, quelli che scelgono di poter conoscere galere, tortura, violenza e morte? Chi sono, così forti da rifiutare l’adescamento, così pazzi da colpire (ancora!) l’attuale stato delle cose attraverso i suoi esponenti, opachi, ottusi, non pensanti come li vuole un sistema chiuso?

La canea di questi giorni non mi convince: isolare i terroristi, non propagandare le idee di violenza, difendere lo Stato! E che dire di questi altri che gridano ai colleghi ”fate silenzio!”, motivati che dalla rabbia antica del gaudente servo,, chi dall’attitudine a mentire, soffocando ogni minuto quella che si definiva voce della coscienza? Certamente oggi, più di due anni fa, è ancora giusto dire ”né il terrore dei giustizieri rossi, né questo Stato ci convince”; e come potrebbero? È giusto demarcare, ma sempre meno sufficiente. Perché si può anche noi tacere, lasciarli fare, ruminare a testa bassa; e questo è così facile, forse anche gradevole…”10.

Il testo che Vincenzo Simoni legge è la testimonianza di un osservatore dell’epoca, rispetto alla quale divergiamo in alcuni punti. Uno, di fondo, era la parola d’ordine “nè con lo Stato nè con le BR”. Non è questione di opinioni, ma di tracciare linee in modo scientifico, come si fa ad esempio in geometria, e trai “figli inquiet” della borghesia e I torturati e uccisi della classe operaia c’è una linea discriminante. Quanto ai primi, la definizione precisa è data da Gramsci:

Il trasformismo “classico” fu il fenomeno per cui si unificarono i partiti del Risorgimento; questo trasformismo mette in chiaro il contrasto tra civiltà, ideologia ecc. e la forza di classe. La borghesia non riesce a educare i suoi giovani (lotta di generazione): i giovani si lasciano attrarre culturalmente dagli operai e addirittura se ne fanno o cercano di farsene i capi (“inconscio” desiderio di realizzare essi l’egemonia della loro propria classe sul popolo), ma nelle crisi storiche ritornano all’ovile”11.

Il compagno conclude dicendo che il vedere gli errori di allora non ci preserva dagli errori che possiamo fare oggi, cosa che non si può negare. Dobbiamo imparare a interloquire con le masse popolari per impedire che vadano a destra. Riconosce al P.CARC una capacità di intervento in questo senso. Sta parlando delle posizioni assunte negli ultimi anni rispetto al Movimento 5 Stelle. Anche rispetto al Movimento dei Forconi assumemmo una posizione analoga, mirata a entrarvi in relazione, a individuare in dettaglio le cause mobilitanti, sapendo che anche esse erano dovute all’avanzare della crisi che colpiva anche parti delle masse popolari non proletarie. In questo modo, tra le altre cose, siamo riusciti più volte a isolare i fascisti infiltrati in questo movimento e a farli allontanare.

 

Marinella, del Fondo Comunista di Firenze

È vero che le OCC hanno trasformato un modo di pensare la rivoluzione, come dice Assan ma, secondo la compagna, tutto ciò venne da Cuba e da tutti quei movimenti rivoluzionari dell’America Latina che sconvolsero le dittature del continente. Rivendica comunque l’esattezza dell’analisi economica delle BR, confermata da quanto succede oggi12.

Noi dovremmo parlare, dice la compagna, di quanto ha suscitato questo movimento armato, e del fatto che il movimento di allora era pre-rivoluzionario. C’erano comitati di controllo nelle caserme, militari che venivano in piazza con il viso coperto, nelle manifestazioni si occupavano case, si svuotavano supermercati, e quant’altro. Quando è stato garrotato l’ultimo basco in Spagna, a Roma si svuotarono le armerie e gli autobus spagnoli a Firenze venivano messi a fuoco.

Parla del fatto che oggi siamo invischiati in una sottocultura che ha restaurato i valori della concezione borghese e clericale del mondo. Parla della critica della famiglia di allora, mentre oggi la famiglia è riproposta come un valore.

In realtà la famiglia oggi è il luogo da dove i giovani non si possono staccare, perché non trovano lavoro. Quanto alla sua stabilità, come istituto è messa molto peggio di quanto non accadesse negli anni Settanta: le separazioni sono a livelli senza paragoni con quell’epoca e i giovani che non lavorano non riescono a mettere su rapporti stabili. La natalità è crollata a livelli che si sono riscontrati solo attorno alla Prima Guerra Mondiale. Marinella prende troppo sul serio la propaganda borghese e clericale, secondo le quali la famiglia è viva e vegeta ed è l’ultimo rifugio dal caos che avanza, cosa che non vale certo per le centinaia di donne uccise tra le mura di casa. In realtà il modo di produzione capitalista sta distruggendo la famiglia molto più di quanto facessero gli ideologi critici degli anni Settanta13.

Secondo Marinella c’era da fare, dice, un percorso di trasformazione più grande. Bisognava parlare della paura quando si facevano determinate scelte, in modo da sapere quanto eravamo saldi.

Ha ragione: non basta fare declamazioni o azioni eclatanti per dare dimostrazione di essere comunisti. Si tratta di un lavoro molto più profondo, che richiede tempo e tramite il quale si stanno forgiando gli uomini e le donne nuove, i primi a esplorare modi di pensare, di sentire e di porsi in relazione con gli altri, con la società e la natura che via via diventeranno modi d’essere di tutti.

Parla della sua posizione a sostegno di quello che si chiamò “partito guerriglia”. Racconta di come nelle fabbriche ci furono assemblee per decidere della sorte di Moro, e che le decisioni prese in quelle assemblee furono quelle attuate.

Capirono che era arrivata la fine con i 40 giorni della FIAT. Oggi dice che la gente è asservita e che siamo un popolo di pecore, con la qual cosa insiste a vedere il mondo con le lenti della Scuola di Francoforte, che si fonda sul disprezzo delle masse popolari e sull’esaltazione del coraggio e dell’intelligenza dei singoli individui. La Scuola di Francoforte serve apposta a seminare tra le masse popolari, fino anche ai suoi esponenti più generosi e sinceri quale è anche questa compagna, la concezione borghese del mondo, quella secondo cui la storia la fanno gli individui. Sia la rivoluzione socialista, sia la costruzione del socialismo sono opere possibili grazie al fatto che le masse popolari diventano e diventeranno sempre più capaci di comprendere la realtà, di organizzarsi, di dirigersi e di dirigere.

Ermanno sottolinea quanto Marinella ha detto, cioè che le BR erano sintesi di un movimento di massa. Lo riconosce anche Assan nel Cristoforo Colombo. Questo opuscolo si chiama così perché le BR come Cristoforo Colombo hanno fatto grandi scoperte senza rendersi conto di quello che avevano tra le mani. Effettivamente quella non era una situazione pre-rivoluzionaria. La guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata (cioè la strategia universale per fare la rivoluzione socialista)14 si conduce attraverso tre fasi, dice il compagno15. Allora si poteva passare dalla prima alla seconda fase della guerra, ma per farlo bisogna capire quello che si vuole e dove si deve andare. Si credeva di avere trovato l’India, di essere a un passo dal socialismo. Molto altro abbiamo scoperto, ma non eravamo alle porte della rivoluzione socialista.

 

Un candidato della sezione di Firenze del P.CARC

Il compagno ha vent’anni e nacque quando si costituirono le Nuove BR. Ricorda come l’uccisione di Biagi fu usata dalla borghesia imperialista per deviare la manifestazione in difesa dell’art. 18 da lotta per abbattere Berlusconi a lotta contro il terrorismo.

I fatti cui si riferisce il compagno sono del marzo 2002. La situazione era simile a quella del novembre 1994, quando le grandi manifestazioni di protesta contro la finanziaria assestarono la spallata definitiva al primo governo Berlusconi, ma con una differenza importante: allora scesero in piazza un milione di persone, il 23 marzo era prevista una manifestazione in cui sarebbero state il triplo. La sera del 19 marzo le Nuove BR uccisero Marco Biagi16. Berlusconi, la destra e tutti i politicanti italiani di Centro-sinistra che svolgevano la funzione di portavoce dei padroni, a soli quattro giorni dalla più grande manifestazione della storia della Repubblica ricevettero un assist insperato, che usarono per fare di un’imponente manifestazione popolare contro il governo Berlusconi una manifestazione “contro il terrorismo”. I dirigenti dei CARC, allora, sulle prime non riuscivano a crederci e dubitavano che a Bologna fossero stati dei comunisti a colpire Biagi, talmente grande era il beneficio che Berlusconi ne poteva trarre. Il 20 marzo la Segreteria Nazionale dei CARC diffuse un comunicato a caldo nel quale denunciava che (…) Berlusconi si è subito affrettato ad assumere il ruolo del buon mediatore sollecitando il “ritorno al dialogo”, mentre solo pochi giorni fa aveva avuto la faccia tosta di dichiarare che avrebbe fornito ben altri motivi per manifestare e scioperare che non la sola difesa dell’articolo 18. Dall’altra parte i sindacati di regime (legati ai partiti di centro sinistra, a loro volta legati con mille fili al centro-destra e tutti insieme legati agli interessi della borghesia imperialista), ora collaborano con il governo al fine di rendere meno incisiva la mobilitazione prevista per il 23 marzo a Roma. La trasformano da manifestazione contro il governo Berlusconi a manifestazione “per i diritti e contro il terrorismo”. (…) Per quanto siano diffuse l’avversione e l’odio delle masse popolari verso il governo Berlusconi e i suoi lacchè, inevitabilmente una parte di esse si unirà al coro “contro il terrorismo”, dimenticando per un momento gli stermini che gli imperialisti perpetuano ogni giorno in tutto il mondo. L’attentato a Biagi verrà utilizzato dal governo Berlusconi per evitare quello che successe nel ’94, quando una manifestazione di un milione di persone lo mandò a casa. (…) Questo è il vantaggio che il governo di ladri, sfruttatori, mafiosi e assassini trae dall’omicidio Biagi17.

La Segreteria Nazionale dei CARC ribadiva che compito principale dei comunisti nella fase attuale non era compiere sporadici attentati contro singoli esponenti o servi della borghesia, come facevano gli anarchici di fine Ottocento, ma lavorare alla ricostruzione di un nuovo e vero partito comunista.

Il giovane compagno continua con il suo intervento, dicendo che i tempi non sono cambiati, nel senso che la classe operaia resta il soggetto centrale della trasformazione della società capitalista in società comunista.

Allora, dice, le BR non costituirono un partito. Anche oggi ci manca un punto di riferimento, motivo per cui stiamo perdendo le conquiste che allora, grazie anche all’azione delle BR, la classe operaia mantenne.

Dice che il (nuovo)PCI, nella clandestinità è la retrovia più sicura, e il P.CARC è il punto di riferimento che lui ha scelto, che gli spiega cose come quelle che sta imparando qui e che non gli erano spiegate nel PMLI, dove stava prima.

Stiamo andando verso la guerra e nessuno dice nulla, ma la lava ribolle, dice. Dobbiamo darci da fare, dice, per evitare una guerra grazie alla quale la borghesia imperialista possa distruggere a sufficienza il mondo e chi lo abita, per riprendere a dominare come fece dopo la Seconda Guerra Mondiale. Ci sono le premesse perché questa nuova ondata della rivoluzione proletaria abbia effetti decisivi per l’instaurazione del socialismo a livello mondiale.

Raffaello, della sezione del P.CARC di Viareggio

Secondo Raffaello non bisogna limitarsi alla testimonianza, quanto al bilancio degli anni ‘70. Lui il Colombo lo aveva in casa come dattiloscritto e anche tenerlo in casa era pericoloso. Parla delle otto inchieste che hanno colpito le forze aggregate nella Carovana che portò alla costituzione del (n)PCI (nel 2004), per avere mostrato solidarietà rispetto alle BR e per avere portato avanti il bilancio scientifico della loro storia.

Comunque anche lui fu un testimone. Parla della cartoleria dove si stampavano i volantini dei compagni delle BR. Ricorda l’uccisione di Catabiani, un compagno cui rende qui omaggio. Parla di Peci, quello mandò tanta gente in galera. E allora bastava un volantino per andarci e starci cinque anni e più, dice.

Lesse e studiò il documento del 1988, lo discusse con i compagni e si disse che qualcosa stava rinascendo. Da allora iniziò il suo percorso, un percorso lungo, quello della rivoluzione che si costruisce e che oggi sta continuando.

Dichiara che ha imparato molto e che è orgoglioso di essere diretto da un giovane. Si riferisce a Ermanno, che ha meno di trent’anni, a fronte di lui che ne ha più di settanta.

Parla di quanto danno hanno fatto Negri e compagnia, e tutta la Scuola di Francoforte.

Quanto alla repressione, noi la abbiamo affrontata e ci siamo rafforzati. Oggi siamo sulla strada giusta. Il Governo di Blocco Popolare che il P.CARC promuove è la sintesi del percorso da fare.

 

Conclusioni

Ermanno precisa che i primi anni ‘70 sono quelli in cui si entra in una nuova fase del capitalismo. Inizia la seconda crisi per sovrapproduzione di capitale, quella di cui oggi sperimentiamo la fase terminale. Quello che va dagli anni ’70 a oggi è quindi un periodo unico, e non distinto in parti, come ha detto prima Vincenzo Simoni indicando la crisi degli anni ‘70 come congiunturale e la presente come strutturale.

Fu una crisi economica che si tradusse in crisi politica e culturale. La borghesia iniziò a riprendersi quanto le avevamo strappato e oggi mostra la sua vera faccia. I comunisti dovevano capire che la mobilitazione delle masse popolari era tesa a difendere le conquiste, dice. Parla della situazione odierna, delle fabbriche che chiudono, dei licenziamenti che vengono minacciati di nuovo alla Ginori di Sesto Fiorentino e della resistenza che avanza e sorge. Come appoggiare questa resistenza? Oggi per valorizzare al meglio questa resistenza come Partito dei CARC adottiamo la linea del Governo di Blocco Popolare. Vogliamo creare le condizioni per far ingoiare ai vertici della Repubblica Pontificia un governo delle organizzazioni operaie e popolari che assumono il ruolo di nuove autorità pubbliche e decidono della gestione del loro territorio e del paese.

L’esperienza delle BR ci serve, ripete, per imparare a fare la rivoluzione oggi.

Il dibattito di oggi è un primo passo per capire quell’esperienza storica. Assan ci insegna che dobbiamo partire dalle condizioni oggettive, dalle mobilitazioni spontanee delle masse popolari.

Ringrazia i presenti, un pubblico vario, di giovani, adulti e anziani, di operai e di studenti, di quelli che sono stati i migliori protagonisti delle lotte e della guerra di cui qui abbiamo discusso, tutti donne e uomini che non si sono arresi e che oggi qui hanno conferma di quanto è giusto non farlo, di quanto, come ha detto uno degli intervenuti, pentirsi non è possibile.

 

Paolo Babini

Firenze, 4 dicembre 2016

1 Nella Risoluzione n. 3 “Il Lavoro operaio del P.CARC” approvata dal nostro IV Congresso trattiamo della necessità di neutralizzare le manovre di agenti delle forze dell’ordine, di dirigenti dei sindacati di regime, di dirigenti dei partiti della sinistra borghese per scoraggiare il legame di singoli operai e lavoratori avanzati con noi andando a dire che “siamo collegati a una struttura clandestina”, “siamo contigui alle Brigate Rosse” e simili. “Neutralizzare queste manovre significa:

– non aspettare che ci vengano a riferire che “qualcuno dice di voi che…” (o che le insinuazioni abbiano avuto l’effetto che i loro autori si riproponevano, cioè l’allontanamento da noi), ma prendere l’iniziativa di trattare apertamente la questione appena vediamo che il rapporto con un lavoratore ingrana oltre il livello iniziale e ci sono buone possibilità che si sviluppi. Dobbiamo dare per scontato che i lavoratori attivi e collegati a sindacati di regime o a partiti della sinistra borghese vengano “avvisati” che noi siamo “collegati a una struttura clandestina” (o “contigui alle BR”);

– affrontare la questione non per difenderci da insinuazioni e accuse ma per elevare la coscienza dei nostri interlocutori. Significa approfittare di ogni spunto e appiglio per spiegare cos’è la Carovana del (n)PCI e i suoi obiettivi, chi la compone e il diverso compito e ruolo del (n)PCI e del P.CARC (unità e distinzione), per spiegare perché il (n)PCI chiama a formare Comitati di Partito clandestini e far valere a seconda delle caratteristiche del nostro interlocutore

1. che la lotta di classe è una guerra, un partito comunista che vuole dirigerla fino alla vittoria non può usare gli strumenti che il nemico di classe gli consente di usare, non può vivere e operare nei limiti che il nemico di classe gli consente, ma deve essere autonomo organizzativamente, politicamente, ideologicamente dalla borghesia (quindi clandestino),

2. l’esperienza del vecchio PCI durante la Resistenza,

3. l’illegalità crescente, la segretezza, le manovre sporche, ecc. con cui la classe dominante ammanta la sua azione,

4. il fatto che anche solo per condurre lotte rivendicative “combattive”gli operai e altri lavoratori si organizzano “clandestinamente”.

2 Questa preziosa copia fu sequestrata (e mai restituita) dalla polizia in casa di un compagno toscano, che l’aveva avuta in prestito, durante la grande operazione repressiva del 19 ottobre 1999, che investì i CARC e i collettivi e gli individui che con loro avevano a che fare in tutte le parti d’Italia.

3 Per la descrizione delle due linee nel contesto del periodo e nel contenuto vedi Manifesto Programma del (nuovo)PCI, ed Rapporti Sociali, Milano, 2008, pp. 144 e seguenti, in ww.nuovopci.it/scritti/mpnpci/02_01_bilanlottaclasse.html#2-1-3.

5 Seguono citazioni dalle pp. 146-7 del Manifesto Programma del (nuovo)PCI.

6 È la linea del (nuovo)PCI: “unirsi strettamente e senza riserve alla resistenza che le masse oppongono ed opporranno al procedere della crisi generale del capitalismo, comprendere ed applicare le leggi secondo cui questa resistenza si sviluppa, appoggiarla, promuoverla, organizzarla e far prevalere in essa la direzione della classe operaia fino a trasformarla in lotta per fare dell’Italia un nuovo paese socialista, adottando come metodo principale di lavoro e di direzione la linea di massa” (Manifesto Programma del (nuovo)PCI, cit. p. 161). Fu definita quattro anni dopo la pubblicazione del libro di Assan, nel “Convegno sulla resistenza delle masse popolari al procedere della crisi del sistema capitalista e sull’azione delle forze soggettive della rivoluzione socialista” tenuto a Viareggio nel novembre 1992. Il convegno diede il via all’organizzazione dei primi CARC.

7 La compagna è stata ricordata dal (nuovo)PCI in un suo Avviso ai naviganti. Vedi http://www.nuovopci.it/dfa/avvnav64/avvnav64.html.

8 Il libro è stato pubblicato di nuovo in questi giorni dalla Casa Editrice Rapporti Sociali, alla quale può essere richiesto direttamente. Vedi http://www.carc.it/2016/11/10/il-proletariato-non-si-e-pentito-autori-vari-a-cura-di-ariana-chiaia/.

9 Diple Edizioni, Firenze, 2008.

10 Ibidem.

11 Quaderni del carcere a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 2001 (prima ed. 1975), Torino, pp. 396-7. Le conclusioni di Gramsci servono a capire che i molti pentiti e dissociati degli anni Settanta non furono un fenomeno nuovo nella storia dell’Italia contemporanea.

12 Non sappiamo a quale analisi si riferisca, considerato anche che nelle Brigate Rosse le posizioni furono anche differenti tra di loro. Ancora nel Comunicato di rivendicazione dell’attacco a d’Antona, del 1999, gli autori parlano di crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale. La Commissione Preparatoria del Congresso del (n)PCI al riguardo scrive: “L’autore cita più volte la crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale, ma non solo non ne trae le conseguenze politiche, ma vari passaggi del Comunicato stanno a dimostrare che non ha alcuna comprensione della natura della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale e che la cita quindi come una giaculatoria, una formula vuota e di rito” (Martin Lutero, in http://www.nuovopci.it/voce/supplementi/martin/indice.htm).

13 Vedi La Voce del (nuovo)PCI, n. 52, marzo 2016, dove si parla della “distruzione delle basi materiali e sociali della vecchia famiglia feudale-clericale” (p. 46).

14 A tal proposito vedi il Manifesto Programma del (n)PCI: 3.3. La nostra strategia: la guerra popolare rivoluzionaria di lunga durata, p. 197.

15 Le tre fasi sono “La fase della difensiva strategica: le forze della borghesia sono preponderanti, le forze rivoluzionarie deboli; il compito del partito è quello di raccogliere, addestrare e organizzare forze impiegandole nella lotta evitando però di essere costretto a uno scontro frontale e decisivo e mirare a preservare e accumulare le sue forze; la borghesia cerca lo scontro risolutivo, il partito lo evita mantenendo l’iniziativa sul piano tattico.

La fase dell’equilibrio strategico: le forze rivoluzionarie hanno raggiunto le forze della borghesia imperialista.

La fase dell’offensiva strategica: le forze rivoluzionarie hanno raggiunto la superiorità rispetto alle forze della borghesia; il compito del partito è quello di lanciare le forze rivoluzionarie all’attacco per eliminare definitivamente le forze della borghesia e prendere il potere.” (La Voce del (nuovo)PCI, n.1, marzo 1999, Quale partito comunista?)

16 Marco Biagi era un giuslavorista al servizio del regime, elaboratore di una legge che sarebbe stata approvata da lì a un anno e che esigeva massima flessibilità da parte dei lavoratori.

17 Segreteria Nazionale dei CARC, comunicato 20 marzo 2002, intitolato Lavorare alla ricostruzione di un nuovo e vero partito comunista: questo è il compito principale dei comunisti e dei lavoratori d’avanguardia!

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