La crisi del capitalismo avanza. Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è eccellente!

E’ di qualche giorno fa la notizia del NO al TTIP (Trattato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti) da parte del governo tedesco.

Nel numero 02/2014 di Resistenza scrivevamo che “(…) In ballo, per i paesi che lo sottoscriveranno, c’è la sottomissione a una legge extraterritoriale, internazionale, che prevede la costituzione di una sorta di tribunali speciali (arbitrati) deputati a far valere le ragioni delle multinazionali dove e quando i loro interessi siano minacciati da leggi dei singoli governi. Di esempi di funzionamento, di precedenti, ce ne sono già di importanti e gravi “Si è potuto recentemente vedere società europee avviare cause contro l’aumento del salario minimo in Egitto o contro la limitazioni delle emissioni tossiche in Perù. Un altro esempio: il gigante delle sigarette Philip Morris, contrariato dalla legislazione antitabacco dell’Uruguay e dell’Australia, ha portato i due paesi davanti a un tribunale speciale. Il gruppo farmaceutico americano Eli Lilly intende farsi giustizia contro il Canada, colpevole di avere posto in essere un sistema di brevetti che rende alcuni medicinali più accessibili. Il fornitore svedese di elettricità Vattenfall esige alla Germania per la sua ‘svolta energetica’, che norma più severamente le centrali a carbone e promette un’uscita dal nucleare. La ratifica del TTIP è la regolamentazione (che vale come una sorta di sicurezza) su vasta scala del diritto al profitto sopra tutto, anche alle leggi nazionali”.

Il NO del governo tedesco è la conferma che la crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale porta alla guerra tra i gruppi imperialisti. Il rifiuto del governo tedesco è una chiara manifestazione della guerra tra il gruppo imperialista capeggiato dagli USA (Obama era in prima fila nella promozione dell’accordo) e quello capeggiato dai franco-tedeschi (Hollande da sempre ha assunto posizioni critiche al riguardo). Lo scontro tra i due gruppi imperialisti si sta acutizzando e a confermarlo ci sono vari esempi: dal processo penale che il dipartimento della giustizia USA sta istruendo contro la Volkswagen per lo scandalo dieselgate, al caso di Eric Ben-Artzi (ex-funzionario della Deutsche Bank che insieme ad altri funzionari ha rivelato al SEC (organismo che dovrebbe vigilare sulla Borsa statunitense) le irregolarità cui egli stava assistendo negli uffici dell’istituto tedesco (vedi articolo di Comito su il manifesto del 20.08.16), fino ad arrivare alla decisione del 30 agosto 2016 con la quale la Commissione Europea ha ordinato alla Apple (multinazionale USA) di restituire al governo irlandese 13 miliardi di euro di tasse.

Da questa crisi nessun capitalista (“buono” o “cattivo” che sia) può avere un piano per uscirne. La sostanza di questa crisi consiste nel fatto che a livello mondiale e considerando tutti i settori produttivi, il capitale accumulato è tanto che, se i capitalisti lo impiegassero tutto nelle loro aziende produttrici di merci (beni e servizi), estrarrebbero una massa di plusvalore (quindi di profitto) inferiore a quella che estraggono impiegandone solo una parte.

In un sistema di relazioni sociali capitaliste la borghesia deve valorizzare il capitale, ma, stante gli ordinamenti esistenti, la borghesia non può investirlo nella produzione di merci.

Questo ha dato luogo a tutti gli sviluppi che constatiamo e che rientrano nei seguenti cinque campi:

spremitura delle masse popolari (riduzione dei redditi ed eliminazione dei diritti e delle conquiste),

finanziarizzazione dell’economia reale e sviluppo del capitale speculativo,

ricolonizzazione dei paesi oppressi e sfruttamento dei paesi ex socialisti,

devastazione della Terra (saccheggio delle risorse naturali, cambiamento climatico, inquinamento dell’ambiente, devastazione del territorio),

lotta tra capitalisti ognuno dei quali cerca di ingrandirsi a spese di altri capitalisti.

Gli sviluppi in ognuno di questi cinque campi hanno come sbocco la guerra: la guerra è un effetto inevitabile del capitalismo in crisi. Bisogna quindi partire dall’analisi della natura della crisi del capitalismo per comprendere il significato del NO del governo tedesco (a tal proposito vedi Dieci tesi sulla situazione attuale e sulla tendenza alla guerra su carc.it).

Per noi comunisti che significato ha il NO del governo tedesco? Già nell’ottobre del 2014 (su Resistenza) scrivevamo che “(…) C’è poco da chiedere e implorare che non firmi, c’è poco da portare le buone ragioni collettive, c’è poco da appellarsi alla Costituzione e alla legislazione internazionale vigente. O meglio, le forze e la mobilitazione di quanti si attivano per evitare la ratifica, di quanti chiamano al rispetto della Costituzione deve alimentare quella mobilitazione diffusa in tutto il paese contro le privatizzazioni che sono già in corso, contro gli arbitri che avvengono già, contro le servitù militari e le altre forme di ingerenza degli imperialisti USA e delle multinazionali per cacciare il governo dei vertici della Repubblica Pontificia e costruire il governo di Blocco Popolare. “Finite sempre a parlare di questo Governo di Blocco Popolare…”. Sì perché è l’obiettivo unitario e immediato che i lavoratori e le masse popolari devono perseguire già oggi, qui e ora. Per dare seguito concreto alle rivendicazioni che agitano in piazza. Altrimenti, la lotta contro il TTIP e il TISA finirà al classico modo in cui finiscono le giuste battaglie generali, slegate dalla pratica diffusa e di massa: seminerà scoraggiamento e rassegnazione, alimenterà quella stupida convinzione che la gente è troppo arretrata per capire l’importanza di quella battaglia. Il fatto è, come spesso accade, che mobilitarsi solo contro non entusiasma, non aiuta, non coinvolge. Fino alla vittoria, si dice nelle piazze. Ma la vittoria non può essere e non è la conservazione dell’esistente, è la conquista del futuro”.

Proprio a proposito del blocco del TTIP Giorgio Cremaschi dice che “(…) Certo non è finita, il liberismo sfrenato del TTIP era troppo favorevole agli interessi delle multinazionali USA, per questo quelle tedesche e francesi alla fine hanno festeggiato il suo fallimento. Ma questo non vuol dire che le aggressioni al lavoro, allo stato sociale,all’ambiente in Europa finiranno. I poteri economici e finanziari della UE e i loro politici continueranno a fare danni finché i popoli europei non li fermeranno. Intanto però grazie alla Brexit una catastrofe è stata evitata. Ora dobbiamo evitarne un altra, la distruzione della nostra Costituzione. Il fronte del SI al referendum è fatto dalle stesse forze e interessi che erano favorevoli al TTIP e che avevano demonizzato la Brexit. Sconfiggerli sarà un passo avanti per l’Italia e l’Europa. I NO dei popoli fanno bene alla democrazia”.

Alle parole di Giorgio Cremaschi aggiungiamo che i NO dei popoli fanno bene alla democrazia nella misura in cui si trasformano, diventano strumento utile alla costruzione di un nuovo governo del nostro Paese, un governo delle organizzazioni operaie e popolari.

La battaglia per la difesa della costituzione sarà un successo nella misura in cui diventerà la battaglia delle masse popolari per l’applicazione della Costituzione a partire dall’articolo 1: “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro”. Applicarlo significa garantire a tutti un lavoro utile e dignitoso.

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