Le case editrici Rapporti Sociali di Milano e RedStar di Roma hanno pubblicato l’autobiografia di Teresa Noce. Scrivo queste righe su di lei, una grande donna dello scorso secolo, pensando alla mia compagna e a mia madre. Tra le molte altre donne che conosco e ho conosciuto, leggendo la storia della vita di Teresa Noce, penso poi di altre due, Elena ed Elisabetta, che hanno sperimentato la degenerazione dei partiti comunisti in mano ai revisionisti, una in Italia e l’altra in Polonia e che hanno avuto a che fare con uomini di valore basso, cosa che ha a che fare con la conclusione di una storia, che è molto bella, anzi meravigliosa, ma un fine lieto non lo ha.

A fronte di tutte queste donne a cui penso, e anche a fronte di Teresa Noce, sto a formarmi come un uomo nuovo, come nella carovana del (nuovo)Partito comunista italiano si impara a fare. Sono un rivoluzionario di professione, e scrivo queste righe per mostrare come nel mio caso, come nel caso degli uomini con cui Teresa Noce ebbe a che fare e soprattutto con il suo marito, Luigi Longo, questioni politiche e questioni personali e familiari si combinano, e dal modo in cui le combiniamo o si precipita all’indietro o si balza in avanti. Questo vale sul piano politico, nel senso che si ergono partiti comunisti nuovi, e sul piano individuale, nel senso che si formano uomini e donne nuovi, e gli uni e gli altri si potenziano a vicenda, nel senso che non è possibile diventare una donna o un uomo nuovo senza un partito comunista, e che un partito comunista nuovo, capace di realizzare cose mai realizzate prima, deve essere formato da donne e uomini nuovi.

La storia, ho detto, è molto bella. Serve oggi a un giovane per capire quali prospettive dà diventare comunista, proprio in questo momento in cui la borghesia non offre alcuna prospettiva a massima parte dei giovani delle masse popolari. Teresa Noce è un individuo di grande forza e intelligenza, ma è lo stare nel partito quello che la esalta. La borghesia e il clero, che fanno tanto parlare dell’importanza dell’individuo e della persona, non sono capaci di fare tanto e quello che fanno lo fanno per pochi individui, cioè per gli appartenenti alla loro classe.

La storia raccontata da Teresa Noce copre più della metà dello scorso secolo, dal 1900 alla metà degli anni Cinquanta, e serve anche per imparare la storia generale di quei decenni e la storia del movimento comunista che quei decenni ha segnato. La compagna nasce nel 1900, poverissima, ha solo la madre e il fratello, quindi il fratello muore in guerra e poi muore la madre, di dolore e di miseria. Non ha quindi famiglia, cosa che in Italia conta. Non è nemmeno bella, dice lei di se stessa. Studia con ostinazione fino da bambina, legge tutto quello che gli svolazza davanti agli occhi, lavora come operaia entra quindi nel Partito socialista e poi in quello comunista. E’ qui che inizia la sua storia con Luigi Longo. Con lui metterà al mondo tre figli, di cui due vivranno e riusciranno a crescere soprattutto in URSS e grazie all’URSS, negli anni tremendi del fascismo, del nazismo e della guerra. In questi anni la compagna viaggia in tutta Europa, mai perdendo fiducia e capacità di comprensione della realtà, ricoprendo incarichi di alta responsabilità, nella guerra di Spagna, nella Resistenza in Francia, affrontando il carcere più volte e infine il campo di concentramento nazista. Da questo uscirà forte e piena di fiducia nel futuro. Questa forza e questa fiducia cominciano a scemare pochi anni dopo la fine della guerra, abbastanza per farla recedere via via dal suo impegno, lei che trovava cose da fare anche nelle peggiori prigioni. La causa sta negli episodi che segnano la conclusione della storia, la complicità del partito nella costituzione di uno Stato in cui il potere reale è esercitato dal Vaticano, e il tradimento di Longo, il marito. Il primo ha una valenza nazionale e internazionale, il secondo una valenza personale, ma sono due facce dello stesso fenomeno.

Questi episodi sono il termine della storia. Da qui vediamo tutto il percorso fatto, come chi è salito in cima a un monte. Lo vediamo noi, e non Teresa Noce, perché alla compagna mancano gli strumenti ideologici che noi abbiamo, la strumentazione scientifica elaborata dalla Carovana del (n)PCI nel corso della sua storia dagli inizi fino a oggi.

Quello che per la compagna, e per il primo movimento comunista di cui lei è rappresentante magnifica, è termine del percorso, per noi e per il nuovo movimento comunista è inizio del percorso. Infatti componente fondamentale per partire e procedere nella costruzione della rivoluzione è la riforma intellettuale e morale dei comunisti, che ha come uno dei centri la relazione tra rapporti politici e rapporti personali, e familiari, e questa relazione, come vedremo, è la materia al centro della conclusione del libro, conclusione da cui possiamo vedere, come si è detto sopra, il cammino fatto e quello da fare. Sono tutte materie che la compagna Teresa Noce non potè sapere, e noi, studiandole alla luce del materialismo dialettico, mettiamo a frutto la sua eredità così preziosa.

Concentriamo il cannocchiale panoramico su alcuni punti del cammino fatto, con attenzione alla questione delle relazioni personali ma anche dell’importanza dello studio.

1920, elezioni amministrative a Torino (pag. 41)

Nell’assemblea plenaria del partito socialista torinese si scelgono i candidati.

Ricordo alcuni casi di esclusione dalla lista: per esempio a un compagno si fece carico di essersi sposato in chiesa benché non fosse credente. Lo aveva fatto per accontentare i parenti della sposa? Allora questo voleva dire che per la sposa o per i suoi parenti avrebbe potuto fare altre cose non belle, quindi non poteva rappresentarci nel Consiglio comunale.”

Qui si vede come i socialisti torinesi erano più avanti dei membri del PCI quando fu preso in mano dai revisionisti moderni negli anni Cinquanta dello scorso secolo. Già negli anni Sessanta era normale che i membri del partito si sposassero in chiesa come se fosse una cosa per accontentare i parenti, come se i parenti fossero degli stupidi perché erano credenti, come se questo inginocchiarsi di fronte ai preti, ufficiali del Vaticano, fosse una cosa formale.

Uguale rigore i socialisti torinesi avevano nei confronti dei figli di operai che avevano studiato.

Tra gli ultimi proposti della lista compilata per ordine alfabetico c’era Angelo Tasca. Si trattava di uno dei compagni più prestigiosi della sezione socialista di Torino, ma ciò non importava: un compagno operaio parlò contro questa candidatura, dicendo che Tasca era un intellettuale figlio di operai che lo avevano fatto studiare con mille sacrifici. Ma adesso che aveva una posizione si era dimenticato dei genitori e li lasciava in miseria. Tasca andò su tutte le furie, negò, spiegò e si difese. Era un oratore capace ed eloquente, ma non ce la fece a convincerci.”

Anche questo serve per confrontare con la situazione del PCI a partire dalla svolta degli anni Cinquanta. Da allora in poi “l’operaio vuole il figlio dottore”, il che pare scandaloso alla borghesia di destra, ma in realtà è il modo di pensare e di agire dei borghesi, e non dei comunisti, che si faccia studiare i figli perché si emancipino individualmente e non per elaborare la scienza necessaria a costruire la rivoluzione e a emancipare tutta la classe,.

Longo parla difficile (pag. 47)

Dopo la fondazione del primo PCI, nel 1921, il circolo giovanile di Porta Palazzo del PSI aderisce tutto al nuovo partito. Teresa Noce è eletta segretaria.

«Ora che siamo comunisti», dissi subito «bisogna lavorare molto di più e darci da fare per reclutare i giovani operai del nostro rione».

Stendemmo subito un piano di lavoro per il reclutamento e per l’educazione politica.

Tale piano prevedeva una serie di riunioni. A una delle nostre prime conferenze la Federazione giovanile ci inviò come oratore uno studente che conoscevamo solo di nome, quello stesso che aveva firmato la mia tessera di adulta.

Il giovane studente cominciò a parlare. Ahimé, come parlava difficile! Non si era certamente reso conto che la nostra sezione giovanile era formata esclusivamente da operai che avevano fatto soltanto le scuole elementari e non tutti le avevano terminate. I ragazzi cercavano di seguire l’oratore, ma vedevo che non ci riuscivano. Le loro teste cominciavano a ciondolare. Da brava segretaria cercavo di tenere almeno io gli occhi aperti, ma veramente non era facile. Lo studente adoperava strane locuzioni che non avevo mai sentito. Era proprio difficile seguirlo!

Ricordo che quando terminò, cercai di porgli qualche domanda per avviare la discussione e anche perché non si accorgesse troppo dell’effetto soporifero ottenuto dalla sua conferenza. Per fortuna i ragazzi, senza nessun complesso verso l’oratore che li aveva fatti addormentare, lo bombardarono a loro volta di domande che magari non avevano niente a che fare con la sua conferenza. Al termine della riunione Longo mi accompagnò a casa.

Nonostante tutto il suo da fare, Teresa Noce si innamora di Longo, anche se è uno che non sa parlare agli operai (nel 1935 ancora non aveva imparato a farlo)

Con tutta l’attività che offrivo al Partito, alla Gioventù comunista e alle organizzazioni di massa – senza contare le otto ore giornaliere di lavoro in laboratorio, dovevo pur guadagnarmi da vivere – trovai il tempo di innamorarmi. E precisamente di chi secondo il mio concetto proletario non avrei proprio dovuto, ossia del giovane studente che parlava difficile e faceva addormentare i giovani.” (p. 48)

Gli esami di Longo (pag. 49)

Qui c’è la crisi di Longo quando si tratta di decidere se dedicare il tempo allo studio o al partito. Anche oggi i giovani non sanno bene che strada prendere.

Il giovane studente doveva dare gli esami per il quarto anno di ingegneria ma l’attività politica gli impediva di studiare come avrebbe dovuto. Nelle nostre lunghe conversazioni serali, mentre mi accompagnava a casa dopo le riunioni, cercava di spiegarmi le sue materie di studio e le difficoltà che incontrava. Io avrei tanto voluto aiutarlo. Si preparava il congresso del Partito a Roma e lui doveva parteciparvi, ma andando a Roma non avrebbe dato gli esami. Che cosa avrebbe detto la sua famiglia? Sapevo che i suoi familiari non volevano che lui, unico figlio maschio, si occupasse di politica. Le sue sorelle lavoravano tutte. Erano proprietarie di negozi nel centro della città ma non avevano studiato. Gli studi erano stati riservati a lui e finora gli erano sempre andati bene. Se fosse stato bocciato a causa della sua attività politica, sarebbe stata una grave delusione.

Ma lui non poteva mancare al congresso di Roma. Aveva partecipato all’elaborazione delle tesi lavorando in stretto contatto con Bordiga. A me Bordiga non andava troppo a genio, non fosse altro perché era astensionista. Ma astensionista era pure Longo.

Naturalmente Longo andò a Roma perdendo gli esami e io non potei aiutarlo per niente.

La soluzione oggi la conosciamo, ed è studiare nel partito, per il partito e per la classe. Ai tempi di Longo nel partito non si studia. C’è da organizzarsi e da combattere contro il fascismo, dirà Gramsci. Le contraddizioni ideologiche però esistono, e infatti emergeranno di lì a pochi anni, concludendosi con l’espulsione di Bordiga dal partito.

Ai comunisti italiani e di tutto il mondo, però, Lenin dice in questi anni che “per loro l’essenziale è lo studio. Noi studiamo nel senso generale della parola. Essi invece debbono studiare in un senso particolare, per comprendere veramente l’organizzazione, la struttura, il metodo e il contenuto del lavoro rivoluzionario. Se questo sarà fatto, sono convinto che le prospettive della rivoluzione mondiale saranno non soltanto buone, ma eccellenti.”

I libri di Longo (pag. 79)

1923. Longo è incarcerato a Milano, Teresa mette al mondo il loro figlio, quindi torna a Torino, dove aveva mantenuto in affitto una soffitta nonostante per impegni del partito si fosse trasferita altrove.

Comprai un cesto di vimini e vi stipai tutta la roba mia e del bambino, per non ingombrarmi con valigie e per poter comodamente tenere in braccio Luigi Libero. Spedii il cesto il giorno prima per averlo a Torino al mio arrivo.

Nelle soffitte naturalmente faceva un freddo cane ma l’accoglienza della portinaia e dei vicini mi riscaldò almeno il cuore. Mi detti subito da fare per trovare un po’ di legna per la vecchia stufetta e chiusi una delle soffitte, per poter riscaldare meglio l’altra dove io e il bambino avremmo dormito e dove saremmo vissuti. Quando arrivò il cesto, lo riempii fino a metà con i più ponderosi volumi della biblioteca di Longo – da Croce a Schopenhauer e a Nietzsche – quindi misi sui filosofi un materassino di piuma, la tela cerata, i lenzuolini e infine una bella coperta di lana rosa e azzurra che avevo lavorato io stessa a maglia. Il letto per Luigi Libero era pronto, soffice e caldo, vicino al divano in cui avrei dormito io.”

Quindi non è che Longo non studia, ma quello che studia o che ha studiato sono filosofi borghesi, come Croce, o reazionari, come Schopenhauer e Nietzsche, entrambi fautori e promotori dell’irrazionalismo che la borghesia promuove, quello secondo cui con la ragione non si può comprendere la realtà, e che la comprensione della realtà si può avere solo tramite illuminazione individuale. Si tratta di una concezione intimamente reazionaria, che il fascismo fa immediatamente propria, e che la sinistra borghese ha recuperato a fine del Novecento e ancora oggi propone come “idee giuste che però i fascisti hanno strumentalizzato”, influenzando le masse popolari, come quel giovane di Qualiano (NA) che su Facebook definisce Schopenauer e Nietzsche erano “profili aristocratici [che] poco hanno a che vedere col fascismo”)

Le materie studiate alla scuola leninista (pag. 110)

1928-29. A Mosca si sta organizzando una scuola leninista e Teresa Noce è invitata a parteciparvi.

Togliatti mi propose di andare a Mosca per studiare alla scuola leninista, ossia alla scuola internazionale per i quadri del Komintern. Un corso era già cominciato l’anno prima e se ne stava preparando un altro per il 1928-1929. Si trattava di una scuola molto qualificata. Oltre alla lingua russa, si studiavano economia politica, storia del movimento operaio, storia del Partito bolscevico. Il secondo anno si aggiungeva il materialismo storico. I corsi venivano fatti in quattro lingue: russo, francese, tedesco e inglese. Gli allievi dovevano perciò conoscere almeno una di queste lingue.

Quello che non si studia è il materialismo dialettico. In tutto il corso della sua vita non risulta che Teresa Noce abbia studiato il materialismo dialettico. È stata una grande organizzatrice, come lo fu Pietro Secchia, ma non elabora strumenti ideologici per comprendere la realtà, quella esterna e quella interna al partito. Gramsci è l’unico che studierà e si occuperà anche di materie come la strategia necessaria per fare la rivoluzione in un paese imperialista e della riforma intellettuale e morale necessaria per fare tale rivoluzione, ma i risultati del suo studio sono stati o messi da parte o falsificati dai revisionisti e dalla sinistra borghese.

La mancanza di strumenti ideologici adeguati lascerà spiazzata la sinistra del primo PCI negli anni Cinquanta, quando ci sarà la svolta dei revisionisti e quando terminerà il racconto della compagna.

La situazione interna della scuola leninista (pag. 119)

Dopo circa un anno di studio feci una specie di bilancio della mia permanenza alla scuola leninista. Studiare mi piaceva sempre molto e lo facevo con passione. Sapevo che alla scuola imparavo nozioni fondamentali per il lavoro di Partito ed ero grata ai compagni italiani che mi ci avevano mandata, così come lo ero verso il Partito e la classe operaia russa che avevano organizzato e finanziato la scuola, mantenendo allo studio me e tutti gli altri. Anche se allora non lo sapevo, malgrado i suoi difetti la scuola leninista sarebbe stata un vivaio di quadri e di futuri dirigenti del comunismo mondiale e fu alla scuola leninista e particolarmente studiando il pensiero di Lenin sull’organizzazione del Partito che divenne popolare la sua definizione di «rivoluzionario professionale», indicante i comunisti che si dedicavano completamente al lavoro di partito, sia teorico che politico e operativo.

Ma il rovescio della medaglia alla scuola era la situazione interna: beghe tra compagni, cricche nazionali e internazionali, questioni interne di partito trasferite sul piano della scuola, direzione personale della compagna Kirsanova, comitato di cellula che compendiava tutti questi difetti. A ciò si aggiungeva per me una situazione personale poco simpatica dopo il congresso dell’Internazionale comunista. Sapevo che Longo doveva tornare a lavorare in Italia ed ero consapevole dei pericoli che avrebbe corso. Era naturale che questo mi preoccupasse. Quando mi avvicinavo alla casella della posta e la trovavo vuota per giorni e giorni, non potevo sempre trattenere le lacrime. Anche perché io oltre Longo, non avevo nessuno e solo per suo tramite potevo ricevere notizie del bambino. Quando la casella era vuota mi sentivo vuota anch’io e isolata dal mondo affettivo.

Ma i compagni non la pensavano così. Il comitato di cellula mi fece chiamare. I compagni italiani (o qualcuno di loro, non seppi mai chi) mi denunciarono alla cellula per «mancanza di vigilanza cospirativa». Secondo loro e secondo i dirigenti di cellula, la mia tristezza quando non ricevevo posta significava che Longo poteva essere in Italia e quindi costituiva «mancanza di vigilanza cospirativa». Era naturale che reagissi a un’accusa tanto stupida. I compagni che mi spiavano quando mi avvicinavo alla casella delle lettere, avrebbero fatto meglio a studiare di più e a farsi i fatti loro. Mi stupii che il comitato di cellula non avesse nient’altro di meglio da fare che occuparsi dell’umore delle compagne.

Le beghe, le cricche, i conflitti, i problemi personali vengono considerati dalla compagna come fattori estranei all’andamento della scuola, come se quell’andamento fosse lineare e il resto effetti disturbatori. In realtà nella scuola del partito emerge meglio che altrove la lotta tra due linee che c’è in tutto il partito, e anzi la scuola è uno strumento per trattare la lotta tra due linee in modo scientifico e utile. Quello della lotta tra due linee è però un principio scoperto da Mao Tse tung, e ancora ignoto al movimento comunista del tempo. In quel periodo, così come ancora oggi in tutti quei partiti che non riconoscono il maoismo come tappa del pensiero comunista dopo il leninismo e il marxismo, il partito viene visto come un insieme compatto e tutto quanto c’è di negativo sta fuori. La lotta tra i poli sta invece anche dentro al partito. Se non è trattata scientificamente, diventa bega, formazione di cricca, cattiva gestione delle questioni personali, eccetera.

In particolare, qui si considerano le questioni personali separate da quelle politiche. Vedremo alla fine del libro quale danno venga da questa considerazione sbagliata. La concezione è quella per cui i comunisti possono occuparsi di questioni “materiali” come quelle economiche e politiche, ma non di quelle “spirituali”, in cui rientra gran parte del partimonio di idee e sentimenti che un essere umano ha. In questo campo lasciato vuoto calano e scorrazzano quindi liberamente preti e psicanalisti. In realtà il movimento comunista ha i mezzi per affrontare ogni problema “personale” meglio di quanto possa fare ogni religione con la sua fede o la borghesia con la sua psicologia o psicanalisi.

Il problema del linguaggio (pag. 168)

Nel 1935 il problema del linguaggio, già segnalato sopra in riferimento a Longo, persiste.

Nel marzo 1935 la sessione del Comitato centrale del nostro Partito registrò nella nostra linea politica importanti cambiamenti che si sarebbero ulteriormente accentuati in seguito. La nostra presa di posizione contro la guerra di Abissinia poté essere resa pubblica mediante appelli, articoli e documenti scritti in un linguaggio popolare che poco aveva a che vedere con il gergo ermetico e sibillino adoperato in precedenza. Non era ugualmente semplice per tutti adeguarsi al nuovo linguaggio che ci faceva comprendere più facilmente dai lavoratori. Ricordo per esempio che quando i compagni dell’emigrazione ci chiedevano di mandare un oratore a qualche loro riunione, aggiungevano sempre una postilla: «Preghiamo però di non mandarci né Gallo [Longo, N. d. R.] ] né Leo [Valiani (in questo periodo è nel PCI, che lascerà dopo il patto Molotov-Ribbentrop, N. d. R.] ».

Quello del linguaggio continuò per molto tempo a essere un problema per molti di noi. Un conto era scrivere o anche discutere in riunioni ristrette di dirigenti e un conto era parlare alle masse, lavoratori apolitici o solo genericamente antifascisti. Per di più eravamo in Francia, dove si può dire che tutti o quasi nascono oratori. Ricordo che a Mosca in una grande riunione internazionale, una volta parlò Dozza (Furini) e si espresse così male e faticosamente che subito dopo il suo intervento un compagno francese cercò di spiegarci fraternamente come si doveva parlare. Ma dirlo era sempre più facile che farlo. A Parigi Longo fece addirittura studi a questo proposito. Acquistò appositi manuali e si chiudeva in camera, dove lo sentivo parlare ad alta voce per intere mezz’ore. Quanto ai risultati, non erano imminenti.

Il patto Molotov-Ribbentrop, (pag. 207)

La guerra era nell’aria e tutti ormai se l’aspettavano ma lo scoppio del conflitto fu peggiore di quanto avessimo temuto. Forse ciò dipese anche dallo scompiglio politico provocato dall’inizio delle operazioni belliche. Non solo l’avanzata fulminea delle armate di Hitler fece crollare le deboli difese della Polonia come già era accaduto per la Cecoslovacchia, ma il patto di non aggressione russo-tedesco gettò nella confusione popoli e partiti dell’intera Europa.

Fummo presi tutti alla sprovvista. Fino al giorno prima ci eravamo battuti perché la Francia e l’Inghilterra si alleassero all’Unione Sovietica contro Hitler e che i governi cosiddetti «democratici» dimostrassero di non volerlo fare era considerato alla stregua di un tradimento. Ma certo nessuno si aspettava che proprio l’Unione Sovietica avrebbe firmato un patto con la Germania nazista. Malgrado la delusione provocata dalle esitazioni franco-inglesi, niente lasciava prevedere una mossa del genere.

La prima reazione dei compagni fu di non credere alla notizia. Doveva trattarsi di una provocazione. Poi quando dovemmo convincerci che era una realtà, ne cercammo le ragioni. La Direzione del Partito italiano che come ho già ricordato in quel periodo funzionava a scartamento ridotto, arrivò in ritardo con le spiegazioni. Qualche compagno aveva già capito che la ragione del patto andava ricercata nella situazione in cui era venuta a trovarsi l’Unione Sovietica in seguito al mancato accordo franco-inglese, ma altri respingevano qualsiasi spiegazione. Analogamente qualcuno respingeva l’idea di partecipare comunque alla guerra in atto mentre altri erano disposti a battersi a fianco dei francesi.

Longo era tra questi ultimi. Prima ancora che fosse stato dichiarato lo stato di guerra tra la Francia e la Germania, egli e numerosi ex-volontari delle Brigate internazionali avevano pensato che bisognava continuare a battersi contro i tedeschi in Francia come ci si era battuti in Spagna. In quei giorni non si pensava alla diversità di situazione tra la Spagna repubblicana – aggredita dai nazi-fascisti – e la Francia o l’Inghilterra che erano state responsabili del non intervento e avevano lasciato perire la Repubblica spagnola, poi invadere la Cecoslovacchia e che si erano infine rifiutate di allearsi con l’Unione Sovietica. Ciò che si voleva era soprattutto battersi contro Hitler. Si parlò perfino di una legione di volontari italiani nell’esercito francese.

Siamo nel 1939. Il passo è di grande interesse. La compagna è turbata come tutti dal patto tra URSS e Germania, e però ne intravede il valore tattico (“qualche compagno aveva già capito che la ragione del patto andava ricercata nella situazione in cui era venuta a trovarsi l’Unione Sovietica in seguito al mancato accordo franco-inglese”). La posizione di Longo è quella più a destra: vuole addirittura arruolarsi con l’esercito francese. Altrettanto vuole fare Thorez, segretario del PC francese, che diventerà uno dei capifila del revisionismo moderno insieme a Togliatti e Kruscev. Il nuovo Pci descrive i fatti come segue:

Il PCF (Partito comunista francese) nel 1939 (il governo francese dichiarò guerra alla Germania il 1° settembre) si trovò in condizioni tali che migliaia di suoi membri vennero arrestati dal governo francese assieme a migliaia di altri antifascisti e l’organizzazione del partito saltò quasi interamente. M. Thorez, segretario del PCF, rispose alla chiamata alle armi del governo borghese! All’inizio del giugno 1940 il PCF “chiese” al governo Reynaud di armare il popolo contro le armate naziste che dal 10 maggio dilagavano in Francia e ovviamente la risposta fu il decreto del governo “francese” che intimava a ogni “francese” che possedeva armi da fuoco di consegnarle ai commissariati. Solo grazie all’aiuto dell’Internazionale Comunista dal luglio 1940 in avanti, dopo che i contrasti tra i gruppi imperialisti francesi erano sfociati in guerra civile tra essi (il Proclama di De Gaulle da Londra è del 18 giugno 1940), il PCF ricostruirà con eroismo e tenacia la sua organizzazione e solo a partire dal 1941 un po’ alla volta assumerà la guerra rivoluzionaria come forma principale di attività.”

Insomma, il governo francese rispose alla disponibilità di alcuni dirigenti del movimento comunista a combattere nel suo esercito arrestando tutti i comuniste e le comuniste che potè.

Tuttavia la Francia radical-socialista e borghese diffidava dei volontari delle Brigate internazionali. Non li aveva respinti ma li lasciava in anticamera. E appena si diffuse la notizia della firma del patto russo-tedesco, il governo francese cominciò ad arrestare gli antifascisti e in primo luogo i comunisti, tanto quelli francesi che di qualunque altro paese fossero: italiani, polacchi, spagnoli, cecoslovacchi, ebrei e così via. Naturalmente tra i primi gli ex-appartenenti alle Brigate internazionali. (p. 208)

Studiare ovunque (p. 262)

L’ultimo arresto è del 1943. La compagna va al carcere de La Roquette, da dove partirà per Romainville, anticamera prima di essere inviare ai “campi della morte” nazisti. Alla Roquette ci sono conflitti con le detenute politiche di altra nazionalità, le francesi in particolare.

I veri motivi del dissenso in fondo erano tutti riconducibili al fatto che io avevo avuto una differente educazione politica e organizzativa in seno al Partito italiano. Per esempio alla Roquette come già a Rieucros, mi battevo perché il tempo che dovevamo trascorrere nelle mani del nemico non fosse sciupato e si approfittasse invece di ogni possibilità per studiare, per imparare le une dalle altre, per organizzare corsi politici e di studio di tutte le materie. Ma la maggior parte delle compagne e in particolare le dirigenti sostenevano che ciò non era possibile perché troppo difficile e pericoloso.

Le politiche si limitavano perciò a organizzare cori, a fare circolare i pochi libri disponibili e a copiare su bigliettini le notizie che ricevevamo da fuori. Assicuravano che questo sarebbe cambiato non appena avessimo ottenuto di trovarci tutte riunite. Anch’io contavo su questo ma intanto perdevamo il nostro tempo.

Voto sui Patti Lateranensi (pp. 352-353)

Teresa Noce sarà inviata nei lager tedeschi, e sopravviverà. Riuscirà a tornare nell’Italia liberata e riprenderà il lavoro politico nel suo paese, impegnandosi come dirigente nazionale del sindacato dei tessili. Sarà inclusa tra i 75 addetti alla elaborazione della Carta Costituzionale. Siamo nel 1947 e si tratta di includere o meno nella Costituzione i Patti Lateranensi firmati tra Vaticano e governo fascista. Gramsci ha dedicato a questi patti parecchie delle pagine dei suoi Quaderni, scrivendo dal carcere tutti i motivi per cui si tratta di una cessione di sovranità alla Chiesa (vedi Allegato 3). Teresa Noce non è d’accordo.

Nelle riunioni generali di tutta la Commissione dei settantacinque si discutevano, si approvavano o si emendavano articoli che le sottocommissioni avevano elaborato e redatto. In seguito tutta l’Assemblea costituente in riunione plenaria avrebbe definitivamente approvato o respinto la redazione degli articoli della Costituzione.

Uno dei più discussi fu certamente l’articolo 7, ossia quello che includeva nella Costituzione repubblicana i Patti Lateranensi, stabiliti nel 1929 tra il Vaticano e i fascisti. Molti liberali, repubblicani e socialisti erano contrari, altri a favore. Tutti i democristiani naturalmente erano favorevoli. Per quanto riguardava i comunisti Togliatti aveva dichiarato che avremmo votato a favore perché era necessario evitare il rischio che il paese appena ritrovata la sua unità nella lotta di liberazione, tornasse a dividersi su una questione di carattere religioso.

Io non ero d’accordo. Non si trattava qui di una questione di carattere religioso ma politico. E la possibilità di una guerra di religione per l’articolo 7 come diceva Togliatti mi sembrava un’assurdità. Tanto più che l’articolo 7 sarebbe passato anche se noi avessimo votato contro. E dato che tra l’altro i Patti Lateranensi sancivano l’indissolubilità del matrimonio contro la quale noi ci eravamo battuti, anche per coerenza su questo argomento avremmo dovuto votare contro. I Patti Lateranensi erano patti fascisti: con la nuova Costituzione avremmo dovuto sostituirli subito con nuovi patti democratici con il Vaticano.

Il giorno in cui la Commissione dei settantacinque doveva approvare l’articolo 7, andai a trovare Togliatti e gli dissi chiaramente che io non mi sentivo di votare a favore. Se mi fosse stato imposto di votare in questo senso per disciplina di Partito avrei abbandonato la riunione. Togliatti mi guardò (mi conosceva bene) e mi disse con il suo sorriso sornione: «In fondo non si tratta di una questione di principio ma solo di tattica contingente. Perciò fate quello che credete».

Sapevo che altri compagni tra cui Di Vittorio la pensavano come me. Ma non potevo prevedere che decisione avrebbero preso. La votazione si faceva per appello nominale e Di Vittorio venne chiamato tra i primi: egli esitò poi disse il suo sì. Il cognome Noce naturalmente venne chiamato parecchio tempo dopo. Prima di me tutti i comunisti presenti compreso Longo, avevano votato a favore. Ma quando io dissi ben chiaro: «Mi astengo», tutti si voltarono come un sol uomo a guardarmi mentre un brusio correva per l’aula. Alla fine dell’appello generale furono chiamati nuovamente i nomi degli assenti durante la prima votazione. Tra costoro c’era Concetto Marchesi che entrò proprio mentre risuonava il suo nome. Tranquillamente egli rispose: «No». Ma il suo «no», non fece tanto effetto quanto la mia astensione forse perché io ero una donna o forse perché ero la moglie di Longo. Persino i nostri compagni erano e sono ancora da questo punto di vista molto arretrati. Figuriamoci gli altri.

Marchesi e io da quel giorno diventammo molto amici. Tra l’altro facemmo lunghe discussioni quando in seguito furono portati alla ribalta i problemi sulla scuola, sull’obbligatorietà o meno del latino nelle medie. A me il latino piaceva molto ed ero favorevole al sua mantenimento come materia di studio sia pure non obbligatoria. Marchesi, invece, famoso latinista era contrario. Diceva che era un vecchiume che bisognava lasciare ai “barbogi” come lui. Era straordinariamente simpatico e spiritoso. Non riuscii mai a litigare con lui nonostante mi si ritenesse capace di litigare con tutti.

Il tradimento di Longo (pp 386-389)

Siamo al termine del viaggio, e in vetta al monte. Longo, che aveva giurato alla moglie amore quando si erano potuti ricongiungere dopo avere lottato spesso distanti contro il nazismo e il fascismo nei decenni, e che aveva votato per il mantenimento dei Patti Lateranensi e quindi contro la libertà di divorziare, divorzia da Teresa Noce a tradimento, sostenuto dai massimi dirigenti del partito.

Verso la fine del 1953 alcuni avvenimenti determinarono una svolta personale e politica nella mia attività e perciò nella mia vita. Nel lasciare Longo gli avevo fatto sapere che avrei chiesto la separazione consensuale. Ciò avrebbe evitato pettegolezzi deleteri per il Partito. Così facemmo con molta discrezione. Nondimeno la cosa divenne di dominio pubblico e io ricevetti sull’argomento parecchie lettere. Le donne in genere disapprovavano affermando che sarei dovuta restare e battermi perché la moglie di Longo ero io e dovevo continuare a esserlo.

Uno studente mi scrisse chiedendomi spiegazioni come donna e come comunista. Gli risposi cordialmente con una lunga lettera che poi mi servì anche come falsariga per cercare di spiegare alle lavoratrici che non approvavano la mia posizione. Dicevo che quando in una coppia si determina una situazione di incomprensione e di distacco, anche se dovuti a particolari situazioni (carcere, lontananza, lavoro e così via) e il matrimonio non esiste più di fatto, è inutile volerlo mantenere come forma; in Italia non c’era ancora il divorzio ma ci si poteva separare in modo dignitoso e consensuale ed era ciò che avevamo fatto.

Sapevo che molte donne per le quali il matrimonio è sempre stato qualche cosa di intangibile, continuavano a non comprendere e a non approvare. Ma il tempo passò. Poi Bruna, l’attuale compagna di Longo (che si era ben guardato dall’unirsi alla povera Rina Picolato [Rina Picolato fu la prima donna con cui Longo intraprese una relazione, già prima della fine della guerra, N. d. R.], ebbe un figlio e mi scrisse domandandomi se non ritenessi opportuno chiedere l’annullamento del nostro matrimonio. Risposi di no. Pensai che la nascita di un bambino non cambiava la situazione. Che il piccolo non potesse avere il nome del padre era poco male secondo me. Il nome di Bruna era altrettanto valido e onorato quanto quello di Longo.

D’altra parte ero contraria a qualsiasi annullamento anche per ciò che avrebbe significato nei confronti di Gigi e Putisc. Il matrimonio poteva essere annullato solo con una determinata procedura della Sacra Rota o all’estero. Noi comunisti eravamo sempre stati contrari a questi annullamenti borghesi e di classe, riservati a chi ne aveva i mezzi e che si risolvevano sempre con accordi truffaldini inventando pretesti poco puliti e spesso offensivi per l’una o per l’altra parte.

Per di più qualsiasi annullamento dichiarava ufficialmente il matrimonio come non avvenuto, il che era un non senso. Poco male che tornassi nubile ma Gigi e Putisc cosa sarebbero diventati? Figli naturali? Figli naturali riconosciuti ma non legittimi? Non lo sapevo e mi rifiutavo anche solo di esaminare qualsiasi possibilità del genere. Era anche per tutte queste considerazioni che noi comunisti ci schieravamo a favore del divorzio e contro gli annullamenti di comodo.

Nell’ottobre 1953 tornai dal Congresso sindacale di Vienna entusiasta di quell’incontro internazionale. Ripresi il mio lavoro alla Fiot e alla Camera dove ero stata rieletta alcuni mesi prima. Grazie alle lotte svolte in Parlamento e nel paese, la legge-truffa non era scattata ed eravamo tornati in forze al Parlamento.

Visto che in Italia non si riusciva a ottenere la parità di salario tra uomo e donna (pur sancita dalla nostra Costituzione) né con le lotte né con le trattative sindacali, insieme ai collaboratori della Fiot decisi di preparare una proposta di legge per la parità. Se non altro sarebbe servita a ravvivare le discussioni e l’interesse sul problema.

Lavoravo appunto alla preparazione della proposta di legge quando un mattino appena entrata nel mio ufficio alla Camera del lavoro di Milano, mi accorsi che doveva essere successo qualcosa. I compagni evitavano di guardarmi in faccia abbassando la testa. Finalmente Maggioni (fratello di Davide che aveva lavorato con me tra i giovani tanti anni prima e che poi si era suicidato in Spagna) mi si avvicinò con un giornale in mano. Mi disse: «Estella, anche se ti farà male devi leggere questo». La notizia che mi indicava mi lasciò di stucco. L’articolo diceva che Luigi Longo e Teresa Noce avevano ottenuto a San Marino l’annullamento del loro matrimonio. Alzai le spalle e dissi: «Se oggi fosse il primo di aprile direi che si tratta di uno scherzo. In ogni caso è una frottola perché io non sono mai andata a San Marino».

Poi ci pensai e mi dissi che dovevo comunque smentire la notizia. Perciò telefonai al giornale il «Corriere della Sera». Ma qui mi assicurarono che la notizia era vera e che loro avrebbero pubblicato una smentita soltanto se l’avessero ricevuta firmata da me. Benissimo: cominciai a redigerla poi pensai che era meglio telefonare alla Direzione del Partito a Roma. Forse era più opportuno che la smentita venisse dalla stessa Direzione.

Non ricordo chi rispose al telefono: mi pare fosse D’Onofrio. Impacciato questi mi invitò a partire per Roma. Non capivo per quale ragione dovessi andare a Roma dato che la notizia così palesemente falsa era apparsa sul «Corriere della Sera» di Milano. Perciò avevo il diritto e il dovere se non voleva farlo il Partito di provvedere personalmente alla smentita.

Malgrado le insistenze di D’Onofrio per la mia andata a Roma decisi di mandare senz’altro la smentita al «Corriere». Nella lettera mi parve naturale ricordare che noi comunisti eravamo per il divorzio ma contro gli annullamenti. Forse fu proprio questa frase a suscitare le ire dei compagni che si sentivano in colpa.

Perché di colpe certi compagni ne avevano davvero. Non seppi mai chi era stato a passare quella notizia al giornale; ma chiunque fosse se aveva pensato di mettermi davanti al fatto compiuto, non mi conosceva abbastanza. Seppi poi che la notizia era autentica anche se l’annullamento era stato ottenuto con un falso, la cui responsabilità non poteva risalire solo a Longo. Al Tribunale di San Marino si era dichiarato che la mia assenza derivava dal fatto che ero d’accordo con la pratica di annullamento da me già firmata. Ma i documenti relativi erano stati indirizzati all’abitazione dove avevo vissuto con Longo quattro anni prima e nella quale non avevo poi mai più rimesso piede: chi dunque aveva ricevuto quei documenti e chi aveva falsificato la mia firma?

Quando attraverso un legale riuscì a prendere visione della sentenza di annullamento provai un tale rigurgito di disgusto e di amarezza da ammalarmi. Le ragioni addotte per ottenere quella sentenza erano non solo false ma offensive per me e anche per i genitori di Longo, ai quali si attribuiva addirittura di avere imposto con la forza il nostro matrimonio e infine per Gigi che ne sarebbe stato la causa prima.

Non potevo comprendere né avallare col mio silenzio un’azione che oltre a essere indegna nei miei confronti era palesemente contraria alla linea politica del Partito comunista. Decisi di battermi ricorrendo alla Commissione centrale di controllo. Seppi che non tutti i compagni erano stati d’accordo con quel modo di procedere, così come non tutti furono d’accordo quando venne decisa senza neanche portare la questione al Comitato centrale, la mia eliminazione dalla Direzione.

Era questo il mezzo più facile per cercare di mettere tutto a tacere. Il XX Congresso del Pcus non aveva ancora avuto luogo.

Disgustata e ferita anche come militante del Partito avrei voluto lasciare l’Italia per dimenticare quelle amarezze lavorando in altri paesi e continuando a battermi per la classe operaia.

Ne parlai a Di Vittorio che sapevo essere stato uno dei compagni contrari alla posizione della Direzione e alla mia esclusione da questa. Di Vittorio cercò di dissuadermi. Se proprio fossi stata decisa avrebbe allora appoggiato la mia richiesta di lavorare alla Federazione sindacale mondiale. Ma pensava che fosse mio dovere rimanere nonostante tutto in Italia, dove i quadri sindacali femminili erano così pochi.

Anche Putisc si oppose alla mia partenza perciò decisi di non insistere. Giunsi a un compromesso: me ne sarei andata per qualche tempo a Parigi. Tra le vecchie amiche del carcere, tra le compagne scampate con me ai campi della morte avrei trovato conforto. Forse avrei potuto dimenticare quello che era il più grave trauma politico e personale della mia vita. Grave e doloroso più del carcere, più della deportazione.

Durante tutta quella penosa vicenda, Putisc [il figlio, N. d. R.] mi fu molto vicino. Egli comprendeva il mio sdegno e lo condivideva. Il suo affetto in quel periodo fu il mio più valido sostegno. Potei anche contare sulla solidarietà dei compagni che lavoravano con me alla Fiot: dai dirigenti comunisti e socialisti fino all’ultimo impiegato. Senza paure e senza conformismi si schierarono al mio fianco quando mi si attaccò per non il voler accettare imbrogli e inganni.

La mia salute risentì degli avvenimenti in modo curioso. Poiché ero ancora membro del Comitato centrale qualche tempo dopo fui convocata a Roma per una conferenza di organizzazione del Partito. A dire il vero non avevo molta voglia di parteciparci e fino a quel momento ero riuscita a evitare qualsiasi incontro con i compagni dirigenti. Avevo avuto solo un colloquio burrascoso con Togliatti a casa sua. Ma alla conferenza di organizzazione bisognava esserci e decisi di andare. Senonché proprio al mattino del giorno prima mentre da Montecitorio tornavo a casa di Minio che mi ospitava da quando avevo lasciato Longo, fui improvvisamente colta da un lancinante dolore a un ginocchio. Dovetti fermarmi come paralizzata. Per fortuna mi trovavo a pochi passi da casa e sostenendomi al muro riuscii a raggiungere l’appartamento. Presi un calmante e l’atroce dolore si attutì. L’indomani con un taxi mi recai alla conferenza. Feci appena in tempo a entrare che venni colta da un nuovo attacco e mi fu impossibile muovermi. Pregai allora le compagne che mi stavano accanto di comunicare alla presidenza che ero costretta ad allontanarmi. Feci chiamare un altro taxi e presi il primo treno per Milano dopo aver avvertito anche il gruppo parlamentare.

A Milano il compagno medico Vicinelli diagnosticò una lesione al menisco e mi mandò a un centro traumatologico dove fu confermata la sua diagnosi. Così mi ingessarono la gamba, dalla caviglia alla coscia e dovetti rimanere per due mesi con la gamba ingessata. In tali condizioni partecipai alle trattative con gli industriali tessili per il rinnovo del contratto di lavoro. Fu una pena e una bella seccatura perché non potevo restare a lungo né seduta né in piedi.

Qualche tempo dopo Putisc osservò che era stata un’altra delle mie strane malattie. Per quanto non avessi mai giocato a calcio in vita mia avevo avuto la lesione al menisco come un calciatore. Ma io ho sempre pensato che sia stata una lesione di origine psicosomatica. Sta di fatto che quella strana lesione al menisco – che avrei pagato con due mesi di ingessatura – mi impedì di partecipare alla conferenza alla quale in effetti non mi sentivo di andare.

Orizzonti nuovi

Dopo un paio d’anni la compagna lascerà la direzione del sindacato, e nonostante continuerà a partecipare ai lavori del Parlamento ma ridurrà progressivamente il suo impegno politico. Come altri dirigenti del Partito, sarà allontanata dalla direzione. Lei, che non aveva ceduto di fronte ai nazisti nei campi di concentramento, cede di fronte al tradimento dei capi del partito.

Tutta questa storia e la visuale che abbiamo da questa vetta, grazie alla straordinaria esperienza di Teresa Noce, è di una importanza estrema per il nuovo movimento comunista. Questo nuovo movimento si distingue perché costruisce la rivoluzione socialista nei paesi imperialisti, opera ancora mai fatta da nessuno. L’unica esperienza di potere proletario in un paese imperialista è la Comune di Parigi, durata pochi mesi. Le successive rivoluzioni si imposero in paesi arretrati dal punto di vista capitalistico, quali erano la Russia e la Cina. Quelle rivoluzioni sono stati eventi storici di enorme rilievo nella storia dell’umanità, ma non sono stati tali da potere “esportare” la rivoluzione altrove, in Italia, in USA, ecc. Infatti la rivoluzione non si esporta: in ogni paese è compito dei comunisti di quel paese. Per questo motivo la rivoluzione in Italia è compito del movimento comunista italiano.

In Italia, così come in ogni altro paese imperialista, fondamento della rivoluzione è che i comunisti portino avanti la loro riforma intellettuale e morale, perché non si cambia il mondo se non cambiamo noi stessi, se noi per primi non impariamo a comportarci come uomini e donne nuovi, a partire dagli ambiti in cui viviamo, a partire dalle relazioni familiari. Il punto di arrivo di Teresa Noce, che da proletaria delle periferie di Torino diventa dirigente del movimento comunista internazionale, e che si arresta di fronte al tradimento del marito che ha le spalle coperte da tutti gli altri dirigenti, Togliatti per primo, mostra a noi la concidenza tra la corruzione politica e la corruzione morale, la consegna del paese al clero e la rottura delle relazioni con le compagne, il tradimento della classe operaia e il tradimento della moglie che fu operaia, l’introduzione nel partito di quadri provenienti dalla classe borghese e l’estromissione di quadri provenienti dalla classe operaia, il consegnare la gestione dei matrimoni e delle questioni personali, familiari alla Chiesa, come scriviamo riferendoci al primo di questi passi, sulle elezioni al comune di Torino. Oppure si consegna la gestione delle relazioni personali, con i figli, con i genitori, le mogli, i mariti, agli psicologi e agli psicanalisti. Oggi noi abbiamo la scienza per costruire la rivoluzione socialista in Italia e anche la scienza per costruire le nostre relazioni con le persone che ci sono più vicine e che ci sono care, ed è una scienza superiore a quella di preti e di psicologi. Il partito, oggi, è attento a che queste relazioni siano sane e nuove. La corruzione politica e morale dei revisionisti moderni, visibile oggi a tutti, è un verme che ha cominciato a corrodere il movimento comunista dagli anni Cinquanta dello scorso secolo. Lo abbiamo scoperto, e abbiamo scoperto metodi per evitare che questi fenomeni si ripetano.

In conclusione, il percorso di Teresa Noce conferma che la separazione delle questioni personali da quelle politiche va tolta, che noi comunisti per primi dobbiamo mettere in atto una riforma intellettuale e morale, diventare donne e uomini nuovi per quello che sappiamoe per come ci comportiamo, e che questa riforma è il fondamento per costruire un partito capace di fare dell’Italia un nuovo paese socialista, dando così un nuovo impulso alla rivoluzione socialista mondiale. In termini figurati, dalla cima del libro rivediamo tutto il percorso della compagna e del movimento comunista di cui è stata protagonista, e volgendoci dall’altra parte della cima vediamo gli orizzonti ancora più ampi del movimento comunista nuovo, di cui siamo protagonisti noi, e intraprendiamo il percorso forti di quanto abbiamo imparato e quindi, come dice Mao, con serenità e lungimiranza.

P. B.

Partito dei CARC, Centro di Formazione

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