“La mattina del 2 dicembre 1956 il Granma viene intercettato da una motovedetta che segnala la sua posizione alla Guardia Costiera. Lo sbarco avviene poco dopo in un posto chiamato Playa Las Coloradas. La barca si incaglia nel basso fondale e velocemente inizia lo sbarco delle armi e dei pochi viveri rimasti, ma subito arriva la aviazione batistiana che mitraglia all’impazzata la zona; fortunatamente però il gruppo capeggiato da Fidel Castro non viene avvistato.
Gli 82 guerriglieri continuano a camminare nel fango della palude in condizioni precarie senza acqua e cibo. La mattina del 5 dicembre 1956 il gruppo è accampato in un luogo chiamato Alegrìa de Pio ma viene colto di sorpresa dall’esercito di Batista che lo tempesta di pallottole da tutti i lati. La notizia dello sbarco dell’esercito rivoluzionario era arrivata fino ai vertici dello Stato. Il Che è ferito da una pallottola e si rifugia assieme ad altri compagni in un canneto. Si sente una voce gridare “Arrendetevi”, Juan Almeida risponde con la celebre affermazione “aqui no si rinde nadie, carajo! (Qui non si arrende nessuno, accidenti!)” [dall’articolo pubblicato su “Il faro di Roma” del 3 dicembe 2021, “65 anni fa lo sbarco dello yacht Granma. “Aqui no si rinde nadie, carajo! (Qui non si arrende nessuno, accidenti!)]
“Aqui no se rinde nadie” è ancora il grido di battaglia di Cuba socialista che a quasi 70 anni dallo sbarco del Granma continua tenacemente a resistere all’aggressione degli imperialisti USA con cui ha fatto i conti nel corso della sua intera storia. Una storia di edificazione di un paese socialista a partire da condizioni di arretratezza, dipendenza, povertà e saccheggio in cui gli imperialisti mantenevano Cuba prima della vittoria della rivoluzione nel 1959 e della sua successiva evoluzione, a partire dal 1961, in rivoluzione socialista.
Una storia di internazionalismo proletario di cui Cuba socialista è stata massima interprete, resistendo e persistendo nella costruzione della patria socialista e fornendo parallelo e sistematico appoggio ad ogni popolo in lotta, dai Caraibi all’America Latina all’Africa, per affrancarsi dalla dominazione coloniale dell’imperialismo.
Un ruolo che Cuba socialista ha continuato a svolgere, imperterrita, anche nelle difficili condizioni di isolamento determinatesi dopo il crollo dell’Unione Sovietica, dando l’impulso decisivo alla formazione del campo dei governi antimperialisti sorti in America Latina, contro cui negli ultimi anni è divenuta più aggressiva l’azione degli imperialisti statunitensi che mira alla loro disarticolazione.
Questo imperativo che ieri è stata la parola d’ordine con cui ebbe inizio lo sviluppo vittorioso delle rivoluzioni proletarie anche nel continente americano, oggi deve simboleggiare la resistenza alla nuova aggressione del complesso militare-industriale-finanziario USA. Nel vivo della nuova Terza guerra mondiale che gli imperialisti USA vanno promuovendo in associazione con gli speculatori UE e con la cancerogena entità sionista, i Caraibi e il Sud America sono diventati terreno d’azione di una furia genocida con cui gli imperialisti USA mirano a ricattare e rioccupare anzitutto Cuba socialista e il Venezuela bolivariano. Questi Paesi, con la loro esistenza, hanno contribuito a ripulire un continente che gli imperialisti USA consideravano e trattavano come il proprio cortile di casa. La spazzatura del colonialismo, del saccheggio delle loro risorse naturali e ricchezze ad uso e consumo delle multinazionali, del mantenimento all’ingrasso di una classe dirigente di fantocci e del relegamento nella miseria più estrema della grande maggioranza delle masse popolari.
È questo il genere di spazzatura che oggi gli imperialisti USA, con intenti genocidi non nascosti, vogliono riportare in auge. Questo è il portato del blocco energetico in vigore dal 10 gennaio contro Cuba che mira a rivoltare le masse popolari cubane (quelle che non uccide e non rende menomate tramite gli effetti del blocco energetico) contro l’indipendenza e la sovranità nazionale esercitata da esse stesse tramite il Partito Comunista Cubano e il sistema politico di democrazia reale su cui poggia Cuba socialista. Così come rimanda a un intento genocida, in questo caso minacciato, il ricatto che dal 3 gennaio scorso, giorno del sequestro del presidente Nicolas Maduro e di Cilia Flores, gli imperialisti USA fanno pendere contro il Venezuela bolivariano e quanti nel governo, tra i lavoratori dell’apparato produttivo, nel movimento popolare, nel sistema delle comunas non vogliono piegarsi ai loro diktat.
Una politica genocida comandata a distanza dai loro fortini situati nei paesi imperialisti e condotta emulando le gesta dei vigliacchi criminali sionisti che a Gaza, da quasi tre anni, conducono uno sterminio di massa per lo più ricorrendo a strumenti, tecnologie e mezzi di morte e distruzione che non comportino di dover portare gli scarponi dei propri soldati sul terreno onde evitare cocenti sconfitte, fughe all’afgana come gli USA nell’estate 2021, disfatte difficili da nascondere come quelle che inanellano sempre gli USA in Iran nonché un aumento ulteriore della resistenza spontanea delle masse popolari già di per se problematica in ogni paese imperialista e specialmente negli USA.
Il salto di qualità compiuto dalla già protratta aggressione degli imperialisti USA contro Cuba e Venezuela sta portando i processi rivoluzionari qui in essere a doversi confrontare con difficoltà inedite. Come è ben rappresentato dalla lotta ingaggiata da Cuba socialista da gennaio ad oggi per restare in piedi come paese socialista, sovrano e indipendente di fronte ad un blocco energetico che la mafia imperialista promuove con il deliberato scopo di imporre una capitolazione e il trasferimento del potere nelle loro mani.
Sono problemi che chiamano in causa più direttamente che mai i comunisti e i rivoluzionari dei paesi imperialisti, posti di fronte ad un bivio: limitarsi ad essere i passivi tifosi o detrattori di questi processi rivoluzionari oppure dei conseguenti promotori di internazionalismo proletario?
Per decenni i processi rivoluzionari dei Caraibi e dell’America Latina, la loro resilienza e resistenza di fronte alle aggressioni dell’imperialismo sono state un faro e la conferma pratica che la lotta di classe per il superamento della barbarie capitalista e imperialista e la transizione ai superiori rapporti sociali del socialismo e del comunismo continuasse il suo corso. Nonostante e al netto delle difficoltà in cui il movimento comunista era invece incappato proprio nella nostra parte di mondo fino a trovarsi nelle attuali condizioni soggettive di debolezza e necessità di rinascita che oggi va pur compiendosi. Da questo contrasto è sorta e si è alimentata negli anni nel movimento comunista cosciente e organizzato una tendenza a considerarsi rivoluzionari in quanto sostenitori delle rivoluzioni che altrove si svolgevano rifiutando di occuparsi dei problemi della rivoluzione socialista nel nostro paese o scambiando questo con la partecipazione alle liturgie dell’elettoralismo e dell’economicismo. Oggi gli associati a questa tendenza spontanea, figlia dell’opportunismo, del disfattismo e della rassegnazione per quanto riguarda le sorti della rivoluzione in casa nostra, si trovano a fare i conti con la realtà e con la messa in discussione dei loro idoli identitari. Ne deriva così, da un lato, il protrarsi di atteggiamento da “tifosi” verso i processi rivoluzionari cubano e venezuelano senza fare i conti con il dato decisivo che questi oggi più che mai hanno bisogno che i rivoluzionari dei paesi imperialisti regolino i conti con l’imperialismo alle proprie latitudini. Dall’altro lato e ancor più dannosa è la tendenza che vede molti tifosi di ieri trasformarsi in detrattori che denunciano il tradimento degli attuali governi in carica per via dei cedimenti e delle concessioni fatte all’imperialismo. I danni arrecati da questo tifo che degenera in denigrazione sono significativi
– perché l’azione dei denigratori si abbina al certosino lavoro di intossicazione dei cuori e delle menti che gli imperialisti portano avanti per seminare discordie nel campo dei rivoluzionari, promuovere l’idea di aver ottenuto la loro capitolazione, creare anche in questo modo le condizioni per sottomettere definitivamente questi paesi,.
– perché alimenta oggettivamente, nel mondo della solidarietà con le lotte in corso a Cuba, in Venezuela e in America Latina, sentimenti di rassegnazione e ritiro nel privato.
Bando alla tifoseria, bando alla denigrazione! L’aggressione a Cuba socialista e al Venezuela bolivariano pone all’ordine del giorno per i comunisti e i rivoluzionari operanti nei paesi imperialisti di farsi promotori di un rinnovato internazionalismo proletario.
Significa farci carico dei compiti rivoluzionari in casa nostra, perché lo sviluppo di una nuova ondata di rivoluzioni proletarie in casa nostra, in ultima istanza, è la nostra forma più alta di solidarietà.
Significa farci carico della lotta contro la complicità del governo Meloni e del sistema di larghe intese nell’aggressione genocida contro Cuba socialista e nell’aggressione al Venezuela bolivariano, facendo anche di questo un torrente del movimento generale per cacciare il governo Meloni, impedirne la sostituzione con un altro governo di larghe intese ed imporre il Governo di Blocco Popolare.
Significa infine costruire solidarietà e sostegno alla resistenza di questi processi rivoluzionari, qualcosa che oggi è già largamente diffuso, specie nel caso della solidarietà a Cuba socialista. Una solidarietà che può crescere e allargarsi ulteriormente se si eleva anche la combattività di quanti partecipano al movimento solidale. Perché il tentativo di strangolamento contro Cuba comporta certamente il far arrivare a Cuba, dal basso, i beni che permettono al suo popolo di sopravvivere come tante iniziative meritorie stanno contribuendo a fare. Ma è ancora più importante il sostegno che possiamo fornire alla loro resistenza attraverso la neutralizzazione del contributo dato dalla nostra classe dominante e dal suo sistema politico all’aggressione genocida. Cioè la lotta per mettere all’ordine del giorno l’instaurazione di un governo del nostro paese che non sia complice della promozione della nuova guerra mondiale, di cui l’attacco a Cuba e al Venezuela è un estensione.
Ecco allora che il grido di battaglia “Aqui no se rinde nadie” ritorna ad assumere la sua valenza e diventa appello di lotta per un movimento che va ben oltre i confini della lotta di liberazione nazionale che l’ha coniato.
Di questo tratteremo al dibattito “Aquí no se rinde nadie”, il 9 agosto alle ore 17:00 durante la Festa nazionale della Riscossa Popolare a Pisa. Ne ragioniamo insieme, con il contributo di compagni e compagne attivi sul fronte della solidarietà internazionale e con esponenti dei popoli che non si arrendono.







