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[BOLOGNA] Per Fakir: vendetta, organizzazione e prospettiva 

Federazione Emilia Romagna by Federazione Emilia Romagna
Luglio 22, 2026
in Federazione Emilia Romagna, Federazione Emilia Romagna
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Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir materialmente eseguito nel quartiere Pilastro di Bologna il 19 di luglio da due agenti di Polizia non è un fatto isolato. Avviene in un quartiere militarizzato, dove da mesi, per piegare la resistenza dei residenti alla distruzione degli spazi verdi promossa dall’Amministrazione Lepore a fini speculativi, la Polizia ha malmenato e ferito decine di persone, sparato lacrimogeni ad altezza persona, pattugliato le strade giorno e notte perseguitando i residenti. 

Il brutale assassinio di Abderrahim Fakir avviene in un più generale contesto in cui le autorità politiche non alzano un dito di fronte a (assecondano attivamente) licenziamenti di massa, omicidi sul lavoro, smantellamento dei servizi essenziali, col degrado sociale che ne risulta. Avviene mentre contro gli immigrati e i loro figli, che sono una parte sempre più rilevante e combattiva dei lavoratori nel nostro paese, la propaganda di regime soffia sul fuoco della mobilitazione reazionaria, per trasformare in guerra tra poveri il disastroso corso delle cose funzionale agli interessi dalla classe dominante. Avviene nel corso della rappresaglia repressiva contro chi si oppone all’aggressione e allo sterminio indiscriminato dei popoli oppressi nel mondo e al procedere di una guerra che di fatto è già mondiale. Tutta violenza che, per lor signori, è evidentemente “normale”.

In sintesi, il brutale assassinio di Abderrahim Fakir sia per le cause che hanno portato un uomo, solo in mezzo a una strada, a gridare “aiuto” sia per il modo in cui i tutori dell’ordine (borghese) hanno soffocato quella voce è parte della guerra interna, che è guerra di classe. E quella voce non può spengersi e non si spengerà, perché risuona nei nostri cuori e nelle nostre teste, nei cuori e nelle teste di tutti coloro che non si rassegnano alla barbarie. E e infiamma l’esistente.

Chi la sera del 20 luglio si è ribellato alla barbarie, nonostante le minacce, i candelotti lacrimogeni sparati dai tetti, ad altezza d’uomo (ancor una volta) e persino contro i Vigili del Fuoco, nonostante la caccia all’uomo, ha mandato a chiare lettere il messaggio che se loro ci uccidono noi mettiamo a ferro e fuoco la città, HA FATTO BENE. Ha protetto l’incolumità di tutte le masse popolari mettendo a repentaglio la propria. Piena e incondizionata solidarietà, complicità e supporto, dunque, ai compagni e le compagne fermate e ferite: sono un esempio per noi tutte e tutti.

Così come sono un esempio luminoso i lavoratori dell’Interporto, in larga parte immigrati organizzati dal Si Cobas, che, contro l’assassinio di un loro compagno, hanno bloccato per ore il traffico di merci, creando file di chilometri intorno alla città. Ciò in barba ai decreti sicurezza, agli sciopericchi di due ore a fine turno e a chi dice che i lavoratori non sono più disposti a fare scioperi politici. Un fatto grande, passato sotto silenzio dalla propaganda di regime in un clima di generale diversione e intossicazione. 

Sono un esempio i giornalisti del Comitato di Redazione del Tg regionale dell’Emilia Romagna che con un comunicato pubblicato hanno denunciato la censura vigente nell’apparato mass mediatico di regime. 

Abbiamo un problema con la Questura di Bologna 
Presso la Questura di Bologna è operativo il VII Reparto mobile, che dal G8 di Genova ai recenti fatti del Pilastro ha una un’onorevole storia di “gestione dell’ordine pubblico” al servizio della reazione. 
Il VII Reparto mobile, e la Questura di Bologna più in generale, sono storicamente uno dei principali concentramenti di forze del Sindacato Autonomo di Polizia (SAP), che in questi giorni abbiamo sentito minacciare il Sindaco e i manifestanti a ogni piè sospinto.
Del SAP, in distacco sindacale fin dal primo giorno di servizio proprio da Bologna, è stato Segretario generale (2014-2018) Gianni Tonelli, uno che sull’impunità rispetto al razzismo di Stato e sulla violenza ha fatto carriera. Per capirci, proprio il giorno dopo la sua elezione a Segretario, la platea del Congresso del SAP tributò a chi ha assassinato Federico Aldrovandi una standing ovation di circa cinque minuti di applausi in “solidarietà”. Tonelli, oggi Presidente onorario del SAP, è poi diventato anche parlamentare (2018) e infine Responsabile del Dipartimento Sicurezza e Immigrazione della Lega. 
Sono gli anni in cui la Prefettura di Bologna è guidata da un certo Matteo Piantedosi, che proprio in questo ambiente trova il suo trampolino di lancio. 
Tonelli è grande alfiere dell’introduzione del Taser per le forze dell’ordine e anche delle telecamere sulla divisa (per forzare la mano, il SAP diede le Spy pen ai suoi iscritti a Bologna), col presupposto che ovviamente questi filmati sono a uso e consumo del taglia e cuci della Questura, come dimostrano i fatti di questi giorni. 
Ma, parlando di Questura di Bologna, difficile non citare un altro dirigente del SAP, ovvero Marino Occhipinti noto esponente della Banda della Uno bianca.
Insomma, è abbastanza evidente che abbiamo un problema con la Questura di Bologna. E non da ieri. Ci domandiamo e domandiamo al Sindaco, ai giornalisti di inchiesta, alla società civile: tutto questo è “normale”? 

In questa situazione il polo di destra delle Larghe intese (governo Meloni e Ministro Piantedosi) cerca di barcamenarsi usando la situazione per dare l’assalto alla diligenza del “fortino Bologna” da sempre appannaggio del polo di sinistra delle Larghe intese e oggi amministrato da Lepore.

L’oggetto del contendere sono i miliardi che girano intorno al sistema delle cooperative, degli appalti pubblici, dell’indotto delle grande aziende, dei fondi statali per repressione, riarmo e guerra (l’unico vero “piano di ripresa e resilienza” che hanno in serbo per noi). Il teatrino Lepore – Piantedosi a favore di campagna elettorale è una contesa di affari sulla pelle delle masse popolari.

Sono, cioè, uniti contro le masse popolari. Ma sono anche effettivamente divisi e in accanita concorrenza fra loro. È opportuno vedere l’unità tra i due poli, per non farsi illusioni di sorta, ma è altrettanto opportuno anche vedere la lotta fra loro, perché la nostra azione sia tesa metterli uno contro l’altro e non a compattarli. 

A tutti i compagni e le compagne attivi nelle organizzazioni che di fatto già compongono il variegato fronte anti-Larghe intese e che in questi giorni stanno discutendo sul che fare, sull’opportunità o meno degli scontri, diciamo che invece di tentare di fermare il vento con le mani dobbiamo spiegare le vele e ragionare di quale sbocco politico vogliamo dare al movimento cittadino e non solo.

Senza un ragionamento su come costruiamo le condizioni per cacciare le Larghe intese da Palazzo d’Accursio e dal governo del Paese le nostre mobilitazioni, non importa quanto disciplinate, combattive o partecipate, finiranno a uso e consumo della lotta tra gli sciacalli che oggi si contendono il palazzo. 

Bologna e l’Emilia Romagna hanno una storia gloriosa di organizzazione popolare. Un solo esempio noto: nel quartiere Pilastro il Comitato Inquilini Villaggio Pilastro mettendo al centro il principio che è legittimo tutto quello che è negli interessi delle masse popolari, combinando occupazioni, scioperi al contrario, blocchi stradali, assemblee permanenti riuscirono a imporre all’amministrazione le misure necessarie al territorio. 

Se ora da molto vicino guardiamo molto lontano, all’esperienza del movimento popolare americano contro l’ICE, il risultato non cambia: vediamo combinare video-controllo popolare, reti di mutuo soccorso, pattugliamenti di brigate in difesa del quartiere, assistenza porta a porta e campagne nazionali di carattere politico. 

Sul nostro territorio sono attive decine di realtà: sindacati, la Rete di resistenza legale, la campagna Lince, i comitati ambientalisti che fanno quotidianamente fronte alla repressione, le associazioni degli immigrati. Una convergenza cittadina di queste realtà che, oltre a promuovere mobilitazioni, sedimenta organizzazione e coordinamento, esercita il controllo popolare, esige l’epurazione delle cricche fasciste che si annidano nelle istituzioni (fuori i nomi dei due poliziotti!), tutela gli attivisti e le attiviste, organizza casse di resistenza, elabora le misure che servono al territorio e per questa via impone all’Amministrazione di essere riconosciuta come autorità popolare è la strada (l’unica) che possiamo percorrere. Questo è il modo, concreto, di mobilitarci PRIMA che avvengano le tragedie. Questo è anche il modo, concreto, di costruire un’alternativa qui e ora. 

Anche per Fakir e per tutti i figli della Bologna operaia e popolare.

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