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Intervista a Frenk il Malfattore e Scarto

Teresa Noce by Teresa Noce
Luglio 25, 2026
in Festa della Riscossa Popolare 2026
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Ad aprire la serata dell’1 agosto alla Festa nazionale della Riscossa Popolare sarà la “crew” 202 di Massa, in particolare Frenk il Malfattore e Scarto.

Il 10 luglio è uscito il primo disco di Frenk (“Figlio di NN”), prodotto da Scarto (che pure contribuisce con le rime) e quei pezzi saranno il pilastro dell’esibizione dell’1 agosto.

Abbiamo pensato che sarebbe stato utile capire di cosa si tratta, sia perché capire di cosa si tratta potrebbe incoraggiare anche altri a scoprire artisti emergenti, sia perché – una volta che abbiamo capito di cosa si tratta – riteniamo utile condividere ciò che ci sta dietro il disco, dietro il rap, dietro – anche – il concerto dell’1 agosto.

Più che una vera e propria intervista, abbiamo incontrato Frenk e Scarto per un confronto.

Di seguito, riadattato per la forma scritta, quello che è emerso.

Rap come terapia?

Frenk. Ognuno ha la sua storia e le sue esperienze. La mia è una storia di sofferenza. Come altri, certo.

Parte importante delle mie sofferenze derivavano dalla famiglia di origine, da mia madre e da mio padre. Non importa scendere nei particolari, non intendo farlo, posso dire però che ho attraversato periodi neri, mi hanno fatto passare periodo neri. Se poi ci mettiamo che i periodi neri che ognuno si trova a vivere per le proprie esperienze di vita sono conditi dalle conseguenze di questa società… posso dire senza esagerare che il rap mi ha tenuto a galla, la vecchia scuola mi ha educato, cresciuto, insegnato ad affrontare la vita.

È da quando ero ragazzino che scrivo testi, senza mai aver avuto il coraggio, diciamo, o la possibilità, di provarli su una base, rappare.

Poi le cose della vita hanno fatto il loro corso, l’idea di rappare è rimasta in un angolo della testa, presente, ma defilata. Finché, corsi e ricorsi, di fronte a un periodo di crisi, ma da adulto, ho trovato la forza che non avevo trovato da ragazzino. Mi sono buttato: i testi, le rime, le basi, il rap.

Non ho 20 anni, ma l’urgenza di trovare sfogo positivo, costruttivo, collettivo a quella inquietudine, malessere, sofferenza è la stessa che avevo a 20 anni. Solo, se proprio vogliamo inquadrare la questione, è più “educata”.

Insomma sono un uomo, ho la mia famiglia, non sono un boomer che gioca a fare il ragazzino…

E poi c’è altro. Sentivo sta cosa di volere e poter mettere insieme il materiale e i pezzi per un disco, mi ci sono buttato. Un salto in avanti l’ho fatto, lo dico chiaramente, quando ho incontrato Scarto e la famiglia 202. Siamo della stessa città, ci si conosceva anche di vista, ma insomma… c’è voluta questa esperienza per conoscerci e capirci…

Scarto. Che devo dire? Tutto vero. O meglio, sottoscrivo tutto e in particolare l’ultima parte.

Io ho un’altra esperienza rispetto a Frenk. Ho iniziato a rappare per passione. E per un certo periodo anche coltivando il sogno proibito di sfondare. Cioè avevo anche io in testa, in una qualche misura, quello che il rap mainstream propinava e imponeva. Poi mi sono svegliato, diciamo. Mi ha svegliato il rap, “lo spirito del rap”.

È andata così: a 20 anni mia nonna mi ha dato la possibilità di usare una stanza, mi ha dato le chiavi e mi ha detto “fai quello che vuoi, insegui il tuo sogno”.

Sembra “sdolcinato”? Eh, però è stato uno dei regali più belli. Senza mezzi, con pochi soldi, con la voglia ho costruito lì dentro un primo “studio di registrazione”. Virgolette d’obbligo, perché era una cosa proprio casalinga. Poi un passo alla volta, un pezzo alla volta l’ho sistemato, migliorato. Quindi ho iniziato io e poi quella stanza è diventata il posto per i ragazzi del quartiere: quelli più grandi e quelli più piccoli. Anche gente che non conoscevo, veniva “in sala”, registrava una traccia. Il rap ci ha fatto conoscere e ci ha unito.

Adesso è esattamente così. Capitano i ragazzini bullizzati a scuola che sulla traccia sfogano la frustrazione e si affacciano alla vita, capita il ragazzino africano poco più che adolescente che solo lui sa come è finito nel nostro quartiere e rappa in francese.

No, non ho alcuna velleità di definire questa cosa “un progetto sociale”, non lo è. È il rap per come lo è stato per generazioni di ragazzi e ragazze che si sono aggrappati alle rime e alle basi, ai valori fissati nelle barre per imparare ad affrontare ognuno il suo mostro. Ognuno per sé, ma tutti insieme…

Io continuo a rappare, l’anno scorso è uscito il mio disco… ma anche, e forse soprattutto, sono quello che avvia le basi e preme rec in un quartiere popolato da ragazzi che cercano il modo per non soccombere e di non arrendersi.

Rap come comunicazione?

Frenk. Vecchia scuola. Sono fisso lì. Non perché sono “un vecchio” che non vuol muoversi dai “fasti del passato”, ma perché tutto quello che è sorto dopo, in gran parte, è roba che brucia il cervello. Droga, fica, soldi, fama. Certo, sono aspetti della vita e anche aspetti della vita dei rapper, ma giusto un aspetto, non il tutto. E, sicuramente, non è quello attorno a cui può girare tutto.

Per me vecchia scuola significa dire nelle canzoni quello che l’informazione non dice, vuol dire offrire un’interpretazione del mondo, vuol dire mandare un messaggio. Vuol dire scardinare la cappa di rassegnazione che ogni singolo giorno viene alimentata nella testa e nel cuore delle persone, soprattutto i giovani. Soprattutto i giovani.

Io sono schierato. Il mio posizionamento è molto chiaro. Diciamo che preferisco farlo emergere da testi che sono il frutto di riflessioni, ricerca, intuizione, anziché ostentarlo… ma insomma, non c’è alcun dubbio su quale sia la parte in cui sono, mi sento e mi colloco.

Se ascolterete il disco, chi ascolterà il disco, questa cosa la percipisce immediatamente, è chiara, diretta. Senza dover necessariamente rompere i coglioni con testi seriosi… argomenti seri, profondi, ma comunicati in quella che io vedo, ritrovo, la tradizione artistica della vecchia scuola del rap italiano.

Scarto. Beh… io l’ho già detto prima…. Non nascondo di aver avuto, all’inizio, una specie si “fascinazione” per quel rap mainstream che, insomma…

Poi ci ho messo del mio, le mie esperienze, il mio lavoro con la 202 mi ha poi aperto gli occhi. Questa cosa dello schieramento vive tanto in ciò che uno fa, come vive, oltre che in ciò che uno dice.

Rap come “missione”?

[La domanda diretta è: a chi ri tivolgi quando scrivi? Per chi sono i tuoi pezzi?”]

Scarto. Bella domanda! Sono curioso della risposta…

Frenk. Eh! Diciamo che ci sono più risposte, ovvio.

Anzitutto è corretto dire che scrivo per me, è un’esigenza mia. Quello che esce deve piacere a me.

Poi c’è il discorso del messaggio che voglio mandare, ne parlavo prima. Alla fine la musica è un megafono e il rap è il più potente, o almeno uno fra i più potenti.

Poi posso scavare ancora un po’… Scrivo per quelli che oggi sono come ero io da ragazzino. Scrivo per quelli che hanno un contesto famigliare tossico e velenoso, quelli a cui serve un salvagente, come è stato per me il rap quando ero adolescente. Scrivo per quelli che magari hanno paura che la vita di merda che vivono oggi li accompagnerà per sempre, sono condannati. E invece non è vero.

Non mi sento maestro, non ho un approccio paternalistico, ma non fingo nemmeno di avere 18 anni. La merda l’ho vista, toccata, masticata e ingoiata. So di cosa si parla. La società capitalista, con le sue conseguenze, la conosco, so di cosa si parla.

Allora possiamo dire che mi rivolgo a chi sente di avere la necessità di aprire gli occhi e sollevarsi, ma magari non ha trovato ancora la spinta, la forza e la fiducia per farlo.

Io penso che questo si capisca, dalle tracce, dal disco. E anche dalla militanza del fare del rap uno strumento di emancipazione.

Affermazione troppo “carica”?!

[coro di no, anzi, approvazione]

La realtà concreta

Frenk. Frenk il Malfattore è caricato a pallettoni contro la borghesia e il suo sistema, è un lavoratore dipendente, immerso nel contesto bellissimo della 202 con tanti giovani che rappano per dare del mondo una loro interpretazione e per provare a trasformarlo per come sembra giusto a loro.

E aggiungo: Frenk il Malfattoe è uno che ha costruito una famiglia che lo sostiene. Ho fatto “un patto” con le mie figlie: se c’è qualcosa di cringe mi devono avvertire immediatamente! (risate).

Nessuno si stupirà se dico che con la musica sono sempre in rimessa sul piano economico, vero?

Nessuno si stupirà se a me, ma a tutti noi nella 202, si gonfia il cuore quando troviamo la possibilità di suonare “senza dover pagare”, senza fare guerre, senza spirito di concorrenza, senza dimensioni tossiche…

E nessuno si stupisca se vi dico anche che “ho fatto un disco” che è pubblicato sulle piattaforme ed è gratuito, l’ho fatto perché avevo l’esigenza di farlo e sono ripagato dal sapere che qualcuno lo ascolta e ci si ritrova, lo trova utile. Lo usa.

Frenk e Scarto alla Festa della Riscossa Popolare

Frenk. Beh, sarò sincero. Ci sarei venuto anche senza serata, ci sono sempre venuto, ho sempre partecipato. In tutta onestà mi sembra il posto naturale dove presentare il disco.

Scarto. Io la scoprirò. Ma probabilmente è uno dei posti naturali dove presentare il disco.

Note a margine

La Redazione ritiene utile far sapere che la crew dello Studio 202 di Massa, Frenk il Malfattore compreso, si propone per suonare in ogni posto in cui batte il cuore dell’hip hop e della vecchia scuola del rap. E, allo stesso modo, è disponibile a collaborazioni, serate, iniziative.

Contatti da IG: 2.zerodue_studio

Per sentire il disco di Frenk il Malfattore prima del concerto (e imparare le canzoni) c’è il canale youtube

Per sentire il disco di Scarto

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