Mentre i riflettori del mondo sono puntati sulla neve e le vetrine di Milano Cortina 2026, sul fronte lavoro il rovescio “delle medaglie” è fatto di morti, sfruttamento e dal tentativo di limitare diritti costituzionalmente garantiti come quello di sciopero.
La “fabbrica dei sogni” olimpica, così propagandata dal governo Meloni, si è infatti rivelata per quello che è: un tritacarne per lavoratrici e lavoratori in nome del profitto di speculatori e affaristi.
La cronaca degli ultimi mesi non lascia spazio a dubbi.
Nella notte tra il 7 e l’8 gennaio Pietro Zantonini, vigilante nel cantiere dello Stadio del ghiaccio a Cortina è morto per un arresto cardiaco sul “posto di lavoro”. Era in un gabbiotto grande quanto una cabina telefonica, riscaldato da una stufetta elettrica mentre la temperatura esterna sfiorava i – 15°C.
Altra denuncia è arrivata dai lavoratori di One Group, la società che gestisce la security e l’accoglienza a Livigno. Giovani assunti in fretta e furia via Whatsapp si sono ritrovati dentro turni di 12 ore al giorno per 6 euro l’ora. Stipati in alloggi sovraffollati dovevano fare i turni anche per dormire perché i posti letto non bastavano. Sempre nella notte tra il 7 e l’8 gennaio inoltre, due steward sono finiti in ospedale per ipotermia. I lavoratori si sono mobilitati distribuendo volantini dal titolo “Olimpiadi della vergogna” e in risposta sono stati cacciati dall’area dei Giochi.
La stessa società ha ritenuto anche di allontanare Fadel, uno steward palestinese, perché non avrebbe superato i controlli di sicurezza. Il lavoratore è un attivista politico. Ha partecipato a tante delle manifestazioni per Gaza ed era in prima fila anche a L’Aquila in solidarietà con Anan Yaeesh. Questo è bastato per mandarlo a casa dopo appena sette giorni con la scusa del “mancato superamento della prova”.
L’episodio è avvenuto a pochi giorni dal licenziamento di Ali Mohamed Hassan. Un lavoratore dello store ufficiale delle Olimpiadi mandato a casa per aver espresso “opinioni politiche” sul lavoro. Ali ha infatti esclamato più volte “free Palestine” a un gruppo di clienti israeliani che hanno ripreso la scena e pubblicato il video sui canali di StopAntisemitis.
A pochi giorni dalla fine dei giochi, nel Bormio, la Fondazione Milano-Cortina ha poi iniziato a smobilitare i villaggi olimpici, compresi lavoratori e lavoratrici. Così 38 persone si sono viste licenziare da un giorno all’altro, nonostante il loro contratto scadesse la settimana successiva. La loro denuncia è andata in onda nella trasmissione Uscita di sicurezza su Radio Popolare.
Ancora, a Cortina, Anterselva, Predazzo e Valtellina, a seguito dell’arrivo della visita degli ispettori del lavoro, alcuni dipendenti con contratto a tempo determinato hanno denunciato di essere stati costretti a mentire e a firmare una liberatoria in cui dichiaravano condizioni di lavoro regolari. Che i turni di lavoro venivano rispettati, le pause garantite, che gli ambienti erano adeguati e i dispositivi di protezione contro il freddo erano stati forniti. Niente era vero!
Veniamo in ultimo a Milano, dove il trasporto pubblico è stato messo al servizio della macchina olimpica. La Commissione di garanzia, per dare il migliore dei servizi possibili in città, ha proposto ai sindacati un accordo volto a impedire la proclamazione di scioperi per il periodo dal 5 al 22 febbraio e dal 7 al 15 marzo. Ovviamente rispedito al mittente.

L’azienda del TPL Milanese ATM inoltre ha istituito il “bonus olimpico” per incentivare la massima copertura del servizio ed evitare carenze di personale durante l’evento. Peccato che per averlo i lavoratori non possono assentarsi dal lavoro per nessun motivo, che sia per ferie, malattia, infortunio, congedi parentali o legge 104.
A incorniciare questo quadro di sfruttamento e precariato ci sono infine i 18.000 volontari del programma Team26 provenienti da 94 paesi. Per lo più giovani con un “curriculum” già avviato nel volontariato sportivo a livello locale, nazionale o internazionale.
Nonostante la retorica della “sostenibilità” e dell’“orgoglio nazionale” con cui il governo Meloni continua a venderle, queste Olimpiadi sono tutt’altro che l’ennesima operazione calata dall’alto. Già da oltre due anni infatti queste sono il terreno dove la mobilitazione si sta sviluppando. A dimostrarlo il Comitato Insostenibili Olimpiadi (CIO) che si è mosso su questa strada diventando un punto di riferimento nella lotta contro la logica dei grandi eventi. Ha promosso assemblee pubbliche, iniziative di controinformazione, ha organizzato mobilitazioni territoriali e alimentato il coordinamento tra realtà ambientaliste e per il diritto all’abitare. Ha costruito un’opposizione organizzata, radicata nei quartieri popolari e nelle aree montane deturpate dai cantieri, smascherando così la narrazione ufficiale.
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La partita quindi è ancora aperta, le Paraolimpiadi cominceranno il prossimo 7 marzo e per le lavoratrici e i lavoratori è tempo di raccogliere l’esempio del CIO. Di organizzarsi dentro e fuori dal posto di lavoro per dare ancora più forza alla mobilitazione in corso e continuare a rendere queste Olimpiadi un problema di ordine pubblico per il governo Meloni.
Per i lavoratori di tutti i settori impiegati a Milano e nelle altre località olimpiche, gli operai dei cantieri, i lavoratori della logistica, dei trasporti, del turismo e di altri servizi, si tratta allora di organizzare subito scioperi, mobilitazioni, flash mob e volantinaggi per impedire al governo Meloni e soci di fare altre passerelle istituzionali sulla pelle dei lavoratori. Per smascherare le condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, ma soprattutto per applicare subito quei diritti che governo e padroni provano a restringere con qualsiasi scusa.
Per questi lavoratori si tratta di convergere nel fronte unitario necessario per mandare a casa il governo Meloni, perché la loro lotta si inserisce in quell’ampio e variegato movimento di Resistenza che si sta sviluppando nel nostro paese e che deve diventare protagonista della costruzione dell’alternativa di governo di cui il nostro paese ha bisogno.
Si tratta di usare ogni occasione per colpire il governo Meloni fino a cacciarlo!
L’8 e 9 marzo, in occasione della giornata internazionale della donna, partecipiamo alla giornata di lotta e allo sciopero promosso da Non Una di Meno e proclamato dal sindacalismo di base;
Il 22 e 23 marzo andiamo a votare NO al referendum sulla separazione delle carriere voluta da Nordio;
Il 27 e 28 marzo partecipiamo alla due giorni No Kings che vede tra i promotori la Rete Nodl Sicrezza A Pieno Regime e la Campagna Stop rearm europe contro la guerra e l’economia di guerra imposte dai governi;
Il 4 aprile partecipiamo alle mobilitazioni che il Coordinamento nazionale No Nato promuoverà in occasione della giornata contro la Nato e la guerra.



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