Rilanciamo la lettera che ci ha inviato un nostro giovane lettore toscano che racconta di quanto avvenuto nella sua scuola in occasione di una iniziativa per la “Giornata del Ricordo” e il moto di indignazione che ha suscita tra gli studenti presenti. Un esempio utile a comprendere di come la scuola del “merito” di Meloni e soci sia molto lontana dall’esperienza pratica, dalle aspirazioni e dalle idee degli studenti e in particolare di quella parte più cosciente e organizzata di questi giovani che questo sistema fondato sullo sfruttamento, l’oppressione e l’arrivismo vuole cambiarlo. Ogni voce che si alza contro questi teatrini di revisionismo storico, ogni occupazione e ogni azione di lotta contro il governo Meloni e le sue politiche guerrafondaie sono un esempio e una carica che deve suonare ovunque. Per questo motivo rilanciamo questa esperienza.
Prima però una dovuta precisazione. La cosiddetta “Giornata del Ricordo” (10 febbraio) è stata istituita nel 2004 dal governo Berlusconi – Fini con l’appoggio di entrambi i poli delle Larghe Intese. L’obiettivo era ed è tutt’oggi quello di mistificare, manipolare e falsificare i fatti storici. Attorno ai crimini dei partigiani titini nei confronti degli “italiani” è infatti stato scritto di tutto e di più, ma la maggior parte delle volte senza fonti attendibili oppure per sentito dire, arrivando al culmine dell’istituzione del “giorno del ricordo”, commemorato in tutta Italia non solo dagli amministratori di destra, ma anche dai sindaci del PD e affini, antifascisti di facciata quando la situazione lo richiede, ma detrattori del movimento comunista nei fatti con il loro sostegno allo sfruttamento, all’oppressione delle masse popolari e alla terza guerra mondiale in corso.
La realtà storica è una sola e inconfutabile. Basta andare negli archivi, documentarsi, andare oltre la retorica sterile di chi divide il mondo in buoni e cattivi o in italiani e non-italiani per rendersi conto che le cose non stanno come ce le racconta la classe dominante. Il 10 febbraio è solo un’altra occasione per onorare la memoria dei partigiani italiani, jugoslavi e sovietici che seppero fiaccare l’oppressione nazifascista, lo strumento della borghesia per cancellare l’URSS ed estirpare il movimento comunista.
Che i padroni e i loro “democratici lacchè” debbano inventare ricorrenze nel tentativo di riscrivere la storia, la dice lunga su quanto ancora siano terrorizzati da quello che era “uno spettro che si aggira per l’Europa” e che con i primi paesi socialisti è diventato l’embrione del futuro dell’umanità.
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Cari Compagni del Partito e della Staffetta Rossa, vi scrivo oggi per riportare quanto è accaduto lo scorso 6 febbraio 2026.
Io, studente del Liceo delle Scienze Umane Nicolini Palli di Livorno, ho deciso di aderire insieme alla mia classe ad un evento, organizzato da un docente dell’Istituto. L’evento, tenutosi nell’aula magna della mia scuola dai rappresentanti dell’Associazione Nazionale Esuli Giuliano-Dalmati – ossia l’Ammiraglio Roberto Cervino, Presidente ANVGD Comitato Provinciale di Livorno, e la Dottoressa Marzia Colani, Consigliera ANVGD Comitato Provinciale di Livorno – poneva le basi per sentire da questi interlocutori delle testimonianze delle Foibe e l’Esodo giuliano-dalmata. Ma così, proprio come avevamo immaginato io e alcuni miei compagni, non è stato. All’appuntamento non eravamo direttamente convocati ma abbiamo deciso di parteciparvi ugualmente incuriositi dagli interventi previsti.
Dalla conferenza è emerso innanzitutto un analfabetismo storico. L’ammiraglio ha cercato di spiegare il contesto delle Foibe in una cantilena pedante ed esclusivamente nozionistica degli avvenimenti storici del tutto fasulli. Un discorso adornato da diversi richiami autoritari, dal gusto militare, che esprimevano forza, arroganza e superiorità laddove l’aula tendeva a distrarsi. La dottoressa, d’altro canto, ha riportato la testimonianza di alcuni suoi parenti, ma era disadorna di documenti storici e di rigore scientifico.
Altro aspetto evidente della conferenza è lo spirito anticomunista. Premettendo di essere un’associazione apolitica che si occupa di mantener viva la memoria, l’ammiraglio e la dottoressa sono riusciti nelle loro relazioni a non pronunciare mai una volta la parola “fascista” sostituita dalla parola “italiani”. Mentre ricorrevano costantemente al “comunista” quando citavano i partigiani jugoslavi di Tito e i crimini che gli addebitavano con le Foibe.
Tralasciando ulteriori attimi di mero disgusto e orrore – come per esempio l’asserzione con cui l’ammiraglio ci ha tenuto ad evidenziare che gli esuli italiani, spaventati dagli jugoslavi di Tito e dal Comunismo, siano stati uomini e donne esattamente identici a noi, ossia dalla “carnagione chiara” e senza “occhi a mandorla”, con tanto di gesto manuale nel descrivere i suddetti tratti somatici asiatici – ci tengo, cari compagni, a mostrarvi come la perversa propaganda borghese – liberale e conservatrice – abbia come obiettivo quello di mettere mano sulla Storia per togliere delle verità, in modo da poter offrire di conseguenza una visione dei fatti mistificata, velleitaria e, soprattutto, anticomunista.
E il sapore liberista sta nella volontà di atomizzare gli animi dei ragazzi, ponendoli nelle condizioni di scegliere se credere alle voci della falsità o se porsi dei dubbi, domande, e dunque riflettere sull’attendibilità delle parole pronunciate. D’altronde lo scopo della scuola dovrebbe essere quello di favorire delle mentre capaci di sviluppare dei ragionamenti critici razionali.
Ma questo, no, non è permesso, proprio come non era permesso sotto il Regime fascista tanto omesso dall’ammiraglio e dalla dottoressa. Era il regime fascista, quell’ordine totalitario, che voleva marionette al posto del popolo, e che voleva immagini falsificate e idealizzate dei propri leader per acquisire consenso e visibilità. Ma, oltre alla velata spinta liberista, promossa da alcune associazioni, purtroppo, alla retorica si aggiunge il marcato gusto al militare, usufruito specialmente dalle nostre forze dell’ordine, alle quali lo Stato affida il compito di svolgere il lavoro sporco che loro, come mercenari, eseguono senza obiettare. Per alcuni studenti, difatti, è stato giudicato in modo negativo il “ritorno” ad un approccio di tipo militare a scuola.
Io e due dei miei compagni di classe, però, abbiamo deciso di prepararci delle possibili domande da poter porre ai relatori dell’evento, ma solo nel caso in cui la conferenza fosse stata di stampo propagandistico o comunque maltenuta – proprio com’è stata, per l’appunto. Per sintetizzare le domande: “come mai la conferenza ha deciso di tacere su una realtà globale dei fatti storici? E, dunque, in vista di una visione puramente unilaterale dei fatti storici, è possibile che questa rechi dei danni?” I relatori hanno deciso di non risponderci. A questo abbiamo anche posto altre osservazioni sul tema della sbagliata criminalizzazione dei Moti di Resistenza.
Lo spregevole analfabetismo storico dell’ammiraglio è riuscito a toccare uno dei punti più bassi affermando che l’Italia, dopo l’Armistizio dell’8 settembre del ’43, ha combattuto con gli Alleati – definiti dall’ammiraglio come la “Parte del Bene”. Questo, ovviamente, è stato detto per denunciare e definire come “ingiusti” gli atti commessi dagli jugoslavi, in quanto volti contro i cosiddetti “buoni”.
Io, quindi, oltre ad aver posto la mia domanda, ci ho tenuto a correggere l’ammiraglio, precisando che nessun esercito italiano ha combattuto al fianco di americani e inglesi nella liberazione della penisola e che, al Nord, si formò un nuovo Stato Fascista – la Repubblica Sociale Italiana, la Repubblica di Salò – che continuò la sua guerra ingiusta e sanguinosa al fianco dei nazisti. E che i veri “buoni” – i legittimi italiani che contribuirono alla libertà dell’Italia – furono i partigiani, proprio quei partigiani tra i quali vi furono anche i nostri compagni comunisti, morti per l’amor del nostro paese – i veri patrioti.
Un mio compagno, inoltre, ci ha tenuto a precisare che, al di là di ogni ricostruzione storica, è sbagliato definire le Foibe come una pulizia etnica. Lo ha fatto per denunciare la tendenza all’omissione e al rinnegamento da parte delle nostre Istituzioni del genocidio che sta subendo il popolo palestinese, vittima indiscussa delle atrocità fasciste e razziste dello Stato d’Israele Anche queste osservazioni, come vi lascio immaginare, non hanno ricevuto alcuna parola di contrappeso da parte dei relatori.
Come se non bastasse, il docente, che ha organizzato l’evento, ha deciso di prendere in disparte me una mia compagna – che è intervenuta con una domanda alla dottoressa – per spiegarci, in modo nascosto e alquanto subdolo, che quello dell’ammiraglio e della dottoressa è stato un lavoro di testimonianza. Ma questo, ovviamente, è falso. Quando qualcuno si occupa di memoria – proprio come esplicitamente affermato da entrambi i relatori dell’evento – allora fa Storia, ed essa non si fa solo con ciò che è comodo o meglio dire, ma si fa dicendo tutto – sottolineo nuovamente la volontà dell’ammiraglio ad omettere costantemente la parola “fascista”, e aggiungo che egli non ha mai, e dico mai, citato i numeri del massacro degli jugoslavi svolto dagli italiani, e non ha mai parlato della presenza di campi di concentramento italiani sul suolo jugoslavo.
Inoltre, sempre il docente ci ha spiegato che in Jugoslavia vivevano degli italiani, e che questo “retaggio culturale e nazionale” era già stato avviato dalla Repubblica di Venezia. Ma, anche questo è assolutamente falso. Io, difatti, mi chiedo: come può la Repubblica di Venezia, caduta nel 1797, aver posto le basi della coscienza italiana? Sono uno studioso del Liceo delle Scienze Umane, e questi dubbi mi sono più che leciti. E mi basterebbe citare Massimo D’Azeglio per rispondere alle ambiguità delle parole del docente: <<Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani>> del 1861!
Con questo, io denuncio il desiderio di alcuni di omologarci tutti sotto un’unica rigida narrazione, pure al costo di renderla velleitaria e falsa. Vogliono difendere una bandiera e un orgoglio nazionale che, per alcune cose, non esiste – il docente, infatti, ha addirittura espresso il suo orgoglio ad aver avuto un nonno che indossò la camicia nera.
Così, il mio appello, cari compagni, è volto alla costruzione di una bandiera che simboleggi la libertà, l’uguaglianza e la giustizia: il tricolore italiano costellato da stelle rosse e coronato da un pugno chiuso.
Con questi interventi i ragazzi presenti nell’aula – vi erano quattro classi, composte da alunni di età eterogenee – hanno deciso di applaudire solamente agli interventi di noi ragazzi, e non alle parole dell’ammiraglio e della dottoressa. I ragazzi sono stati pronti ad applaudire solamente la voce della verità, della giustizia e della libertà: come rossi rampolli pronti a fiorire in un deserto nero e arido delle istituzioni, noi, ragazzi, abbiamo preso coscienza.
Cari compagni, questo è quanto avvenuto. Un vero e proprio affronto alla Libertà e a noi comunisti. Queste sono le istituzioni e le associazioni nazionali che fanno gola alla pancia famelica del Governo Meloni. Questa è la bassezza dei nostri oppositori e di tutti coloro che desiderano la gloria dello spirito borghese e conservatore-reazionario, entrambe versioni del Male a cui assistiamo oggigiorno: l’atomizzazione delle masse e l’orgoglio fascista da parte delle classi dominanti. Questo è il cancro di cui si nutrono e con cui vogliono indottrinare le giovani menti. Ma questo, a loro discapito, non è del tutto garantito, perché gli animi comunisti crepitano sempre di più dentro le coscienze dei ragazzi e delle ragazze, futuri uomini e donne che sanno per chi applaudire!
Ci tengo a sottolineare che questo non è un episodio isolato. L’anno scorso sempre presso la mia scuola per tenere un corso sul cyberbullismo, la scuola organizzò un evento svolto da due poliziotti – e non assistenti sociali, piscologi, o comunque figure professionali affini al tema – arroganti, superbi e offensivi che, con la forza dei loro “titoli” e soprusi istituzionali, adottarono delle tecniche di comunicazione completamente militaresche, spingendosi perfino a chiamare “Lukaku” un ragazzo nero e di stazza – ricorso ad un termine che, in questo caso, si fa assolutamente carico di razzismo volto alla discriminazione del ragazzo. Ecco cosa vuol dire militarizzare e trasformare in caserme le scuole!
Infine, ci tengo a porgere la mia solidarietà al compagno Gianluca Marinai, una delle tante vittime di un sistema repressivo nei confronti di chi si esprime democraticamente e di chi subisce il martirio della lama fascista moderna, il popolo palestinese. Vi lascio con queste mie parole, compagni: mentre i verri satolli grugniscono per tacere le bocche, gli animali della stalla affilano becchi e zoccoli, in resilienza.
Alberto Baccigalupo



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