Nel mio intervento mi soffermerò sulla costruzione del Presidio di Palermo e sulla repressione che, in quanto comunisti e specie giovani, abbiamo subito e continuiamo a subire. La repressione nel contesto di Palermo si intreccia con il lavoro che, come Partito, portiamo avanti. Il Presidio ha una sua composizione prevalentemente giovanile, con un range di età che va dai 16 ai 25 anni.
La repressione rappresenta il quinto dei cinque pilastri del regime di controrivoluzione preventiva, quale è il nostro paese. In particolare, la repressione si sviluppa selettivamente contro i comunisti e le avanguardie di lotta. Con la controrivoluzione preventiva la classe dominante contende ai comunisti la direzione delle masse popolari e in particolare la classe operaia ed evita che la loro coscienza e la loro organizzazione si sviluppino oltre un certo livello.
La repressione si dispiega verso di noi perché il nostro intervento si sviluppa su una fabbrica che è il cuore pulsante della città, centro strategico della classe dominante nel nostro paese; si sviluppa per via dell’accelerata repressiva del governo Meloni e perché siamo giovani, illudendosi di potere tagliare la testa del Presidio.
La repressione in un primo momento ci ha scalfiti, a qualcuno di noi ha fatto fare un passo indietro, ma essa ha fatto emergere contraddizioni che prima erano latenti e non si manifestavano: in una prima fase del nostro lavoro a Fincantieri abbiamo delegato la preparazione dell’intervento e l’elaborazione dell’esperienza ai compagni che dirigevano il lavoro in Sicilia, mentre in una seconda, di lavoro in autonomia, siamo intervenuti burocraticamente, non avendo ben chiaro obiettivi e cosa chiedere agli operai e non comprendendo pienamente l’importanza del nostro intervento. Ecco, la repressione che abbiamo subito ci ha spinti ad avviare una Riforma Intellettuale e Morale interna al Presidio, in modo da trovare risposta agli interrogativi che dicevo prima. Non ci siamo limitati a resistere e ad assorbire il colpo, abbiamo contrattaccato, abbiamo lanciato l’offensiva al nemico, la quale si è concretizzata nella campagna di denuncia della repressione subita. L’abbiamo condotta in tre distinti ambiti della vita sociale della città:
1. Nel centro di Palermo, dove con gli strumenti della raccolta firme e delle sottoscrizioni economiche, abbiamo raccolto risorse economiche per pagare le spese legali;
2. Nelle principali assemblee politiche della città, riscontrando solidarietà da alcuni e simpatia da altri, ma è stata occasione per acquisire autorevolezza e agibilità politica dinanzi ad altri organismi politici locali, con alcuni dei quali non vi era un rapporto prima. Inoltre, abbiamo creato legami e sviluppatone di altri e questo ci ha consentito di sviluppare l’intervento del Partito in altri settori di lavoro, come quello contro la guerra e la presenza di basi Nato nel nostro paese;
3. Infine, abbiamo lanciato la campagna dinanzi ai cancelli di Fincantieri: abbiamo reso noto agli operai l’atto repressivo subito; e se in un primo momento non abbiamo ottenuto grandi risultati, nelle scorse settimane alcuni operai hanno espresso ammirazione e stupore nei nostri confronti: giovani che nonostante le denunce subite, continuano ad intervenire nella fabbrica. Ciò ha creato condizioni favorevoli al nostro intervento, per via di una maggiore apertura dei lavoratori nei nostri confronti.
Per noi a Palermo, specie perché giovani, la solidarietà, la creazione di nuovi legami e lo sviluppo di altri preesistenti sono stati la linfa vitale che ha impedito che la nostra azione si paralizzasse.
Ma ancora di più è stata vitale per noi l’unità ideologica e organizzativa del Partito: la seconda si è manifestata il 19 luglio, quando in caserma una serie di telefonate ha disturbato il lavoro dei carabinieri, che si sono ben guardati quindi dal trattenerci ancora lì.
L’unità ideologica e la giustezza della linea si sono manifestate nel bilancio estremamente positivo della campagna contro la repressione che abbiamo portato avanti. Negli scorsi giorni ci sono state notificate ulteriori indagini, risalenti al volantinaggio presso la fabbrica dello scorso 26 novembre, ma questa volta il Pubblico Ministero ha fatto richiesta di archiviazione, che vuol dire non denunce, ma una cifra maggiore da sborsare. Ecco, anche questa volta la linea deve essere la stessa, rilanciare l’atto repressivo subito e farne momento di creazione di legami con altre realtà e soprattutto con la classe operaia.

