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Sull’opportunismo di Bonelli a Bruxelles

Teresa Noce by Teresa Noce
Febbraio 7, 2025
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La Rete no ddl sicurezza – A pieno regime, dal 4 febbraio si trova in delegazione a Bruxelles per denunciare a livello internazionale il salto di qualità che il governo Meloni sta compiendo nell’uso della repressione con le manovre per l’approvazione del ddl 1660.
Il 5 febbraio la rete ha tenuto una conferenza stampa al Parlamento europeo nel corso della quale ha preso parola Angelo Bonelli, portavoce e deputato alla Camera di AVS.
Molto giustamente, i compagni di Iskra hanno denunciato con un post su Instagram l’opportunismo (è un eufemismo!) di Bonelli quello stesso soggetto che senza se e senza ma si accodò al governo Meloni nel divieto della manifestazione in solidarietà alla popolo e alla Resistenza palestinese del 5 ottobre a Roma, contribuendo alla criminalizzazione di tutto il movimento popolare.
In quel caso, il “dissenso e conflitto” non erano da considerarsi “il sale della democrazia e il motore con cui difendere e conquistare diritti” come afferma Bonelli a Bruxelles?
Abbiamo posto direttamente la domanda a Bonelli, che insieme a Fratoianni, a Conte e alla Schlein, il 25 settembre aveva partecipato a Roma al presidio contro il ddl 1660 (presidi e manifestazioni si svolsero in tutta Italia sotto l’egida della Cgil), ma la domanda era ed è retorica. Tuttavia, la riflessione che ci interessa sollevare riguarda un altro aspetto.
È giusto denunciare l’opportunismo dei Bonelli di turno, ma non bisogna far coincidere i Bonelli di turno con tutto ciò che la rete Rete no ddl sicurezza – A pieno regime raccoglie e mobilita, cioè sovrapporrli agli studenti e ai lavoratori (come quelli della ex GKN che hanno partecipato attivamente alle assemblee della rete), ai tanti singoli e organismi che in queste settimane si sono mobilitati, che si stanno riunendo in assemblee territoriali in preparazione delle future iniziative. I politicanti borghesi e le masse popolari appartengono a due campi assolutamente distinti.
Una prima conclusione è che bisogna isolare i Bonelli di turno perché oggettivamente portano chi è disposto a mobilitarsi su un binario morto.
Una seconda conclusione è che bisogna usare anche le contraddizioni che i Bonelli di turno possono aprire nel campo nemico con la loro azione e con il loro ruolo. Azione e ruolo che, se lasciato alla loro iniziativa è un ostacolo per lo sviluppo della mobilitazione. È possibile farlo, quindi bisogna farlo. Come?
La strada è stata aperta e ben indicata da chi è sceso in piazza il 5 ottobre infrangendo i divieti del governo e della prefettura di Roma, cioè facendo esattamente quello che Bonelli e compagnia vogliono accuratamente evitare: mobilitarsi per difendere, praticandoli, i diritti e gli spazi di agibilità politica.
Ma c’è un’altra esigenza: estendere le iniziative attraverso cui i movimenti, le reti, gli organismi politici e gli organismi operai e popolari affermano i loro interessi senza la mediazione dei Bonelli di turno e indipendentemente dal fatto che siano legali o siano diventate illegali. Estenderle in termini numerici (moltiplicarle) ed estendere la loro sinergia e concatenazione (coordinarle). E a questo proposito avanzare nella costruzione e nel rafforzamento di un fronte unitario di mobilitazione, di lotta e di solidarietà contro il ddl 1660 (e più in generale contro la repressione) non può essere soltanto uno fra i vari “buoni propositi”, ma un obiettivo che vive di passi concreti. Anche piccoli, ma concreti.
No, non è un fronte che fa capo ai Bonelli di turno e che può essere cavalcato da loro per lanciare accorati appelli alla “difesa della democrazia”, è un fronte che poggia sulle relazioni che intercorrono, e quelle che si costruiscono, fra chi, dal basso, è già protagonista e della resistenza sui territori, fra chi riconosce la necessità di superare settarismi e spirito di concorrenza.
Quanto più la costruzione di questo fronte procede e conquista posizioni, tanto più i Bonelli di turno saranno di fronte alla scelta: o smettere di fare le marchette alla classe dominante e diventare strumento del movimento popolare (è indifferente il grado di opportunismo che li spinge a muoversi) oppure interrompere le strumentalizzazioni e schierarsi armi, bagagli e favella nel campo di chi promuove la repressione e la criminalizzazione del movimento popolare.
Tutti coloro che concretamente hanno motivo e interesse a respingere la stretta repressiva che il governo Meloni cerca di imporre sono gli stessi che hanno motivi e interesse a confluire in un fronte unitario e a levarsi di torno le pantomime tragicomiche del teatrino della politica borghese e dei suoi protagonisti.

Si prenda questo spunto come una riflessione generale, ma anche come contributo allo sviluppo della Rete Liberi di Lottare che, pur non essendo affatto l’unico coordinamento che promuove la resistenza all’approvazione del ddl 1660, è quello che ha più chiara la necessità di promuovere il protagonismo popolare.

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