Terza udienza processo Lino Parra: “dedico questa giornata di lotta a Luana D’Orazio e ai morti sul lavoro”

Si svolge oggi a Lanciano la terza udienza del processo al compagno Lino Parra. Rimandiamo i lettori che non conoscono la vicenda alla lettera aperta diffusa dal compagno nel corso di queste udienze e al racconto di com’è andata la seconda udienza del 1° marzo. Rilanciamo a seguire una dichiarazione del compagno. Ne approfittiamo per lanciare a tutti l’appello a continuare a sostenere a sostenere il compagno. La solidarietà e l’organizzazione sono le armi più potenti che abbiamo per rispedire al mittente intimidazioni e processi, repressione e morti sul lavoro.

***

Oggi, si tiene in questa aula di tribunale, la terza udienza del mio processo, un processo che sta costando parecchi soldi ai contribuenti e a me e che è, soprattutto, uno schiaffo in faccia a tutti i familiari e lavoratori che subiscono le conseguenze dei cosiddetti “incidenti sul lavoro”.

In Italia, al 7 aprile 2024, ci sono stati 272 morti sul lavoro e se aggiungiamo quelli morti in itinere arriviamo a 345. Nonostante le promesse e le imprecazioni di chi governa e degli imprenditori sul fatto che non si può e non si deve continuare a morire così, secondo i dati aggiornati dell’Inail, rispetto allo stesso periodo del 2023, i morti sono aumentati del 19%. Non c’è giorno che un lavoratore, che esce di casa per guadagnarsi onestamente di che vivere, non faccia più rientro oppure ritorni gravemente invalido dai suoi familiari.

Perché ero ad Atessa il giorno in cui sono stato identificato? Ero alla Sevel per volantinare, per invitare gli operai a organizzarsi, perché è dalla nostra organizzazione che dipende il nostro futuro, perché solo con l’organizzazione degli operai e dei lavoratori possiamo arrivare a pretendere che tutte le leggi sulla sicurezza, di cui oggi si fa carta straccia, vengano finalmente applicate.

Quel giorno, era il 4 giugno 2021, due poliziotti, che a sentir loro passavano casualmente di là, hanno pensato bene di identificarmi e poi anche di denunciarmi.

Ricordo al giudice che era passato appena un mese dalla morte di Luana D’Orazio, uccisa in una fabbrica di Montemurlo, a Prato, il 3 maggio 2021. Ho chiesto ai poliziotti perché non erano a indagare sulla morte degli operai, su chi ha ammazzato Luana D’Orazio, invece che a perdere tempo con me. Questo ho detto. È, forse, una frase ingiuriosa? Ingiuriosa per chi? Non credo di esagerare nel dire che i morti sul lavoro sono stati “assassinati dai padroni e dalla legge del profitto” e che l’omicidiodi Luana lo mostra con chiarezza. Il padrone aveva manomesso la macchina che l’ha assassinata per produrre di più in meno tempo. Aveva disattivato per questo i sistemi di sicurezza. Quante volte sarà successo prima che Luana perdesse la vita? Quante volte succederà ancora? Io sono un ex lavoratore delle Ferrovie e ho lavorato per 40 anni nella manutenzione. Quando sono stati travolti dal treno i miei colleghi a Brandizzo ho sentito la rabbia salirmi in corpo mentre osservavo il coro degli avvoltoi e coccodrilli di turno che provava ad addossare tutta la responsabilità alla Sigifer mentre già pensavano a come trarre profitto anche da questa tragedia. Ma se le ricorda, lei giudice, le risate degli imprenditori intercettati che, a poche ore dal terremoto dell’Aquila, già pregustavano l’ennesima speculazione? Bugie e menzogne per nascondere la verità di un sistema marcio fino al midollo, fatto di appalti e subappalti al ribasso, turni massacranti, tempi di lavoro assurdi, stipendi da fame, riduzione massiccia del personale, esternalizzazione delle attività e scarsa professionalità delle ditte alle quali vengono assegnati i lavori. La strage nel cantiere Esselunga a Firenze, del 16 febbraio scorso, ne è stata l’ennesima dimostrazione! Come lo è, sicuramente, anche la strage che si è consumata nella centrale idroelettrica di Bargi. Siamo stanchi, signor giudice! I familiari delle vittime sono stanchi! I colleghi dei morti sul lavoro sono stanchi! È stanco il popolo italiano che paga, in mille modi diversi, gli appetiti e la sete di profitto di un pugno di pescicani.

La lista di lavoratori assassinati e finanche di ragazzi sacrificati sull’altare dell’alternanza scuola-lavoro è così lunga che a scriverla tutta non mi basterebbe l’inchiostro e questa lista mostra chiaramente che chi governa questo paese si arricchisce sulla nostra pelle… e se ci scappa il morto poco importa!

Nel 2010 l’allora ministro dell’economia Tremonti dichiarò spudoratamente la linea dei padroni e delle loro autorità e disse: “Dobbiamo rinunciare ad una quantità di regole inutili (…), robe come la 626 sono un lusso che non possiamo permetterci”.

A proposito del mio processo e di ciò per cui vengo accusato, alcuni mi hanno detto che sarebbe stato tutto più semplice se avessi fornito i miei documenti senza proferire parola perché qualunque cosa avrei detto sarebbe stata strumentalizzata, ma la verità è che, se anche lo avessi fatto, questo non garantirebbe affatto la mia assoluzione. La verità è che il problema non si pone nei termini di quello che sarebbe più comodo per me. La questione la pongo nell’unico modo in cui può essere affrontato un processo che ha l’obiettivo di punire chi va a parlare di sicurezza agli operai, chi porta la linea dell’organizzazione, della mobilitazione e della riscossa!

Questo processo è politico e politica è la mobilitazione che bisogna continuare a sviluppare. Politica è anche la soluzione, perché oggi dire la verità davanti ai cancelli di una fabbrica è diventato reato e la verità è che viviamo in una società in cui la produttività e il profitto vengono prima della sicurezza e della vita dei lavoratori e anche la “giustizia” si adegua troppo spesso a tale “legge” o chiude gli occhi di fronte a ciò che invece costituisce, quella sì, una grave violazione dei diritti costituzionalmente riconosciuti: lavorare in sicurezza è un diritto, vivere in un ambiente salubre è un diritto, è un diritto organizzarsi, esprimere le proprie opinioni, volantinare e manifestare. Ma io qui rischio di essere condannato proprio per aver rivendicato e praticato questi diritti. Si chiede alle masse popolari di aver fiducia nella polizia, nei tribunali e nelle istituzioni di questo Stato, ma come è possibile averla quando ogni giorno constatiamo la disparità di trattamento riservata a noi e ai padroni, agli speculatori e affaristi di turno, ai politici conniventi? Chi ha ucciso Luana ha patteggiato una condanna a 1 anno e 6 mesi. E dove sono i responsabili del crollo del ponte Morandi, del rogo alla Thyssen Krupp o della strage di Viareggio? Dove sono i responsabili delle centinaia di persone che si ammalano o muoiono a causa degli inquinanti della ex-Ilva di Taranto, per i Pfas, per l’amianto mai bonificato? Quanti di questi dovrebbero essere in carcere e invece sono a godersi promozioni o pensioni d’oro?

La sentenza con cui si chiuderà questo processo, mi sento di dirlo tranquillamente, non sancirà la mia condotta, ma piuttosto quella di chi è chiamato a giudicarmi, la sua posizione rispetto a quelle leggi fondamentali su cui ha giurato, leggi troppo spesso violate o “forzate” per reprimere un giusto e soprattutto doveroso esercizio dei propri diritti.

Chiudo dedicando questa giornata, che per me è di lotta, a Luana D’Orazio, ai morti del 16 febbraio a Firenze, alle vittime di Bargi a e a tutte quelle di cui non conosciamo i nomi; alle vittime che ogni giorno si aggiungono a una lista destinata a non avere fine se non rivoluzionando il sistema in cui viviamo.

Chiudo portando, anche in quest’aula, la mia solidarietà a Simone Casella della Worsp di Pisa, a Delio Fantasia della Stellantis di Cassino, a Francesca Felice della Sevel di Atessa, e a tutti i delegati sindacali e compagni licenziati per aver fatto quello che facevo anche io volantinando fuori della Sevel: organizzare gli operai e i lavoratori, trasmettere loro la consapevolezza che il futuro non ce lo regala nessuno, ma sta a noi prendercelo!

Lino Parra

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