Lettera alla Redazione

Riflessioni sul movimento in solidarietà con il popolo palestinese

Nel nostro paese la solidarietà al popolo palestinese ha una lunga tradizione, fra periodi di slancio e di riflusso è stata ben presente anche prima del 7 ottobre, ma ovviamente dopo il 7 ottobre ha fatto un salto, come in tanti paesi del mondo.
Un ruolo di primo piano nella promozione delle manifestazioni è stato assunto dalle comunità palestinesi in Italia – che siano composte da palestinesi o solidali originari di altri paesi arabi o musulmani è del tutto secondario – che hanno trascinato organizzazioni, movimenti, partiti e sindacati “italiani”: man mano che la mobilitazione è cresciuta le organizzazioni politiche e sindacali italiane hanno via via preso alcune iniziative specifiche, spesso rispondendo ad appelli dei sindacati palestinesi o di altre forze della resistenza palestinese.
Il grosso della mobilitazione si è sviluppato attorno alla solidarietà e su parole d’ordine rivendicative che hanno il valore di una chiara presa di posizione: cessate il fuoco, stop al genocidio, Palestina libera.
La manifestazione nazionale del 24 febbraio a Milano è stata il picco che il movimento ha raggiunto, fino a questo momento, in termini di partecipazione: vi hanno preso parte decine di migliaia di persone, è realistico dire 50 mila.
Per quanto conosco i movimenti popolari, so che tutti hanno una fase di sviluppo e una fase di riflusso che inizia dopo che hanno raggiunto “il picco”, indipendentemente dal fatto che il movimento abbia raggiunto o meno i suoi obiettivi.

Io non so se la manifestazione del 24 febbraio è stata davvero il picco del movimento in solidarietà con il popolo palestinese in Italia. Mi auguro di no. Anzi, sono ben cosciente che il cuore di questa mobilitazione batte in Palestina: lo sviluppo o il riflusso della mobilitazione, anche in Italia, è determinato dalla continuità e dallo sviluppo della resistenza in Palestina. Però, ho ancora molto chiaro quello che è successo con il movimento contro la guerra che si sviluppò in Italia nel 2003: dopo un’enorme manifestazione a cui parteciparono più di un milione di persone a Roma, quel movimento si è sciolto come neve al sole di fronte all’invasione dell’Iraq.
Anche il movimento in solidarietà con la Palestina può rifluire, nonostante l’eroismo e la continuità della resistenza, prima di tutto perché non riesce a essere efficace rispetto alle rivendicazioni che agita e agli obiettivi che si pone.
Ragionandoci su, penso di avere individuato alcune tendenze (idee, modi di pensare e di agire) che ne ostacolano lo sviluppo nel nostro paese, favorendone quindi il riflusso. Sono ben visibili, solo che nessuno ne parla apertamente.

La prima questione è tutta politica: obiettivi, direzione, metodi, ecc.
Mi sono trovato varie volte a partecipare a incontri e assemblee in cui esponenti di partiti, sindacati, organizzazioni e movimenti si nascondevano dietro la formula “ci mettiamo in ascolto della comunità palestinese”. Che è un modo per dire “decidano loro e noi ci adeguiamo”. Sembra una posizione democratica, inclusiva e progressista, invece è una manifestazione di irresponsabilità, è un modo per delegare agli organismi della comunità palestinese la direzione del movimento.
Mi sono trovato anche ad assistere a discussioni in cui un leader della comunità palestinese diceva che partiti e organizzazioni “italiane” erano solo tollerati perché usano il movimento in solidarietà con la Palestina “per propri fini politici”. Sembra una posizione responsabile, di chi cerca di evitare strumentalizzazioni, invece è il modo attraverso cui si affibbia al movimento un ruolo marginale nella lotta politica, probabilmente per paura di contaminarlo e comprometterlo.
La combinazione delle due posizioni – non ho idea di quanto siano diffuse, ma certamente sono predominanti – di fatto ostacola lo sviluppo del movimento in solidarietà con il popolo palestinese e impedisce che vada oltre l’attestato della solidarietà. Ma io penso che la questione debba essere un’altra.
Il governo italiano è complice del genocidio in Palestina e continua a fornire armi ai sionisti. Il movimento di solidarietà con il popolo palestinese in Italia deve necessariamente porsi la questione di convergere con le tante altre mobilitazioni contro il governo. Se alcuni settori della comunità palestinese hanno delle resistenze a farlo – e questo può anche essere comprensibile – i partiti, i movimenti e i sindacati invece non devono averne alcuna, altro che “mettersi in posizione di ascolto”!

La seconda questione deriva dalla precedente e ne è una conferma, riguarda il rispetto delle prescrizioni e dei divieti impartiti dalle prefetture.
Ogni volta che si prospetta la necessità di fare delle forzature per difendere il diritto di manifestare o per conquistare il percorso di un corteo, iniziano i rimpalli. Partiti, organizzazioni e sindacati si mettono “in posizione di ascolto”, le associazioni della comunità palestinese buttano acqua sul fuoco e accettano tutte le prescrizioni. È successo anche per il corteo nazionale del 24 febbraio a Milano, anzi in quel caso persino alcuni esponenti della comunità palestinese hanno dichiarato che avrebbero denunciato “i colpevoli di eventuali disordini”. Su questo ci sono molte cosa da dire.
La prima è che mettendosi “in posizione di ascolto” si finisce con l’accettare divieti, prescrizioni – spesso vere e proprie provocazioni delle autorità – che non si limitano affatto “alla questione palestinese”: quando si accettano divieti di manifestare su uno specifico tema, si sta dicendo alla Prefettura e al Ministero dell’Interno che si è disposti a cedere su qualunque altra cosa. Se questo non è considerato “un problema” rispetto alla solidarietà alla Palestina, è comunque un problema enorme per la difesa degli spazi di agibilità politica in generale.
La seconda cosa è che proprio su questo tema emerge l’opportunismo e l’irresponsabilità della posizione del “mettersi in ascolto”. Giustamente, alla manifestazione del 27 gennaio a Milano vietata dal prefetto, una ragazza palestinese mi faceva notare che per molti immigrati è difficile violare i divieti: sono ricattabili per mille vie, prima di tutto sul permesso di soggiorno o sull’iter per la cittadinanza italiana. La ragazza ha ragione. La soluzione, però, non è “mettersi in ascolto”, ma coordinarsi in modo che a compiere le forzature necessarie siano prima di tutto quelli che sono meno ricattabili: i partiti, i movimenti, i sindacati, le organizzazioni “italiane”. Questa è la solidarietà concreta che bisogna promuovere. (…)

PLC

Risposta della Redazione

Abbiamo deciso di pubblicare questa lettera perché pone questioni utili a inquadrare alcune contraddizioni che, condividiamo, ostacolano lo sviluppo del movimento di solidarietà al popolo palestinese e contro il genocidio perpetrato dai sionisti.
Ma abbiamo anche deciso di affiancare una breve risposta perché il movimento pratico è più ricco di quello che emerge dalla lettera: indichiamo alcune tendenze – già in atto – che in parte trattano le contraddizioni che PLC indica. Andiamo per punti.

1. Abbiamo parlato nei numeri scorsi di Resistenza delle esperienze di organizzazione suoi luoghi di lavoro che partono proprio su spinta della solidarietà al popolo palestinese: i lavoratori Carrefour e i Sanitari per Gaza, ma ce ne sono altre nel campo dell’informazione, nella logistica, ecc. Anche l’Agenzia Stampa Staffetta Rossa (vedi www.carc.it) ha trattato, ad esempio, della mobilitazione degli studenti contro gli accordi fra università italiane e Stato d’Israele. Questi esempi non contraddicono quello che afferma PLC nella lettera, ma lo arricchiscono: il movimento in solidarietà con il popolo palestinese non sono solo le manifestazioni. Che sono importanti – e sono un ambito da difendere con le unghie e con i denti in termini di agibilità politica – ma non esauriscono il novero delle iniziative in cui la parte avanzata delle masse popolari italiane è già attiva e non delega il proprio ruolo.

2. Le manifestazioni dell’8 Marzo sono state un’importante dimostrazione di quella “solidarietà concreta” di cui parla PLC. A Roma, decine di migliaia di persone hanno partecipato al corteo della mattina caratterizzandolo proprio con il legame fra la lotta per l’emancipazione delle donne delle masse popolari e la solidarietà al popolo palestinese, e a Milano, in particolare, il corteo, molto partecipato nonostante la pioggia, ha violato le prescrizioni del prefetto “esondando” in Piazza Duomo con una bandiera palestinese lunga decine di metri.

3. Rispetto alla necessità di far convergere il movimento di solidarietà con il popolo palestinese nella più generale lotta contro il governo Meloni, segnaliamo l’intervista pubblicata sul numero scorso di Resistenza a Mariam, esponente dei Giovani Palestinesi, “Antisionismo non è antisemitismo”: da essa emerge chiaramente che ciò che viene considerata “una necessità” da PLC, in realtà è una possibilità concreta!

4. Dai punti precedenti possiamo trarre una sintesi: individuare le problematiche, le contraddizioni, le tendenze che ostacolano lo sviluppo del movimento popolare e attivarsi per trattarle e superarle è certamente positivo. A ciò bisogna aggiungere un altro movimento, altrettanto importante – anzi, per certi versi più importante – individuare le tendenze positive che già si sviluppano spontaneamente e sostenerle, svilupparle, farle diventare predominanti.

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