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Lenin e gli Stati Uniti d’Europa

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Marzo 28, 2024
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La parola d’ordine principale è la rivoluzione socialista

Nel centenario della scomparsa di Lenin pubblichiamo il suo scritto Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa, apparso sul n. 44 del Sotsial-Demokrat il 23 agosto 1915. L’attualità contenuta nel testo e nell’orientamento che Lenin fornisce è patrimonio inestimabile anche per i comunisti dei giorni nostri. Lo è soprattutto per alimentare un dibattito su quelli che sono i compiti dei comunisti italiani oggi, rispetto al nostro paese e nei confronti dell’Unione Europea.

Lenin interviene sulla parola d’ordine “Stati Uniti d’Europa”, lanciata sulla rivista che accoglie l’articolo, chiarendo che dal punto di vista economico e politico la parola d’ordine è sbagliata.

Dal punto di vista economico la parola d’ordine Stati Uniti d’Europa era impossibile o equivaleva all’unione degli stati reazionari d’Europa per la spartizione delle colonie. Nelle condizioni economiche dell’imperialismo – quelle cioè dell’esportazione di capitali e della spartizione del mondo in colonie ad opera delle potenze imperialiste – non è possibile, infatti, altra forma di spartizione se non quella basata sulla forza. Forza che viene misurata con la sottomissione di un gruppo o uno stato più deboli da parte di quelli più forti e in ultimo con la guerra. Chiedere agli stati imperialisti di comportarsi altrimenti “significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare ai poveri la carità…se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli all’anno”.

Inoltre per la natura anarchica del capitalismo, lo sviluppo economico di ogni paese – e quindi della sua forza – non avviene e non è possibile che avvenga uniformemente alle altre. Non succede per le singole aziende, tantomeno succede per i singoli stati. In questo contesto, degli Stati uniti d’Europa sarebbero possibili quindi solo come accordo temporaneo tra capitalisti europei a uno scopo specifico: o per schiacciare il socialismo in Europa al fine di conservare le proprie colonie o per contrapporsi ad altri paesi imperialisti fuori d’Europa, come ad esempio l’America.

In questo caso la parola d’ordine adeguata sarebbe Stati Uniti del mondo, che potrebbe darsi solo con l’instaurazione del socialismo a livello mondiale. Anche in senso politico quindi Lenin arriva alla conclusione che la parola d’ordine è sbagliata. Questa darebbe adito all’interpretazione dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, mentre invece un paese socialista ha un ruolo determinante verso le classi oppresse degli altri paesi e contro gli stati non ancora passati al socialismo. Infatti la libera unione delle nazioni nel socialismo sarà impossibile senza una lotta, più o meno lunga, tra repubbliche socialiste e stati arretrati.

Come dicevamo, il contenuto dell’articolo è attualissimo rispetto – specie se consideriamo le imminenti elezioni europee – alle aspirazioni di “un’Europa dei popoli” affermata da una parte di compagni e comunisti nel nostro paese. Quello che Lenin rende evidente è che una simile aspirazione è illusoria e sbagliata. Compito dei comunisti di ogni paese è agitare e portare fino in fondo la parola d’ordine della rivoluzione socialista; passo che aprirà la strada ai comunisti del resto del mondo.

Compito dei comunisti italiani di oggi, come lo fu dei comunisti russi del 1915, è fare del nostro paese un paese socialista. Raccogliere questo insegnamento è il modo migliore per raccogliere il patrimonio ideologico che Lenin ha lasciato al movimento comunista.

***

Sulla parola d’ordine degli Stati Uniti d’Europa

Nel n. 40 del Sotsial-Demokrat [29 marzo 1915] abbiamo scritto che la conferenza delle sezioni estere del nostro partito aveva deliberato di rinviare la decisione a proposito della parola d’ordine “Stati Uniti d’Europa”, finché non se ne fosse discusso sulla stampa il lato economico.

Nella nostra conferenza, la discussione di questo problema aveva preso un carattere esclusivamente politico, quindi unilaterale. In parte, ciò è forse dovuto al fatto che, nel manifesto del Comitato centrale, questa parola d’ordine era stata espressamente formulata come parola d’ordine politica (“l’immediata parola d’ordine politica”, è detto nel manifesto). In esso, però, non solo si propugnavano gli Stati uniti repubblicani d’Europa, ma si sottolineava in particolare che questa parola d’ordine è assurda e bugiarda “senza l’abbattimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa”.

Opporsi, entro i limiti del giudizio politico contenuto in questa parola d’ordine, a tale impostazione della questione, – per esempio, sostenendo il punto di vista che essa offusca o indebolisce ecc. la parola d’ordine della rivoluzione socialista, – sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche a tendenza effettivamente democratica, e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai ed a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d’ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano nella lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D’altra parte, le rivoluzioni politiche sono inevitabili durante lo sviluppo della rivoluzione socialista. Questa non deve esser considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse economiche e politiche, di lotta di classe molto acuta, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.

Ma se la parola d’ordine degli Stati uniti repubblicani d’Europa, collegata all’abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa in testa, è assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica, rimane pur sempre da risolvere l’importantissima questione del suo contenuto e significato economico. Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo, ossia dell’esportazione del capitale e della divisione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati Uniti d’Europa in regime capitalista sarebbero o impossibili o reazionari.

Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso fra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire fra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni. Quattro grandi potenze europee: Inghilterra, Francia, Russia e Germania, con una popolazione fra i 250 e i 300 milioni di abitanti e con una superficie di circa 7 milioni di chilometri quadrati, posseggono colonie con circa mezzo miliardo (494,5 milioni) di abitanti e una superficie di 64,6 milioni di chilometri quadrati, cioè circa la metà del globo terrestre (133 milioni di chilometri quadrati, senza le regioni polari). Aggiungete a questo i tre Stati asiatici: la Cina, la Persia e la Turchia, i quali sono ora fatti a pezzi dai briganti che conducono la guerra “liberatrice”, e cioè dal Giappone, dalla Russia, dall’Inghilterra e dalla Francia. Quei tre Stati asiatici, che potrebbero essere definiti semicolonie (in realtà, oggi sono colonie per nove decimi), hanno 360 milioni di abitanti e una superficie di 14,5 milioni di chilometri quadrati (cioè circa una volta e mezza la superficie dell’Europa).

Inoltre, l’Inghilterra, la Francia e la Germania hanno investito all’estero non meno di 70 miliardi di rubli. Per ricevere un profitto “legale” da questa bella somma – un profitto di più di tre miliardi di rubli all’anno – esistono dei comitati nazionali di milionari, chiamati governi, provvisti di eserciti e di flotte da guerra, i quali “installano” nelle colonie e semicolonie i figli ed i fratelli del “signor miliardo” in qualità di viceré, consoli, ambasciatori, funzionari d’ogni sorta, preti e simili sanguisughe.

Così è organizzata, nel periodo del più alto sviluppo del capitalismo, la spoliazione di circa un miliardo di uomini da parte di un gruppetto di grandi potenze. E nessun’altra forma di organizzazione è possibile in regime capitalista. Rinunciare alle colonie, alle “sfere di influenza”, all’esportazione di capitali? Pensare questo significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare ai poveri la carità… se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli all’anno.

In regime capitalista, gli Stati Uniti d’Europa equivalgono ad un accordo per la ripartizione delle colonie Ma in regime capitalista non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza. Il miliardario non può dividere con altri il “reddito nazionale” di un paese capitalista se non secondo una determinata proporzione: “ secondo il capitale” (e con un supplemento affinché il grande capitale riceva più di quel che gli spetta). Il capitalismo è la proprietà privata dei mezzi di produzione e l’anarchia della produzione. Predicare una “giusta” divisione del reddito su una tale base è proudhonismo, ignoranza piccolo-borghese, perbenismo. Non si può dividere se non “secondo la forza”. E la forza cambia nel corso dello sviluppo economico. Dopo il 1871 la Germania si è rafforzata tre o quattro volte più rapidamente dell’Inghilterra e della Francia, e il Giappone dieci volte più rapidamente della Russia. Per mettere a prova la forza reale di uno Stato capitalista non c’è altro mezzo che la guerra. La guerra non è in contraddizione con le basi della proprietà privata. Al contrario è il risultato diretto e inevitabile dello sviluppo di queste basi. In regime capitalista non è possibile un ritmo uniforme dello sviluppo economico né delle singole aziende, né dei singoli Stati. In regime capitalista non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, all’infuori della crisi nell’industria e della guerra nella politica.

Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati Uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei… Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa per conservare, tutti insieme, le colonie usurpate, contro il Giappone e l’America che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che nell’ultimo cinquantennio si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale incomincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati Uniti d’America, l’Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. Sulla base economica attuale, ossia in regime capitalista, gli Stati Uniti d’Europa significherebbero l’organizzazione della reazione per frenare lo sviluppo più rapido dell’America. Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo riguardava soltanto l’Europa è passato senza ritorno.

Gli Stati uniti del mondo (e non d’Europa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi Stato, compresi quelli democratici. La parola d’ordine degli Stati uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo perché potrebbe generare l’opinione errata dell’impossibilità della vittoria del socialismo in un solo paese, una concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri.

L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo dapprima in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalista, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si porrebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, infiammandole a insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici e i loro Stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione o di più nazioni nella lotta contro gli Stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, il proletariato. Impossibile è la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra le repubbliche socialiste e gli Stati arretrati.

Ecco in forza di quali considerazioni – che sono il risultato di ripetute analisi della questione compiute nel corso della conferenza delle sezioni estere del POSDR e dopo la conferenza – la redazione dell’organo centrale è giunta alla conclusione che la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa è sbagliata.

Sotsial-Demokrat, n. 44, 23 agosto 1915.

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