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Il teatrino della politica e le regionali in Sardegna

Agenzia Stampa - Staffetta Rossa by Agenzia Stampa - Staffetta Rossa
Gennaio 9, 2024
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Irrompere nella campagna elettorale per rafforzare le mobilitazioni in corso

Il 25 febbraio si terranno le elezioni regionali in Sardegna e per gli organismi operai e popolari attivi nella lotta contro l’occupazione militare della NATO in Sardegna, contro l’eolico e il fotovoltaico speculato e in tutti gli altri fronti di lotta aperti (sanità e salute, lavoro, ambiente, ecc.) si apre uno scenario importante per poter rafforzare la propria battaglia. Non parliamo di promesse elettorali che sono tutti bravi a fare e non mantenere.

La presentazione delle liste avverrà il 26 gennaio, ma con ogni probabilità i principali candidati alle elezioni regionali in Sardegna saranno tre, ossia

  • il candidato del polo FdI-Lega-Psd’AZ-FI, con ogni probabilità sarà Paolo Truzzu, sindaco di Cagliari in quota FdI. La compagine governativa è in estrema difficoltà nel comporre le liste: sono falciati dalle faide interne e ogni partito della coalizione vorrebbe mangiare terreno agli altri (in particolare la Lega, vuole recuperare  voti rispetto a FdI), soprattutto in vista delle elezioni europee e a fronte del malcontento diffuso nei confronti della giunta Solinas che negli scorsi cinque anni di governo della regione ha proseguito l’opera dei suoi predecessori di smantellamento della sanità pubblica e di cementificazione, nulla ha fatto contro le esercitazioni NATO in Sardegna e l’inquinamento da poligono, per il problema della continuità territoriale e per salvare le aziende in crisi;
  • il candidato del polo PD è Alessandra Todde in quota M5S, che è riuscita a imporsi grazie al fatto che storicamente il M5S è il secondo partito più votato in Sardegna (dopo FdI). La candidatura di Alessandra Todde però ha favorito una spaccatura nel polo PD che infatti si presenterà diviso (almeno per ora): da un lato, il PD ufficialmente appoggia Alessandra Todde (M5S) dall’altro lato una parte del PD (ufficialmente o ufficiosamente) sostiene la candidatura di Renato Soru, ex governatore PD della Sardegna dal 2004 al 2009 e che porterà in lista il Partito della Rifondazione Comunista (PRC), Liberu e altre formazioni a sinistra del PD, insieme a +Europa e Azione (Calenda). È in ballo il posizionamento dei Progressisti di Massimo Zedda (ex sindaco PD di Cagliari) che aspetta l’opportunità di salire sul carro che più gli conviene;
  • la candidatura di Renato Soru, che ha spaccato a sinistra la compagine delle organizzazioni indipendentiste, ma anche Unione Popolare (Potere al Popolo non partecipa al carrozzone di Soru) e ostacola la possibile formazione di liste anti Larghe Intese.

Nel fervore delle manovre sotto banco di natura elettorale, emerge una componente popolare delusa e alla ricerca di riferimenti: da un lato, la galassia di associazioni e partiti indipendentisti che non andrebbero mai in coalizione con una lista “italiana”, dall’altro esponenti di comitati e organismi popolari che vedono in Renato Soru (ad oggi portato come il principale rivale del polo FdI-Lega-FI-PSd’AZ) un nemico e i partiti che si sono arroccati sul suo carrozzone dei traditori.

Finora, i giochi elettorali messi in campo anche da quelle componenti che hanno sempre sostenuto le lotte degli organismi operai e popolari (Liberu e PRC in primis) hanno soltanto il sapore di teatrino della politica. Qualcuno si chiede infatti come comportarsi di fronte ad una situazione che spinge all’astensione o alla vergogna del “voto utile” a cui le formazioni del polo PD si appelleranno per battere le famose destre che, a suon di voto utile, o hanno sempre vinto o hanno lasciato il posto a governi PD che hanno fatto peggio di chi li ha preceduti.

La confusione intorno alle elezioni regionali in Sardegna segna innanzitutto un dato: il campo della classe dominante è spaccato, diviso da scontri intestini, nella speranza di dividersi la percentuale di votanti, che sarà minore di quella del 2018: la coperta è sempre più corta.

Allo stesso tempo, ogni formazione politica che intende candidarsi alle elezioni è costretta in una certa misura a fare promesse che intercettano in una certa misura le vertenze in corso: ognuno dei candidati a governatore si sperticherà nel promettere che farà il possibile per ridurre (o addirittura vietare magari!) le esercitazioni NATO in Sardegna, nel dire che si opporrà all’imposizione dell’eolico speculativo (salvo poi constatare che le cose sono “già tutte decise”), nell’affermare che difenderà la sanità pubblica con ogni mezzo necessario (salvo poi affidarne sempre di più al privato per “migliorarne” il funzionamento). Potremmo continuare all’infinito ma il ritornello delle promesse elettorali è già conosciuto. La questione di fondo infatti non è se questo o quel candidato manterrà le promesse. Nemmeno se tra coloro che si definiscono anti Larghe Intese nella lista di Renato Soru (che di Larghe Intese ne ha fatte per accordarsi con i partiti di Calenda e Bonino) qualcuno rispetterà le promesse e riuscirà a fare una battaglia in consiglio regionale per essere una buona sponda politica delle lotte in corso, e ci riferiamo in particolare al PRC e Liberu. La questione di fondo è quale ruolo decidono di assumere i principali movimenti e organismi popolari? Che ruolo decide di assumere A Foras? Che ruolo decide di assumere la Rete sarda in difesa della sanità pubblica oppure l’insieme dei comitati che lottano contro l’eolico e il fotovoltaico speculativi in Sardegna? Che ruolo assumono tutti quegli organismi di base che ogni giorno lottano per migliorare le condizioni di vita e di lavoro delle masse popolari?

A questi organismi il Partito dei CARC da l’indicazione di intervenire a gamba tesa nella campagna elettorale: sfruttare le tribune politiche va bene, come avvenuto il 28 dicembre scorso a Quartu S. Elena, quando sia A Foras che esponenti di comitati ambientalisti sono andati a portare i contenuti della propria vertenza nell’iniziativa di propaganda elettorale organizzata da Liberu e Renato Soru. Va ancora meglio se in occasioni simili non ci si limita a raccontare le ragioni della propria lotta, ma si indica ai candidati che vogliono fare promesse (che con ogni probabilità resteranno tali se non costretti ad attuarle) di dimostrare con iniziative pratiche e immediate da che parte stanno: Renato Soru lo organizza un presidio ai cancelli dei poligoni militari, oppure no? Muove la sua rete di relazioni già oggi (non domani, se verrà eletto) per dare pubblicamente solidarietà alle compagne e ai compagni colpiti dalle misure repressive attraverso l’Operazione Lince? Oppure, mobilita i consiglieri comunali e gli amministratori con cui ha relazioni per boicottare, comune per comune, i progetti di speculazione sull’eolico e il fotovoltaico? Fa appello ad avvocati ed esperti affinché gratuitamente sostengano le azioni legali dei cittadini che vedranno espropriate le proprie terre e la lotta dei comitati territoriali? Se intendono “cambiare la Sardegna” (si presume in positivo…) che inizino ora e non rimandino a domani!

Questi sono esempi di cosa vuol dire misurare oggi e non dopo le elezioni tutti i candidati a governatore regionale della Sardegna, di cosa vuol dire per i comitati e gli organismi popolari usare la campagna elettorale con un approccio che sia d’attacco e non di attesa: irrompere nelle tribune elettorali, incalzare i candidati, sviluppare la mobilitazione approfittando dell’attenzione che suscita la campagna elettorale, promuovere iniziative e azioni di rottura su cui chiedere schieramento e sostegno concreto e non roboanti promesse sulla carta.

Oggi gli organismi popolari della Sardegna hanno la forza per irrompere con la propria azione nella campagna elettorale: sebbene non ci siano le condizioni e i tempi per costruire una lista anti Larghe Intese, c’è il tempo e il modo per conquistarsi spazi di agibilità attraverso l’eco della campagna elettorale per rafforzare la propria lotta e il proprio radicamento.

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