Il 6 dicembre del 2007 morirono uccisi sette lavoratori nel rogo divampato nello stabilimento Tyssenkrupp di Torino: Antonio Schiavone, Roberto Scola, Angelo Laurino, Bruno Santino, Rocco Marzo, Rosario Rodinò e Giuseppe Demasi. I manager dell’azienda subirono una condanna per omicidio e incendio colposi con colpa cosciente dopo un lungo iter processuale concluso il 13 maggio del 2016: 9 anni e 8 mesi a Harald Espenhahn, 7 anni e 6 mesi a Daniele Moroni, 7 anni e 2 mesi a Raffaele Salerno, 6 anni e 8 mesi a Cosimo Cafueri, 6 anni e 3 mesi a Marco Pucci e Gerald Priegnitz. L’amministratore delegato, Harald Espenhahn, è entrato in carcere in Germania dopo essere fuggito per 16 anni alla pena inflitta dal Tribunale di Torino per il più grave incidente sul lavoro dei tempi recenti. Ma sono già tutti liberi, tranne Espenhahn che da pochi mesi sconta la condanna in Germania, ma solo per 5 anni e in carcere ci passerà solo la notte: durante il giorno, continua a “lavorare” indisturbato come in tutti questi anni. 

A farla franca con i giudici del loro sistema sono sempre loro, gli assassini dei lavoratori. Noi non possiamo che organizzarci prima di morire perché la certezza della pena viene evocata ogni qual volta si tratta di un povero cristo ma l’urlo dello scandalo non ha eco quando i colpevoli sono i ricchi padroni assassini. Organizzarsi in ogni azienda e in ogni reparto per cominciare ad attuare e imporre direttamente le misure necessarie per la salute e la sicurezza è necessario per salvarci la pelle e salvare il nostro posto di lavoro: noi questa strage non la dimentichiamo. 

Il 6 dicembre del 2024 a Bologna è stato ritirato il licenziamento di un lavoratore di una ditta in appalto per Hera. Il lavoratore del call center lavora per la Covisian ed era stato licenziato “per una bestemmia”. La Hera, azienda multiutility che bene conosciamo, manda in appalto proprio le attività più rischiose come gli interventi sull’amianto delle tubazioni o come le attività particolarmente cariche di distress come il call center. Il lavoratore non è stato licenziato per la bestemmia, è stato licenziato perché ha reagito all’incompetenza dei suoi superiori, sottolineando il deficit degli strumenti a lui affidati per fare un lavoro che pretende obiettivi mal pagando i lavoratori. Il problema, che è un problema generalizzato, è di sicurezza e organizzazione del lavoro, un lavoro progettato con ferocia, dove mobbing e burnout sono la regola, e i lavoratori sono considerati cose usa e getta. 

La ditta in questione riconosce di aver imposto condizioni di distress lavorativo? No, anzi, tira dritto e licenzia. Ma i lavoratori reagiscono e dopo tre giorni di sciopero, e dopo averne proclamato uno ad oltranza, le Segreterie Nazionali e territoriali di Bologna SLC CGIL FISTEL CISL UILCOM UIL comunicano, il 6 dicembre, che il licenziamento è stato ritirato. Vittoria ottenuta dal gruppo dei lavoratori che ha solidarizzato unito, compatto e determinato con il collega. Viva i lavoratori della Covisian!

La lotta per la sicurezza sul lavoro è lotta per il protagonismo operaio. Ieri abbiamo partecipato all’iniziativa “Stop omicidi sul lavoro” organizzata da Unione Popolare, Potere al Popolo, Rifondazione Comunista e Sinistra Unita, e con la partecipazione dell’Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro e di Alberto Orlandi, compagno di Luana D’Orazio, in sostegno alla Legge di Iniziativa Popolare promossa da USB e altri per istituire il reato di omicidio sul lavoro. Non sono stati ammessi interventi da lavoratori o altre organizzazioni presenti nel pubblico. Ciò che avremmo voluto comunicare è la nostra convinta adesione alla campagna di banchetti per la raccolta firme che si svolgerà da qui al 31 gennaio, per farne occasione di organizzazione e coordinamento nei quartieri e nelle aziende, per praticare dal basso l’unità d’azione e promuovere la costruzione del fronte, che è interesse essenziale dei lavoratori. 

La lotta per la salute e sicurezza è anche lotta contro la repressione sui luoghi di lavoro e fuori, repressione cui il padrone espone il lavoratore che denuncia, sperando che questo rimanga isolato. Per questo rilanciamo la campagna di solidarietà al nostro compagno Lino Parra, la cui colpa sarebbe quella di aver detto pubblicamente, davanti a una fabbrica mentre la Polizia stava cercando di impedirgli di fare un volantinaggio, che le forze dell’ordine sono corree degli omicidi sul lavoro, perché non fanno nulla per impedire che nelle fabbriche macchinari vengono manomessi a discapito della sicurezza e in nome del profitto, come è successo a Luana D’Orazio e succede quotidianamente in migliaia di altre aziende, mentre si prodigano subito per reprimere gli operai o chi, come è successo, sempre ieri 6 dicembre a Bologna, si organizza per avere un posto dove vivere, mentre banche, fondazioni, palazzinari e vaticano tengono a rendita o sfitte migliaia e migliaia di case in città. Facciamo quindi appello alle forze politiche e alle associazioni che in città lottano per la salute e sicurezza sui luoghi di lavoro di esprimersi pubblicamente in difesa del nostro compagno Lino Parra: la solidarietà è un’arma, usiamola! 

La lotta per la sicurezza sui luoghi di lavoro è, infine, soprattutto lotta per l’organizzazione dentro le aziende. Cogliamo quindi l’occasione per rilanciare l’intervista che la scorsa estate abbiamo fatto al dottor Vito Totire della Rete Nazionale Lavoro Sicuro sulla pratica dei Gruppi Operai Omogenei mutuata dall’esperienza dei Consigli di Fabbrica degli anni ’70, quale modo concreto di promuovere oggi il protagonismo operaio. Chiamiamo, inoltre, alla massima partecipazione, in particolar modo di delegazioni operaie, alla data bolognese dell’Insorgiamo Tour dei lavoratori della GKN del 14 dicembre alle 18:30 al Vag61 in Via Paolo Fabbri 110. 

La grande manifestazione del 22 ottobre 2022 a Bologna ce l’ha insegnato: convergere è un’arma e la classe operaia è la necessaria spina dorsale del nostro movimento. Salute e sicurezza sui luoghi di lavoro, lotta alla precarietà e alla svendita dell’apparato produttivo, inquinamento e cementificazione, repressione e abbrutimento morale e intellettuale sono tutti aspetti di una guerra non dichiarata che un pugno di oligarchi e il loro lacchè muovono quotidianamente contro chi la mattina si alza per andare a lavorare. Loro sono espressione di un mondo che muore, di un mondo in decadenza. Alla loro guerra per difendere ciò che non può più essere difeso, contrapponiamo la nostra guerra, che è guerra di costruzione di ciò che è necessario, di un mondo nuovo, che è fatta di organizzazione, unità e riscossa. 

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