48 pagine, formato A5, l’opuscolo è disponibile contattando il Centro Nazionale del P.CARC – carc@riseup.net oppure le Segreterie Federali o le Sezioni. La sottoscrizione consigliata in copertina è di almeno 4 euro (a cui aggiungere 6 euro di spese di spedizione se necessario).

Questo opuscolo fornisce una sintetica e parziale storiografia della causa palestinese.
Ai fini della comprensione dei fatti è necessario che il lettore tenga presente tre aspetti che nel testo sono costantemente presenti, senza tuttavia poter essere approfonditi.

– Con l’esaurimento, nel 1976, della prima ondata mondiale della rivoluzione proletaria a cui la Rivoluzione d’Ottobre aveva dato impulso dal 1917, la lotta antimperialista nei paesi arabi e musulmani – che pure è proseguita in forme sue proprie – ha mutato di orientamento. La direzione è progressivamente passata dalle mani di organizzazioni e partiti afferenti al movimento comunista internazionale nelle mani di organizzazioni, movimenti e partiti di stampo religioso, espressione del clero reazionario musulmano. Questo è avvenuto anche in Palestina.
Del resto, va considerato che l’influenza e la direzione del clero reazionario musulmano non si estinguerà a opera delle bombe democratiche degli imperialisti, ma solo a condizione della rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato, che riprende il suo posto nella storia e svolge efficacemente il suo compito: liberare l’umanità dal giogo dell’imperialismo instradandola sulla via del socialismo.

– Quando si tratta della lotta per l’autodeterminazione della Palestina bisogna considerare il contesto in cui essa si svolge e le contraddizioni esistenti, di fase in fase, con e fra i paesi arabi e musulmani del Medio Oriente: interessi contrastanti fra gruppi dirigenti concorrenti, contraddizioni fra gruppi dirigenti di quei paesi e masse popolari, conseguenze delle differenze religiose, ecc.

– La combinazione dei due aspetti precedenti. Il posizionamento dei paesi arabi e musulmani citati più volte in questo testo, i cambiamenti del loro posizionamento sullo “scacchiere internazionale”, le evoluzioni, le divisioni, le faziosità… sono una costante e un tratto strutturale e costituivo del processo storico in Medio Oriente.
Allo stesso modo, il ruolo nefasto dei revisionisti moderni, che nel 1956 hanno preso la testa dell’Unione Sovietica e del movimento comunista internazionale, ha influito direttamente sui movimenti e sulle organizzazioni che dirigevano la lotta di liberazione palestinese. Il regresso dell’Olp (Organizzazione per la Liberazione della Palestina) è paradigmatico.

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Per secoli, nell’Europa cristiana dei signori feudali prima e dei capitalisti poi, gli ebrei sono stati perseguitati. La loro lotta contro la persecuzione non a caso si è sviluppata nel XIX secolo quando è nato e si è sviluppato il movimento comunista, diventando una parte della resistenza e della ribellione delle masse popolari europee. Professare l’ebraismo e aderire al sionismo sono condizioni distinte, che attengono anche alla lotta di classe e all’evoluzione della fase imperialista del capitalismo. Infatti, la creazione dello Stato di Israele è una delle ultime imprese del vecchio colonialismo.
I sionisti, all’inizio del secolo scorso e dopo avere scartato la possibilità di installare le loro colonie in Madagascar, in Kenya e in varie zone dell’America Latina, si sono impiantati in Palestina grazie al sostegno dei principali gruppi imperialisti occidentali, alle classi reazionarie arabe e all’arretratezza dei loro gruppi feudali proprietari della terra in Palestina, all’epoca sotto il controllo dell’Impero ottomano.
Il legame dei sionisti con la Palestina è il frutto di un calcolo colonialista giustificato con motivazioni religiose attinte a storie di migliaia di anni fa. Su questa base, il sionismo ha tessuto legami sempre più stretti con le sette fondamentaliste ebraiche che hanno, in maniera crescente, assunto un peso importante nella politica dello Stato di Israele in lotta contro le masse popolari autoctone e il movimento comunista.
Per promuovere la migrazione di ebrei da tutto il mondo, ma preferibilmente dall’Europa e dagli Usa, i sionisti hanno ostacolato in ogni modo la partecipazione degli ebrei al movimento comunista e in generale alla lotta di classe, cercando di impedire la loro mobilitazione anche contro il nazismo e il fascismo (sia prima che questi arrivassero al potere sia dopo). I sionisti, anzi, collaborarono in vari modi con i regimi fascisti e nazisti per “convincere” gli ebrei a emigrare in Palestina ai loro ordini. Emblematico in questo senso è l’Accordo di Haavara (Accordo di trasferimento), sottoscritto il 25 agosto 1933 tra la Germania nazista e alcune organizzazioni sioniste tedesche, che ha permesso la migrazione di circa 60 mila ebrei tedeschi in Palestina tra il 1933 e il 1939.
Qui, i sionisti hanno creato uno degli Stati più reazionari, razzisti e oscurantisti del mondo. Uno Stato incompatibile con gli interessi delle masse popolari sia arabe che ebree: la selezione e la discriminazione razziale degli emigranti e degli abitanti, la politica demografica razzista e le credenze e i dogmi delle sette religiose permeano ogni aspetto della vita e della legislazione dello Stato di Israele.

Uno Stato, quindi, sì teocratico nella sua forma e nei suoi rimandi ideologici, ma attraversato da profonde contraddizioni, come dimostrano le divisioni interne al campo religioso con comunità ebraiche ultraortodosse contrarie al sionismo.

Il sionismo è la versione ebraica del fascismo: è nato e vive trasformando in lotta contro il popolo palestinese la giusta lotta degli ebrei contro la discriminazione e la persecuzione inflitte loro nel secolo scorso, avvalendosi di quanto di più reazionario esiste nelle comunità ebraiche e a vantaggio dell’imperialismo. In questo, i sionisti non vanno sovrapposti agli ebrei così come i nazisti non andavano sovrapposti ai tedeschi e i fascisti agli italiani. Il futuro delle masse popolari di origine ebraica (oppresse e dominate dai sionisti), qualunque sia il paese in cui abitano e abiteranno, non sta nel successo dello Stato sionista di Israele, bensì nella loro partecipazione alle lotte dei popoli oppressi e delle classi sfruttate (per approfondire l’argomento rimandiamo all’Avviso ai naviganti n.131 del (nuovo)PCI del 26.10.2023 – www.nuovopci.it).
Ecco che sostenere in ogni modo e in ogni paese la lotta contro il sionismo significa condurre una lotta reale contro il razzismo e contro l’antisemitismo: basti ricordare i tanti ebrei che hanno contribuito al movimento comunista sia come dirigenti, come Karl Marx (1818-1883) e Rosa Luxemburg (1871-1919), che come militanti dei partiti comunisti e combattenti nella Resistenza e nelle lotte rivoluzionarie in Europa e in America.
Israele, diventato stabilmente lo Stato dei gruppi imperialisti sionisti dal 1956, è oggi il braccio armato degli Usa nel Mediterraneo contro il Medio Oriente e l’Africa. È una potenza sempre più strettamente legata al complesso militare-industriale-finanziario Usa, nel ruolo di agente, in alcuni casi, e di dirigente in altri. Il suo futuro prossimo è legato a questo ruolo, oltre a essere promotore di imprese di infiltrazione e disgregazione degli Stati che resistono alle scorrerie dei gruppi e degli Stati imperialisti della Comunità Internazionale e di quelli che potrebbero ostacolare la colonizzazione sionista del Medio Oriente.
Al contempo, trova in Italia un importante retroterra e tutto il sostegno che vuole. Lo Stato italiano lo supporta economicamente, finanziariamente, politicamente e militarmente. Dagli accordi commerciali con le principali regioni italiane (come Emilia Romagna e Toscana) in settori quali il manifatturiero e le tecnologie informatiche di cybersecurity alle esercitazioni militari congiunte in Sardegna, dalle “collaborazioni” sportive come per il Giro d’Italia fino alle convenzioni accademiche con decine di università pubbliche e private (per approfondimenti si consiglia la lettura dell’articolo “Sul ruolo dei sionisti in Italia” in La Voce del (nuovo)PCI n. 71).
In questo senso, per noi italiani il miglior sostegno alla lotta delle masse popolari palestinesi è combattere l’imperialismo nel nostro paese e fare dell’Italia un paese socialista. Ogni passo avanti che compiamo nella rinascita del movimento comunista cosciente e organizzato nel nostro paese è un aiuto immediato e di prospettiva che diamo anche alla causa democratica del popolo palestinese. D’altronde, lo Stato sionista non potrebbe continuare il suo sporco lavoro senza l’appoggio economico, politico e militare del governo Usa e dei governi dell’Unione Europea.

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La lotta antimperialista è un processo. Se c’è qualcuno che la dirige, questa si sviluppa ed evolve: la causa palestinese non sfugge a questo principio universale.
Ogni valutazione su chi dirige concretamente il processo storico della lotta antimperialista deve partire dalla valutazione degli effetti che la direzione produce, cioè se quel gruppo dirigente fa gli interessi della lotta di liberazione o promuove la resa più o meno “condizionata” al nemico.
Oggi, la diatriba, la confusione e l’intossicazione rispetto al ruolo di Ḥamās come dirigente del movimento di resistenza palestinese sono emblematiche della mancanza di applicazione di questo criterio generale nel caso di specie.
Quale sarà l’esito della lotta in corso è in capo alle masse popolari palestinesi ed ebraiche. Saranno loro a definire il futuro della Palestina, consapevoli che la soluzione positiva è quella della convivenza di popoli, di etnie diverse e di distinte religioni e cioè la creazione di uno Stato socialista. Uno Stato dove a essere cacciati sono i sionisti, gli imperialisti e i capitalisti di contro alla posizione reazionaria, su base razziale, di “due popoli, due Stati” (è proprio questa tesi che ha portato all’attuale segregazione palestinese).
Noi comunisti non siamo quindi per la cacciata degli ebrei dalla Palestina, siamo per la liberazione della Palestina dall’occupazione dei gruppi imperialisti sionisti e del loro Stato che opprime il popolo palestinese e sfrutta e usa come carne da cannone la popolazione ebraica. Non è possibile convivere con lo Stato razzista e teocratico di Israele. Solo una Palestina libera, veramente democratica, senza discriminazioni razziali, nazionali o religiose porrà fine alla colonizzazione e all’aggressione nel Medio Oriente e soddisferà le giuste aspirazioni di tutti i suoi abitanti.

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Nel corso dei decenni, la resistenza palestinese ha raccolto e continuato il messaggio di lotta contro l’imperialismo e il colonialismo portato in tutto il mondo dal movimento comunista nel secolo scorso. Nessuno dimentichi cosa ha significato, in termini di liberazione ed emancipazione dal giogo dell’oppressione imperialista, per tutti i popoli del mondo, la vittoria delle masse popolari in Russia nell’Ottobre del 1917 e l’appoggio dato dall’Urss ai movimenti rivoluzionari di tutto il mondo.
La lotta contro lo Stato sionista di Israele si rafforza ogni volta che il popolo palestinese passa dalla mera difesa all’attacco, senza chiedere il permesso di lottare né quello di usare le forme e i modi più efficaci per conseguire i propri obiettivi. La responsabilità della guerra, con le sue conseguenze, è sempre e solo degli oppressori e degli sfruttatori: questo è alla base di ogni guerra di liberazione.
La sinistra borghese esalta i movimenti rivoluzionari solo quando non vincono: i dirigenti rivoluzionari migliori sono, per essa, quelli che muoiono nella lotta e i peggiori quelli che vincono (la denigrazione di Stalin è esemplare).
La lotta del popolo palestinese è una lotta di liberazione che alimenta la resistenza dei popoli oppressi contro la Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti Usa, europei e sionisti sotto tutti i cieli.
È un esempio di tenacia e combattività e dimostra che lottare è possibile, che gli imperialisti sono vulnerabili e che si può vincere.

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