La Liberazione a Napoli: quattro giornate o lunga durata?

Il legame tra antifascismo organizzato, attività politica e rivolta spontanea nell’insurrezione del ‘43

di Igor Papaleo, Segretario del P.CARC – Federazione Campania

I “fatti di Napoli” del settembre di ottant’anni fa, le note Quattro giornate con le quali le masse popolari napoletane in rivolta cacciarono i nazisti e i fascisti dalla città, liberandola così, senza aiuto “alleato”, sono lette, storicamente, almeno da un certo punto in poi, come eventi estranei alla storia nazionale, una particolarità attinente alle caratteristiche ascritte alla città e alle sue masse. Una “sommossa dei lazzari”, “ribellismo del Sud”, “insurrezione spontanea” e, così, rumorosa, convulsa, contraddittoria, disorganizzata ma, infine, efficace perché generosa e di cuore, come nel cliché di ciò che passa ancora oggi per “napoletanità”. Una rivolta inafferrabile e di difficile categorizzazione, dunque. La più adatta, non a caso, a un’umanità “abbrutita” dagli eventi. Al centro dell’analisi, la miseria, la fame, la carestia, un popolo “sfastidiato”, la plebe urbana. Ingredienti centrali nella costruzione di una narrazione stereotipata e di superficie.

Ora, seppur è vero che le Quattro giornate hanno un carattere di unicità in quanto primo caso di liberazione, a mano popolare, di una grande città dall’occupazione tedesca e sotto i bombardamenti alleati, le fonti storiche, quelle vere, quelle contenute negli archivi storici dell’ANPI, i documenti raccolti dall’Istituto storico della Resistenza, i materiali consultabili ancora oggi all’Archivio di Stato e nell’emeroteca della città, le testimonianze dirette custodite nella memoria di chi come Antonio Amoretti, nome di battaglia “Tonino ‘o biondo”, ultimo reduce di quelle giornate gloriose e drammatiche e storico Presidente dell’ANPI Napoli che solo l’anno scorso ci ha lasciato, raccontano un’altra storia. Dicono altro e parlano al presente.

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Raccontano dei legami tra antifascismo organizzato, attività politica clandestina e rivolta spontanea, dicono di una “città laboratorio” in cui si delinea l’uscita dal fascismo, parlano – come rapporti di agenti dell’ufficio politico del comando militare nazista di stanza in città – di “propaganda sovversiva che può scatenare tutti ‘gli elementi rivoluzionari’ della città e coinvolgere la popolazione”.

Raccontano, dicono, parlano come parlavano fin dagli inizi del ’43, le “scritte inneggianti alla Russia” e i “foglietti volanti intitolati Libertà” che la Prefettura annota sguinzagliando Questura e polizia politica per individuare, reprimere e isolare i fomentatori di un odio per il regime fascista che striscia e cresce, come cresce pure la “propaganda rossa”, sempre più coraggiosa, fino all’appello a insorgere, nel settembre di quell’anno.

È il regime politico della classe dominante che ormai viaggia in lenta agonia e teme la sua sorte. Annota il Questore di Napoli nel luglio del ‘43: “il morale del popolo è basso, nonostante gli sforzi della nostra propaganda, la gente guarda ai bolscevichi ed è certa che i bolscevichi hanno il popolo russo dalla loro parte perché, se così non fosse, sarebbe impossibile mantenere calmo il fronte interno”. È uno sforzo di lettura della realtà, quello che fa il Questore. Una realtà che cova l’alternativa operaia e popolare di potere al potere delle autorità costituite e già cospira per un giorno nuovo, di lotta e di Liberazione. Impedire, allora, il legame tra “sovversivi” e masse popolari è la priorità, perché – annota ancora – “la rivoluzione è nell’ordine delle cose”. Ed ecco come garantire la continuità dello Stato diventa la parola d’ordine delle decadenti classi dominanti, schierate in difesa della loro stessa celebrazione. Nazisti o Alleati, cambi di fronte e un repentino armistizio, Badoglio e un governo di “unità nazionale” in una patria ormai spezzata dai fascisti e distrutta dalla guerra, tutto pur di non armare la rivolta che cova sotto la cenere e prende piede. Non è un caso che i generali, siano stati essi nazisti o alleati, a Napoli come in tutto il Meridione d’Italia, negheranno armi e vettovagliamento alle masse popolari insorte, rifiuteranno di riconoscere, in quelli che saranno gli anni della guerra civile nel nostro Paese tra il ’43 e il ’45, i Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) quale forma di organizzazione del nuovo potere popolare, proveranno a contrastarlo ad ogni modo, militarmente, come nel caso dei nazisti o, come nel caso degli americani, stringendo accordi in funzione antirivoluzionaria con i più vecchi apparati delle classe dominanti casa nostra qual è il Vaticano e armando, contro le masse, le borghesie terriere e i loro scagnozzi, ovvero consentendo alla Mafia e ad altre organizzazioni criminali legate alla nobiltà e al clero come la Camorra, di rafforzarsi ed espandersi come gruppi imperialisti su tutto il territorio nazionale e farlo anche “politicamente”, tramite la DC, partito del Vaticano: del resto, per la classe dominante, nulla fa più paura del popolo organizzato. Soprattutto se orientato da una visione politica e una linea chiara. Una linea che fa breccia nel cuore e nella mente delle masse popolari della città, ma non solo. Attrae anche strati sociali che al fascismo furono vicini, come dimostrano i giovani universitari di buona famiglia autori dell’opuscolo Libertà. Una linea che non è solo aspirazione o immaginario collettivo di una rivoluzione che verrà, ma esortazione a unirsi, organizzarsi, coordinarsi perché Liberazione ci sarà se sarà costruita in quanto tale, come processo di emancipazione e di riscatto, come guerra alla guerra dei padroni e degli occupanti, siano essi nemici o “alleati”, combattuta passo a passo, contendendo metri ed avanzando fino alla vittoria.

È su queste basi che comunisti, socialisti, repubblicani, azionisti, anarchici costituiscono i primi nuclei organizzati, in città e di collegamento con altre città. È così che la sfiducia delle masse popolari nelle istituzioni dello Stato fascista e l’insostenibilità dell’occupazione tedesca cominciano a trovare la via della lotta e una guida pratica all’azione.

La propaganda antifascista dilaga già da luglio del ‘43: il PCI sembra onnipresente: nelle fabbriche, negli opifici, al Porto, nei quartieri, sempre più “sfacciatamente”, si torna a cantare Bandiera rossa, mentre opuscoli e manifesti clandestini invitano gli operai e gli studenti alla lotta. È proprio l’attività clandestina del PCI che lo rende il principale nemico e problema degli apparati di sicurezza del regime fascista e dell’occupante tedesco. Invisibili e presenti, i comunisti sembrano inafferrabili. Eppure si moltiplicano i fermi e gli arresti, ma la rabbia sociale diffusa tra le masse e la protesta politica promossa dai comunisti in clandestinità per indirizzare quella rabbia assumono il carattere di una vera e propria guerra, prima a bassa intensità con sabotaggi, furti, assiepamenti e tecniche di guerriglia urbana, poi a intensità crescente, fino alle barricate e al fronteggiamento armi in pugno. Una guerra popolare, rivoluzionaria, da combattersi per tutto quanto il tempo sarà necessario combatterla.

Già dalla primavera del ‘43 chi vive di stenti e di lavoro non ne può più della guerra e le denunce di “sovversivi” alla Questura si diradano. Sono le masse popolari della città che, a esperienza fatta, ora approvano le accuse ai fascisti che la guerra hanno voluto. Non sentono più estranei i “sovversivi” che chiedono pace, pane e libertà. “Sovversivi” che non oppongono caos al caos di un regime in rotta, ma un’alternativa di classe, di sistema, di potere, costruito – scrive il Prefetto già marzo del ’43, preludio delle Quattro giornate – “grazie al partito, occultamente organizzato attraverso le maestranze operaie”.

Sono le masse che prendono fiducia nella propria forza di agire, combattere e vincere e della necessità storica di farlo. Osano. Una fiducia cui i comunisti sanno guadagnarsi nella capacità di proporre e dare una linea per passare al contrattacco invece di resistere solamente. È il legame tra partito e masse che si rafforza nella primavera del ’43, tanto da cambiare passo e il corso delle cose. Non più “l’ora X”, dunque, perché non c’è “ora X” per una città stremata e un regime politico ormai al collasso e di occupazione da ben prima dell’armistizio dell’8 settembre. Serve organizzazione per dare la spallata necessaria e muovere alla Liberazione.

È la comprensione delle condizioni della lotta di classe in corso che mette i comunisti alla testa del CLN locale. In gioco non è solo il rovesciamento dei fascisti e la cacciata dei nazisti dalla città, ma la sovversione della gerarchia di classe. E questo, le classi dominanti lo sanno bene. Ecco perché apparati della sicurezza, polizia politica, uomini d’ordine vengono scagliati oltre la repressione del generico, ancorché diffuso “sovversivismo”, ma in azioni repressive volte a spezzare il legame crescente tra comunisti, classe operaia, masse popolari.

E in questa torsione autoritaria ultima e feroce, colpo di coda di un sistema politico a fine corsa e che insanguina piazze e strade, rastrella e spedisce nei campi della morte dei territori occupati dalle potenze dell’Asse pur di non recedere, che maturano gli arresti dell’estate del ’43. È agosto, il 22. I comunisti Paolo Ricci, Ciro Picardi ed Ernesto Lionetti promuovono una riunione clandestina con altri gruppi per organizzare una propaganda più capillare e costruire un’intesa contro Badoglio e i nazisti. Pronti all’azione Vincenzo Iorio e Luigi Velotti, Libero Villone e Nicola Pasqualini per il “Gruppo Spartaco”, Cesare Zanetti per i libertari, Rocco D’Ambra e Marco Pasanisi per i socialisti rivoluzionari. “Sovversivi” che organizzano centinaia di militanti, migliaia di attivisti che si aggregheranno poi sul campo della lotta. La polizia fascista, informata da un confidente, fa irruzione. Vengono presi Luigi Blundo, reduce dal Tribunale speciale, gli ex confinati comunisti, Corrado Graziadei e Catello Esposito, il socialista Giuseppe Giudicepietro e Luigi Mazzella, delegato al Terzo Congresso dell’Internazionale. Gli stessi Ciro Picardi e Libero Villone, Giovanni Autiero, futuro dirigente di Federterra, Vincenzo Iorio, poi segretario della Camera del lavoro e Luigi Velotti, presto segretario dei Lavoratori agricoli sono presi. Con loro, altri militanti, come Salvatore Angelotti, un insegnante che, coinvolto nella propaganda clandestina del PCI e “”intercettato” e “ammonito” (minacciato) dalla polizia, aveva preso la tessera fascista, ma non si era arreso e aveva continuato a fare lavoro clandestino tra gli altri lavoratori iscritti al PNF e nelle file operaie delle corporazioni controllate dal PNF. Il 27 settembre, Angelotti prenderà le armi. Con lui Federico Zvab, che porterà sulle barricate l’esperienza della Spagna antifascista, dove aveva guidato un reparto sulla linea del fuoco.

Diversamente dalla narrazione dominante, che vuole il volto politico della rivolta popolare o negato o ridotto a piccoli gruppi di militanti isolati, i “rivoluzionari” organizzati di Napoli furono tutt’affatto che marginali o inincidenti. Furono testa e regia preparatoria di quelle che furono poi le Quattro giornate. Ne furono condizione soggettiva di possibilità. Non a caso temuti da fascisti e nazisti. Perché nonostante arresti e persecuzioni, il confino o rappresaglie, gli “antifascisti politicamente organizzati” e, tra questi, in special modo, i comunisti, saranno tutti sulle barricate delle Quattro giornate, ma, prim’ancora, li ritroviamo a organizzare le agitazioni popolari del luglio del ’43, gli scioperi all’ILVA in agosto, quello dei tram il 1 settembre, ovvero a lavorare instancabilmente a porre e rafforzare le condizioni di sviluppo della lotta rivoluzionaria, a organizzare, coordinare, tracciare una linea, dare esempio, infondere fiducia nella lotta e nella vittoria.

Uomini e donne comuni, lavoratori e lavoratrici, studenti. Non eroi, ma che diventano volti e nomi e storie di un’eroica impresa collettiva. Volti come quello di Espedito Ansaldo, tramviere, che guiderà poi un gruppo di combattenti ed Ettore Ceccoli, libraio, che lo mise in contatto con uno dei primi nuclei della resistenza organizzata della città; volti come Vincenzo Bruno, Enzo Pansini ed Ettore Serao, arrestati agli inizi di settembre per “attività sindacale” e poi dirigenti a loro volta di nuclei combattenti sul finire dello stesso mese; volti come quello di Maddalena Cerasuolo, figura simbolo degli “scugnizzi” insorti insieme a Gennarino Capuozzo e dell’anima popolare della rivolta, orientata alla lotta non da uno scatto individuale di coscienza e dignità di popolo, ma dall’esperienza diretta di suo padre, Carlo, licenziato politico e tornato a casa nel ’41, da Roma, perché trovato a “cospirare” con un tramviere molto attivo nel PCI. Volti che fronteggiarono la mitraglia tedesca e i bombardamenti alleati, urlano protesta, alcuni cadono, altri ripiegano temporaneamente sotto i colpi del fuoco “amico” e nemico, poi si riorganizzano per tornare all’attacco, a viso aperto e vincere. Sono i volti dei giovani repubblicani che seguono Pansini e i fratelli Angelotti, quelli di Armido Abbate e degli antifascisti Tito Murolo e Alfredo Miccio che formano dei gruppi armati di ispirazione libertaria, come di ispirazione libertaria il gruppo di Pasquale Di Vilio, Bruno, Telemaco e Spartaco Malagoli, che si forma attorno ad Alastor Imondi o, ancora, quelli dei comunisti Vincenzo Prota, Michele Persico, di ufficiali ancora in servizio, ma orfani del comando militare italiano ormai allo sbando, quale il socialista Pasanise e poi Aurelio Spoto e Mario Orbitello, uomini in grado di dirigere politicamente e comandare uomini in armi come effettivamente comandarono. Volti come quello del milanese Vincenzo Pianta, che il 28 settembre sarà tra i primi caduti in combattimento nelle Quattro giornate, perché la liberazione di Napoli non era un fatto di Napoli, ma una questione delle masse popolari di tutto il Paese.

Volti troppo a lungo dimenticati, per fare spazio alla informe e più pittoresca rivolta degli “scugnizzi”, che cancella culture e visioni ideologiche, politiche e organizzative che furono alla base della sommossa e ne permisero la vittoria. Una lettura antistorica che alimenta e divarica, ancora oggi, di fatto, una doppia deviazione, oltre che una analisi di sola superficie: l’“orgoglio” di chi si bea del presunto carattere di inconciliabile soggettività di una città altra da tutte le altre per un verso e, dall’altro, il pregiudizio tardo-lombrosiano e un po’ razzista di chi concepisce Napoli e le sue masse popolari solo come un mondo “variopinto” fortunatamente irripetibile nella sua alterità.

Diversamente, l’“inferno” napoletano al tempo del crollo di un regime, dell’occupazione militare e nella lotta di liberazione è, al tempo stesso, il “laboratorio”, primo e storico, dell’alba della Resistenza che liberò il Paese tutto e offre una chiave di indagine e comprensione di quel processo, il punto più alto raggiunto dalla classe operaia e dalle masse popolari del nostro Paese nella lotta per la conquista del potere politico.

Quando tra il 25 luglio e l’8 settembre 1943, la classe dominante italiana è travolta da una disfatta bellica ormai sicura e decide di sbarazzarsi di Mussolini e dell’alleanza con la Germania di Hitler, in tutta Italia cominciano a formarsi spontaneamente, nelle aziende, nei quartieri e nei caseggiati, comitati popolari che si pongono l’obiettivo di condurre fino alla vittoria la guerra di liberazione contro il nazifascismo. Il 9 settembre 1943, i sei principali partiti antifascisti (comunista, socialista, liberale, democristiano, azionista, demo-laburista) costituiscono il CLN, ovvero l’organismo politico che ha il compito di coordinare l’azione dei comitati già esistenti, promuovere la formazione di nuovi comitati, inserirli in un quadro nazionale.

Il CLN agisce come governo alternativo del paese, in grado di contendere colpo su colpo il potere al governo ufficiale e alle sue istituzioni e, dotato di sue proprie forze armate, le brigate partigiane e i gruppi combattenti, mette in discussione il monopolio della violenza. Ma finanche nelle zone di occupazione tedesca, esso non si limita alla lotta armata contro i nazifascisti, ma attraverso i CLN locali svolge la funzione di nuovo potere, organizzando scioperi, sabotaggi, riorganizzando la produzione, la requisizione e la distribuzione alla popolazione dei viveri in partenza per la Germania.

In esso vive l’espressione più compiuta del nuovo potere delle masse popolari, un centro politico in grado di dare slancio e prospettiva all’iniziativa delle masse popolari. La sua forza era data dal legame con le masse popolari, dai CLN di base, che lo rendeva capace di elaborare parole d’ordine che le masse seguivano perché le riconoscevano utili ai loro interessi. Da qui, in definitiva, derivò il potere del CLN, l’efficacia e il riconoscimento delle sue disposizioni e della sua organizzazione.

Le Quattro giornate di Napoli furono, allora, il punto d’apice, il fronte di combattimento più aperto e la linea di sbocco dell’organizzazione politica che, da mesi, il CLN – e in particolar modo i comunisti alla sua testa – irradiava tra i settori più avanzati della classe operaia e delle masse popolari della città, non la sola sommossa degli “scugnizzi”. La dimostrazione che l’insurrezione è un momento della lotta per la conquista del potere politico, non l’unica forma della lotta né la principale. Una lotta che, invece, è una guerra nel corso della quale le masse popolari si organizzano fino a costituire una rete via via più fitta di organismi di forza crescente, che si aggregano attorno ai propri esponenti d’avanguardia e attaccano, poi, in mille punti e con intensità crescente le forze nemiche, impegnandole in uno scontro continuo, senza quartiere, fino a paralizzarle, disgregarle o costringerle alla resa o alla fuga, organizzano autonomamente la propria vita sociale e la produzione appropriandosi di parti crescenti dell’apparato produttivo e del territorio. In questa maniera esse creano quel “nuovo potere” che si contrappone al potere delle vecchie classi dominanti fino a rovesciare i rapporti di forza ed eliminarlo.

Cosa mancò, allora, alla vittoria che aveva rovesciato i fascisti e scacciato i nazisti? Nuove istituzioni di governo della città e, alla base, la determinazione, da parte del PCI, di guidare, tramite il CNL, le masse popolari ad avanzare ancora, a continuare la lotta per instaurare un nuovo ordinamento sociale conforme ai loro interessi, il socialismo.

È in questa vacatio, declinatasi nell’illusione di una “via italiana al socialismo” (senza rivoluzione), di un presunto interesse nazionale senza differenze di classe, di dover “ricostruire tutti insieme l’apparato economico italiano come era prima della guerra” (posizioni proclamate dal PCI subito all’indomani della Liberazione) che torna in vita la filosofia di Benedetto Croce, quella di un’Italia pensata su misura per l’incontestabile “ora della responsabilità”, quella del richiamo ai “padri fondatori” e dell’unità come astratto valore ideale invece che processo pratico di lotta tra interessi inconciliabili tra borghesia e masse popolari, quella della democrazia intesa come delega agli uomini d’ordine di uno Stato presunto terzo dagli antagonismi di classe, super partes e mediatore. Quella, in definitiva, della collaborazione tra le classi.

In questo, quell’autunno napoletano del ’43 non fu scuola né diede lezione sufficiente. Avrebbe insegnato quanto passato c’è nel presente se non lo si rivoluziona fino in fondo e quanto vecchio può essere il nuovo se il nuovo è pensato come mera chiusura di una presunta partentesi storica, quanto incantevole possa essere una libertà riconquistata se poi è viene venduta. E ci rimanda ai nostri compiti, partigiani d’oggi.

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