Dal crollo del ponte Morandi all’alluvione in Emilia Romagna

Nessuna emergenza deve essere lasciata nelle mani di chi l’ha provocata!

Chiunque avesse affermato che il traffico sul Ponte Morandi di Genova avrebbe dovuto essere fermato per eseguire lavori di manutenzione, avrebbe sicuramente provocato enormi perdite di profitti alla famiglia Benetton, agli azionisti delle sue società e di quelle collegate ad esse direttamente o tramite la Borsa e il mercato finanziario. Avrebbe danneggiato finanziariamente anche i trasportatori, disturbato il traffico e migliaia e migliaia di persone e di attività connesse. Ma di sicuro il crollo e la strage del 14 agosto 2018 non ci sarebbero stati e neanche i morti, né i disagi agli abitanti, ai passeggeri e trasportatori. Fatto è che il ponte è crollato e improvvisamente tutti hanno cominciato a sostenere che bisognava provvedere!

Così funziona il sistema capitalista! Nel campo della costruzione, manutenzione e gestione delle infrastrutture, delle opere pubbliche e di tanto altro. Ma vale anche per l’inquinamento e per ogni altra attività. Se incassi soldi e fai incassare soldi a chi ti paga, va tutto bene. L’economia funziona, il PIL cresce.

Ogni opera per la sicurezza sul lavoro, per la stabilità di case e infrastrutture, per evitare disastri che non è neanche sicuro succederanno, è una spesa certa per il capitalista. Il danno finanziario è certo. Se succede il disastro, vedremo come si ripartiranno i danni finanziari, per le responsabilità penali poi è tutto da vedere.

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Contro questo sistema però c’è chi già si mobilita e si organizza affinché i finanziamenti destinati alle grandi opere inutili e dannose e a ripulire soldi sporchi vengano invece dirottati verso le opere, anche piccole, di manutenzione dei territori a partire dalla cura dei corsi d’acqua e dei boschi, fino a quella di strade e ponti, che servono al benessere collettivo.

Chi vuole mobilitarsi per cambiare questo stato di cose, può attingere dall’esempio di gruppi storici come il movimento No Tav nato in Val Susa, quello No Tap contro la costruzione del gasdotto tra Azerbaijan e Puglia o il movimento No Muos contro le istallazioni militari statunitensi su territorio siciliano. Ma abbiamo anche organismi nati a seguito delle ultime mosse della classe dominante, come il comitato contro il rigassificatore di Piombino e che per lo stesso scopo sono nati in altre zone del Paese. Si tratta di gruppi nati in difesa di beni comuni come l’ambiente e la sicurezza che sono destinati a vincere quando la loro forza si costruisce sulla mobilitazione e l’organizzazione delle masse popolari dal basso. Ne è esempio la decisione del governo di sospendere, seppur momentaneamente, l’istallazione del rigassificatore e del Gnl a Napoli est su spinta della lotta e del coordinamento dei comitati popolari.

Ma l’esperienza di chi è già organizzato e si mobilita ci insegna anche che dal basso è possibile fin da subito individuare quali sono le piccole opere di cui i territori hanno bisogno per impedire danni, se non morti, evitabili. Ci insegna che è possibile intervenire direttamente e in modo efficace per sopperire all’inerzia di istituzioni e di privati per cui la manutenzione rappresenta solamente una perdita economica.

Quello che sta avvenendo in Emilia Romagna è emblematico del modus operandi della classe dominante, colpevole di aver generato l’ennesimo disastro tutt’altro che imprevedibile. Ed è sempre in questo territorio, flagellato dall’incuria, che lavoratori, disoccupati, donne e giovani da tutto il Paese si sono organizzati in barba al no della Protezione civile, per dare un contributo alla popolazione locale e impedire che la gestione dell’emergenza venga lasciata nelle mani di chi l’ha provocata.

L’unica forza capace di togliere dalle mani di speculatori e affaristi la gestione dei territori e dell’intero paese è quella delle masse popolari organizzate e coordinate. Solo queste hanno l’interesse e possono dotarsi di mezzi e strumenti, compresi tecnici capaci di individuare le criticità di strutture e infrastrutture e imporre la gestione ordinaria dei territori che serve.

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Morandi, l’ex uomo dei Benetton in aula: “Già nel 2010 seppi che il ponte era a rischio crollo. Alla riunione anche Gilberto e Castellucci”

“Emerse che il ponte aveva un difetto originario di progettazione e che era a rischio crollo. Chiesi se ci fosse qualcuno che certificasse la sicurezza e Riccardo Mollo“, ex direttore generale operazioni di Autostrade per l’Italia, “mi rispose: “ce la autocertifichiamo“. Non dissi nulla e mi preoccupai. Era semplice: o si chiudeva o te lo certificava un esterno. Non ho fatto nulla, ed è il mio grande rammarico”. Sono le parole pronunciate lunedì da Gianni Mion, ex amministratore delegato di Edizione – la holding della famiglia Benetton, che controllava Autostrade attraverso Atlantia – nella sua testimonianza al processo di primo grado in corso a Genova per il disastro del ponte Morandi dove sono morte 43 persone.

Mion è uno testimoni chiamati a deporre dalla Procura. Le sue parole si riferiscono a una riunione tenuta il 16 settembre 2010, a cui parteciparono Mollo, l’ex amministratore delegato di Aspi Giovanni Castellucci (entrambi imputati), Gilberto Benetton (ex vicepresidente di Edizione, morto nell’ottobre 2018), i membri del collegio sindacale di Atlantia e – secondo il ricordo di Mion – tecnici e dirigenti di Spea Engineering, la società controllata da Autostrade che fino al 2019, in pieno conflitto d’interesse, si occupava delle manutenzioni e dei controlli sulla rete. Dopo le dichiarazioni del teste, uno degli avvocati dei 59 imputati – Giorgio Perroni, che difende l’ex direttore del Primo tronco autostradale, Riccardo Rigacci – ha chiesto di sospendere l’esame di Mion e di trasmettere gli atti alla Procura, in quanto avrebbe reso dichiarazioni auto-incriminanti. In questo modo, però, la deposizione – dal valore fortemente incriminante nei confronti del vecchio management di Aspi – diventerebbe inutilizzabile. Il collegio giudicante presieduto da Paolo Lepri si è riservato di decidere lasciando proseguire l’esame.

Subito prima di Mion aveva testimoniato Roberto Tomasi, attuale amministratore delegato di Aspi (nel frattempo tornata sotto il controllo pubblico con l’acquisizione da parte di una cordata guidata da Cassa depositi e prestiti). Ad ascoltarlo, in aula, c’era il suo predecessore Castellucci. Tomasi ha raccontato come dopo il suo arrivo al timone della società (nel febbraio 2019) i report sulle infrastrutture redatti da Spea fossero stati man mano affidati a soggetti esterne al gruppo (Proger e Speri) per una validazione. Solo allora, ha spiegato, “ci rendemmo conto che in precedenza erano stati attribuiti coefficienti di rischio ad alcune opere decisamente inferiori allo stato effettivo dell’infrastruttura stessa”. In particolare, ha detto, “nel 2020 abbiamo visto un incremento dei coefficenti di rischio anche di oltre il 200% rispetto a quelli rilevati da Spea, mentre nel 2019 era del 50%. I comportamenti di alcuni dipendenti di Spea erano inaccettabili. Non la ritenevamo affidabile, perciò ci rivolgemmo all’esterno”.

Secondo Mion “fu fatto un errore da parte di Aspi quando acquistò Spea, la società doveva stare in ambito Anas o del ministero, doveva rimanere pubblica. Il controllore non poteva essere del controllato”. Dopo le intercettazioni e il crollo nella galleria Bertè (A26, il 30 dicembre 2019, ndr), ha aggiunto, “avevo la sensazione che nessuno controllasse nulla. La mia idea è che c’era un collasso del sistema di controllo interno e esterno, del ministero non c’era traccia. La mia opinione, leggendo ciò che emergeva, è che nessuno controllasse nulla”.

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