Sulla lotta contro l’Autonomia Differenziata

Pubblichiamo le riflessioni che un compagno ha condiviso con la nostra Agenzia Stampa La Staffetta Rossa sul tema dell’Autonomia Differenziata.  

Infatti, se il Disegno di Legge proposto dal Ministro Calderoli passerà dall’esame delle Camere, le Regioni si vedranno riconosciuta la potestà legislativa su ventitré materie, tra qui la Scuola e la Sanità, alimentando il divario tra le aree più avanzate e quelle più arretrare del paese, ma anche cozzando apertamente col principio di eguaglianza garantito dalla Costituzione.

Le considerazioni di seguito esposte ci sembrano quindi particolarmente utili per ragionare sulla prospettiva che la lotta contro l’Autonomia Differenziata deve avere: quella di strappare la direzione del paese dalle mani della classe dominante, partendo dal cacciare il governo Meloni e imporre un governo d’emergenza sostenuto, difeso e alimentato dalla mobilitazione di decine, centinaia e anche migliaia di organismi operai e popolari.

***

Cari compagni dell’Agenzia Stampa del Partito dei CARC, vi scrivo perché voglio alimentare una discussione su un tema molto discusso da diversi organismi che raccolgono migliaia di compagni e compagne in ogni angolo del Paese: l’Autonomia Differenziata.

Nel vasto schieramento di organismi che lottano contro l’Autonomia Differenziata, sostenuta sia da Lega e FdI che dal PD, sono diffuse e variegate le “motivazioni” che spingono all’opposizione e tutte hanno il privilegio in qualche modo di attivare organismi da nord a sud del paese per opporsi alle misure antipopolari del Large Intese.

Con questa lettera voglio affrontare proprio alcune di queste “motivazioni” che, sebbene spingano a mobilitarsi, spesso hanno le proprie radici nel senso comune e nella retorica che la stessa classe dominante promuove. In definitiva quindi rischiano di non cogliere il centro del problema ma lo aggirano, e pur con buone intenzioni, i promotori di queste posizioni rischiano di sostenere questa o quella posizione della classe dominante.

Faccio due esempi.

L’AD mina l’unità della Repubblica, perché viene dato alle regioni il potere di scavalcare di fatto le decisioni del governo centrale o comunque eluderne le direttive.

Per ragionare efficacemente su questo assunto, bisogna andare a fondo su cosa è la Repubblica italiana. La Repubblica italiana è il frutto del compromesso tra diversi centri di potere (imperialisti USA-NATO, UE, sionisti, Vaticano, organizzazioni criminali, organizzazioni padronali, ecc.) che finora hanno utilizzato le istituzioni pubbliche per opprimere e schiacciare le classi popolari, garantire i profitti dei capitalisti e del mercato finanziario, erodere le conquiste ottenute con le lotte dei lavoratori negli anni ’70 (quando il movimento comunista era forte), alimentare le divisioni sociali, per opprimere le donne ecc.

Questa è oggi la Repubblica italiana, che ha il Vaticano come potere occulto e di ultima istanza a dirigere la politica interna del nostro paese e che per questo definiamo Repubblica Pontificia.

Ai promotori di questa posizione chiedo: è questa la Repubblica che dovremmo tenere unita con la lotta contro l’AD?

Questa posizione non tiene conto del ruolo delle istituzioni borghesi e in definitiva di chi detiene il potere nel paese: la borghesia imperialista, che agisce tramite le sue istituzioni per amministrare in senso favorevole ai propri interessi la vita delle masse popolari, opera che è messa sempre più in difficoltà dalla crisi generale del capitalismo che costringe la classe dominante a ridurre sempre di più quegli spazi di democrazia che almeno formalmente ha finora garantito, riducendoli via via, anche per via degli scontri nel seno della classe dominante stessa.

Infatti le norme vigenti e già peggiorate nel corso degli ultimi anni dai governi che si sono susseguiti, sono (paradossalmente) sempre di più un ostacolo a perpetrare con maggiore aggressività la spoliazione e il saccheggio delle risorse pubbliche e l’attacco ai diritti delle masse popolari. Un esempio è appunto l’autorità nazionale su una serie di iniziative che solo limitatamente le regioni possono assumere: nel caso della formazione di governi meno addomesticabili da parte della Comunità Internazionale dei gruppi imperialisti (come fu il I governo Conte, con cui il M5S riuscì a imporre limitazioni rispetto al Jobs Act, il Reddito di Cittadinanza, misure che oggi stanno smantellando) l’AD garantirebbe più libertà d’azione ai governi regionali. La lotta contro l’AD deve servire non per rattoppare la democrazia borghese marcia e fallimentare, ma per indebolirla!

L’AD alimenta le differenze tra regioni ricche e regioni povere, ossia tra regioni del nord e regioni del sud Italia.

Questa posizione si basa, di fatto, su una concezione meridionalista della lotta di classe e ha le sue radici nella non comprensione, anche qui, della Repubblica italiana così come è oggi. Sicilia, Campania, Puglia sono regioni molto popolose (all’incirca 13 milioni di abitanti totali) e anche regioni molto ricche, sebbene il gettito fiscale sia minore in relazione alle regioni del nord del paese: addirittura la Sicilia gode di uno statuto speciale che prevede più libertà rispetto all’amministrazione del denaro pubblico e l’uso di fondi statali.

In realtà sono le masse popolari e i lavoratori che vivono nel sud Italia, che sono più poveri e precari dei lavoratori che vivono nel nord Italia per evidenti arretratezze nelle politiche industriali e nella volontà politica di non creare posti di lavoro. Non bisogna confondere però l’oppresso con l’oppressore e le sue istituzioni, perché così facendo creiamo e alimentiamo (direttamente o indirettamente) la divisione tra masse popolari del sud Italia con le masse popolari “privilegiate” del nord Italia.

Fatta questa distinzione, bisogna ragionare sul perché, per quanto riguarda il contesto del sud Italia, può apparire che alcune regioni siano povere: di certo lo stato di degrado e abbandono di una città come Palermo o i collegamenti (ferroviari, stradali) siciliani sono quasi da terzo mondo; sicuramente anche in Campania ci sono problemi simili tra costa ed entroterra e in generale il degrado dovuto all’inquinamento e alla devastazione ambientale, il parassitismo alimentato nelle istituzioni pubbliche, sono un fattore da considerare. Ma di questi esempi possiamo farne centinaia.

Il problema di fondo sta nel fatto che l’enorme quantità di denaro pubblico (posto il fatto che sia anche meno rispetto a regioni come il Veneto o il Piemonte) viene utilizzata dai centri di potere locali per alimentare le proprie consorterie, favorire la criminalità organizzata, i trasporti e la sanità privati, legati a questo o quel gruppo di potere. Sono dinamiche che hanno radici storiche che non approfondisco in questo articolo, ma il messaggio che è importante far passare è che concentrarsi sulla divisione tra nord e sud toglie dall’obiettivo il fatto che non è un problema di latitudine, ma di chi amministra, di come vengono spesi i soldi, come vengono gestite le risorse delle masse popolari. Insomma è una questione di volontà politica.

Ma cosa è l’AD nella sostanza?  Non serve a dividere il paese tra nord e sud né tantomeno a minare l’unità della Repubblica. Come comunisti non abbiamo nessuna Repubblica da difendere e tantomeno dobbiamo educare le masse a difendere le istituzioni borghesi della Repubblica Pontificia.

L’AD serve principalmente per svincolare dal controllo diretto del governo centrale l’azione dei diversi centri di potere locali: dalle organizzazioni criminali ai papponi della sanità privata, radicati sia al nord che al sud Italia; dai cementificatori e professionisti delle grandi opere speculative, inutili e dannose che esistono in Sicilia come in Valsusa ai privatizzatori di professione che smantellano già da anni a livello regionale servizi pubblici come i trasporti, la raccolta dell’immondizia e la distribuzione dell’acqua pubblica.

Ad un ragionamento meno superficiale si comprende meglio che l’AD serve a dare più libertà di manovra ad affaristi e speculatori e che questa azione è promossa e incentivata da partiti che governano o hanno governato il paese negli ultimi 30 anni, quindi dalle Larghe Intese.

Dobbiamo usare la lotta contro l’AD quindi non per rivendicare una unità con una Repubblica tra l’altro governata da sempre da chi sta facendo sprofondare il paese (guerra, carovita, delocalizzazioni, crisi ambientale ecc.) ma per organizzare e mobilitare le masse popolari che vivono nel nostro paese, da nord a sud, per lottare contro i partiti delle Larghe Intese, contro i loro governi (che siano nazionali o regionali), per rafforzare la lotta per imporre con la mobilitazione un governo d’emergenza popolare, un governo che abbia la capacità reale di utilizzare le risorse pubbliche per potenziare la sanità, l’istruzione, per le misure urgenti a sostegno del lavoro e contro l’emigrazione dei giovani dal sud del paese, per mettere in piedi quelle piccole e diffuse opere pubbliche necessarie a ristabilire dal degrado e dall’abbandono molte aree delle regioni del Sud Italia.

Se non affermiamo un governo di questo tipo, che sia espressione della componente più combattiva e organizzata delle masse popolari presente nel paese, finiremo per rivendicare un NO all’AD che però lascia il paese in ogni caso in balia dei pescicani che la governano finora, con o senza AD.

Nel caso in cui la riforma dell’AD dovesse passare, la situazione peggiorerebbe ulteriormente per le masse popolari e i lavoratori. Nel caso in cui la riforma dell’AD non dovesse passare, non abbiamo nulla da rivendicare: la crisi generale del capitalismo spingerà la classe dominante a mettere in campo altre misure e iniziative distruttive e dannose per larga parte della popolazione e solo sostituendo la classe dirigente del paese si può mettere un freno agli effetti peggiori della crisi.

Solo sostituendo la direzione del paese con un governo d’emergenza sostenuto, difeso e alimentato dalla mobilitazione di decine, centinaia e anche migliaia di organismi operai e popolari.

T.C.S

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