Di seguito l’intervista a Mattia Scolari segretario della Flaica Cub Milano.

Un’intervista che mette in luce, partendo dalla vittoria raggiunta nei confronti della multinazionale IKEA condannata per comportamento antisindacale, i limiti del Testo Unico di Rappresentanza Sindacale nei settori in cui si applica e di come si batte con la lotta e l’organizzazione dal basso, il lavoro costante nelle aziende.

L’intervista evidenzia l’importanza di costruire lo sciopero generale dei sindacati di base, previsto per il prossimo 21 ottobre, per rilanciare la lotta contro l’attuazione dell’agenda del governo Draghi e dei partiti delle larghe intese che lo appoggiano e alimentare l’ingovernabilità della situazione a una classe dominante alla frutta. La mobilitazione generale è necessaria per sostenere i lavoratori contro il carovita, di cui le lotte per il contratto integrativo aziendale, contro le delocalizzazioni e gli attacchi alle conquiste fatte dalla classe operaia fanno parte. Uno sciopero che deve contribuire anche ad alimentare l’unità d’azione sindacale, partendo dall’esempio virtuoso dell‘organizzazione, del coordinamento delle lavoratrici e dei lavoratori degli hotels appartenenti alla Flaica-Cub, al Sicobas e Sial Cobas di Milano come qui sotto riportato.

Innanzitutto ti chiedo di presentarti, chi sei e di cosa ti occupi.

Sono il segretario milanese del sindacato FLAICA CUB e ci occupiamo principalmente di organizzare i lavoratori del settore del commercio, della grande distribuzione, del turismo e dei servizi intesi come le attività negli appalti a cui si applicano i contratti del multiservizi, la ristorazione e anche l’igiene ambientale.

Abbiamo visto che nei primi giorni di luglio il tribunale di Milano ha condannato Ikea per il suo comportamento antisindacale, quindi l’ha obbligata a chiamare al tavolo delle trattative la FLAICA CUB. Ci puoi dire qualcosa di più rispetto a questa sentenza e poi come sta venendo applicata, quali sono i risvolti pratici di questa vicenda?

Questo pronunciamento del tribunale di Milano è per ora il momento finale di un lavoro durato anni, un lavoro di costruzione dell’organizzazione sindacale all’interno di quella che è una multinazionale e di costruzione di un coordinamento interno dei lavoratori aderenti al sindacato, quindi significa l’organizzazione dei delegati sindacali in primo luogo e gli attivisti generalmente intesi. Questo coordinamento ha riunito lavoratori di almeno cinque negozi sul territorio nazionale di Ikea dove noi abbiamo una elevata presenza sindacale, elaborando una piattaforma rivendicativa per il rinnovo del contratto integrativo aziendale (CIA) alternativa a quella CGIL, CISL e UIL. Ikea era una delle aziende della grande distribuzione, conosciute per avere uno dei migliori contratti integrativi del settore, ma nel 2015 lo hanno disdettato e ne hanno firmato uno nuovo con CGIL, CISL e UIL, che introduce una serie di meccanismi di flessibilità, di trattamenti discriminatori per i nuovi assunti o per i nuovi negozi che andavano ad aprirsi, che ha tolto voci importanti del salario.

In contrapposizione a quell’idea di integrativo che era fatto solo di flessibilità per l’azienda, noi abbiamo voluto portarne un altro che invece vuole riportare stabilità, ridurre i meccanismi di flessibilità, redistribuire salario ai lavoratori, aumentare gli spazi di democrazia all’interno dell’azienda. Per fare questo lavoro abbiamo costruito questo coordinamento che ha fatto questo percorso di elaborazione e di mobilitazione; c’è stato anche uno sciopero unitario nell’intero gruppo Ikea Italia che abbiamo promosso nel dicembre del 2017, una giornata di sciopero di tutta la FLAICA in Ikea.

C’era un’attività sindacale corposa che ha consentito anche alla nostra organizzazione di crescere nel corso del tempo, tenendo conto che il nostro radicamento in Ikea nasce dalle lotte del 2015 contro la disdetta unilaterale del CIA e contro il nuovo modello, che ha introdotto massicciamente flessibilità e riduzione del salario.

E’ da lì che nasce la nostra presenza e quindi la costruzione del sindacato di base alternativo è avvenuta nelle rivendicazioni e nelle modalità di rappresentanza dei lavoratori; nel tempo siamo diventati il terzo sindacato nazionale all’interno del gruppo Ikea Retail Italia per numero di iscritti e sulla base di questa considerazione abbiamo ritenuto discriminatoria l’esclusione del nostro sindacato dalle trattative del rinnovo della CIA nel 2021. Hanno escluso i nostri delegati sindacali, in particolar modo i nostri RSU, nei negozi di Collegno (TO), Roncadelle (BS) e Corsico (MI), c’è stata quindi un’esclusione del nostro sindacato che è effettivamente rappresentativo in azienda e un’esclusione dei delegati sindacali.

Il 28 luglio abbiamo sostenuto che, sulla base del pronunciamento della Corte costituzionale del 2013, la nostra esclusione fosse discriminatoria; ciò ha creato una discussione molto animata e approfondita davanti al giudice che poi ci ha dato ragione su tutta la linea, dicendo che non soltanto gli RSU devono essere ammessi alla trattativa ma che, soprattutto, se il sindacato ha un’effettiva presenza in azienda essa non può escluderlo.

Da questa pronuncia, il giudice ha ordinato a Ikea di convocarci entro 20 giorni per discutere la nostra piattaforma e di convocarci assieme alle altre organizzazioni per i successivi incontri di discussione del C.I.A. : era calendarizzato per il mese di luglio un incontro tra Ikea e altre organizzazioni sindacali, che è però stato cancellato perché sennò avrebbero dovuto convocarci. Contestualmente, Ikea ci ha dovuti convocare individualmente per discutere della nostra piattaforma e abbiamo già fatto questo incontro con i rappresentanti nazionali di Ikea dove abbiamo potuto esporre le nostre rivendicazioni. Ora, con i dirigenti siamo rimasti d’accordo che a settembre dovrebbe esserci la convocazione collettiva con tutte le altre organizzazioni.

Questa piattaforma com’è stata vissuta dai lavoratori?

La piattaforma è stata elaborata da un coordinamento che vedeva principalmente la partecipazione di delegati sindacali, attivisti e chiunque vi volesse partecipare. Ha elaborato una bozza che è stata portata in assemblea nel luogo di lavoro laddove erano presenti le RSU; dove invece non erano presenti sono stati convocati attivi territoriali di lavoratori e assemblee fuori dai luoghi di lavoro ed è stata ampiamente discussa, con proposte di modifiche. A seguito di ciò, il testo finale è stato mandato a Ikea.

Secondo te questa sentenza mette in discussione il Testo Unico sulla Rappresentanza Sindacale (TURS)?

In Ikea il Testo Unico di Rappresentanza Sindacale non c’è, perché Ikea fa parte dell’associazione datoriale Federdistribuzione che è una delle poche a non avervi ancora aderito. Sono convinto che, se in Ikea esso ci fosse stato, noi questo percorso non lo avremmo potuto fare perché avremmo avuto delle catene; innanzitutto perché la nostra organizzazione nasce dalle lotte del 2015, contro la disdetta del vecchio C.I.A. e quello rinnovato, che altrimenti sarebbero state massacrate da sanzioni. Poi, le RSU del Testo Unico del 2014 sono elette in maniera proporzionale, senza il 33% garantito a CGIL, CISL e UIL: pertanto, dato che l’indizione dell’elezione della RSU la fanno le loro segreterie, indicono le elezioni di RSU dove sanno di vincerle; se corrono il rischio di perderle, non le indicono. In Ikea vengono indette solo in alcuni negozi storici con situazioni sindacali particolari, e perché comunque grazie alla quota del 33% sanno di avere sempre la maggioranza: nonostante ciò, nei negozi nuovi dove c’è poca sindacalizzazione non le fanno già più. Se ci fosse stato il Testo Unico e quindi una ripartizione proporzionale dei seggi, non le avrebbero convocate e quindi non avremmo potuto eleggere i nostri 9 RSU.

La terza questione è che, a differenza dell’accordo interconfederale del ’94 che regolava semplicemente come svolgere l’elezione, il Testo Unico definisce anche con quali modalità dover affrontare la contrattazione e chi può farla, ed è chiarissimo che quest’ultima deve essere fatta secondo le regole previste dai contratti nazionali.

In quello applicato da Ikea, che è quello della distribuzione moderna organizzata, c’è scritto che la contrattazione la fanno le segreterie di CGIL, CISL e UIL. Il fatto che noi promuoviamo una piattaforma alternativa nei contenuti rivendicativi sarebbe stato reso poi impossibile dal Testo Unico, perché la prima obiezione sarebbe stata che firmando il TUR ci siamo vincolati ad accettare che la contrattazione venga fatta ai sensi del CCNL, cioè nel rispetto delle materie e dei limiti previsti clausole di rinvio in esso previsto e dei soggetti titolati a contrattare;  inoltre la nostra piattaforma non rappresenterebbe  il 50% richiesto dal Testo Unico, quindi saremmo stati esclusi e costretti ad aderire a piattaforme altrui.

La pronuncia del giudice è importante proprio perché ti dice che il sindacato può essere rappresentativo anche senza firmare accordi di “compatibilità”,  e che l’azienda ti deve convocare alle trattative: quindi per andare al tavolo devi far sindacato e avere i lavoratori dalla tua parte.

Quali sono le vertenze principali che state portando avanti come FLAICA CUB, stando anche alla fase di crisi e attacchi padronali che vedono sempre di più i dirigenti sindacali sotto attacco? Come possono rafforzarsi, inoltre, queste vertenze già in corso?

Noi usciamo da una fase che ha avuto un impatto micidiale dal punto di vista sociale perché il Covid ha scombinato le carte sul tavolo e ha messo in discussione il castello che era stato costruito; è vero nonostante sia lampante a tutti che quella normalità che c’era prima non andava bene- come nel sistema sanitario, abbiamo visto a Milano il problema del settore degli hotel- nonostante ciò i lavoratori non sono stati in grado di porre in campo una resistenza o anche un contrattacco adeguati in questa fase. Cioè alla fine hanno prevalso le mancette (provvedimenti una tantum, ndr),prima del governo Conte poi di Draghi, si va avanti di mancette; adesso vediamo i sindacati confederali che gioiscono per praticamente aver portato a casa il nulla.

Anche il sindacalismo di base aveva iniziato un percorso virtuoso con lo sciopero generale del 20 maggio e si era costruita una piattaforma.

Nel nostro come sindacato categoriale le vertenze che seguiamo sono nei settori in cui la crisi si è approfondita o è scoppiata con la pandemia, tipo quello alberghiero che solo ora inizia a riprendersi dopo due anni, dove i lavoratori hanno lavorato a singhiozzo e dove le aziende hanno fatto licenziamenti mascherati, riduzioni di orari di lavoro, contratti pirata.

È un settore dove si è perso almeno un terzo della forza lavoro, con carichi di lavoro che aumentano grazie al rifiorire del turismo, dove si ripropone sempre di più il meccanismo del cottimo integrale. Da settembre bisognerà riaffrontare questa situazione tenendo presente che noi abbiamo già visto, durante il periodo peggiore della pandemia, come le istituzioni siano disinteressate: così come gli organi ispettivi. Si antepone la necessità di far partire il turismo senza realizzare che i lavoratori del settore non ce la fanno più, non vi è nessuna regola o tutela.

Nel settore della grande distribuzione, a causa dell’elevata concorrenza tra insegne e crisi dei consumi privati, i grandi ipermercati sono in crisi, c’è una crisi dei grossi spazi, mentre funzionano la formula del discount o negozio di quartiere. Qui si fanno operazioni come quella dell’acquisizione di Auchan da parte di Conad, che non è una singola azienda ma un consorzio di centinaia di cooperative e S.r.l; quindi hai una centralizzazione delle insegne ma di fatto hai una scomposizione interna dei lavoratori che è micidiale, dove verranno massacrati per mantenere la competizione, creando forte precarietà e non rispettando contratti di tutela.

Per quanto riguarda l’espansione della logistica, anche Ikea aveva un piano che sosteneva l’inutilità di avere un centro commerciale di periferia, che deve diventare un magazzino, e aprire poi corner di quartiere dove il prodotto poteva poi essere portato a domicilio con camion. Se avessero implementato questo piano, Ikea sarebbe diventata un’azienda logistica, il commercio sarebbe diventato residuale. Quest’idea è stata rifiutata sia per opposizione dal sindacato, sia per la pandemia, però a Milano si sono già instaurati i primi corner dove è facile notare la scomposizione della forza lavorativa.

Questi sono i settori che come FLAICA stiamo seguendo maggiormente, in autunno sarà necessario rilanciare la mobilitazione considerando anche la situazione attuale sociale e politica, tra le proposte portiamo anche il ripristino della scala mobile. Adesso abbiamo la direttiva della Corte di Giustizia Europea dove si invita l’eliminazione dei contratti pirata, che in Italia significherebbe fare una legge sulla rappresentanza sindacale, che però hanno difficoltà a farla perché vorrebbero eliminare il sindacato di base e noi dobbiamo impegnarci per ottenere una legge sulla rappresentanza veramente democratica, dove le rappresentazioni sindacali possano presentarsi in modo egualitario.

Prima parlavi delle difficoltà di unità nello sciopero dell’11 ottobre scorso. Abbiamo visto queste manovre del governo, tra i vari avvenimenti l’assassinio del sindacalista S.I. COBAS Adil, lo sblocco dei licenziamenti e l’incremento di repressione dei sindacalisti, o comunque di chi si occupa dei lavoratori. Abbiamo potuto vedere la tendenza a unirsi dei sindacati di base, come dimostrato dagli scioperi per la guerra o anche nello sciopero a Piacenza. Questo tentativo di unità, come lo state portando avanti e con quale prospettiva? Che difficoltà incontrate e come pensate di risolverle?

Questo tentativo di unità ha un problema principale: l’unità estemporanea, cioè l’unità per fare lo sciopero generale o per fare una mobilitazione una o due volte all’anno, quindi ci si vede, si organizza la mobilitazione e poi tutti a casa propria: ciò non va bene.

Immagino lo sciopero generale che nasca come la fine di un percorso, dove le vertenze aziendali chiedano che si scenda in piazza ed è questo che manca, perché molte volte siamo frammentati nei luoghi di lavoro. Io portavo sempre l’esempio che abbiamo costruito a Milano con il coordinamento intersindacale degli hotel: FLAICA – CUB,S.I.COBAS  e SIAL COBAS hanno portato avanti un percorso di mobilitazione e di lotta per praticamente un anno con i lavoratori degli hotel, agendo come se fosse un’organizzazione unica sostanzialmente, cioè le decisioni venivano prese tutti assieme in maniera assembleare e ciò che si decideva era vincolante per tutti.

Abbiamo fatto diverse mobilitazioni sotto la prefettura, sotto la Regione, sotto l’INPS, davanti agli hotel. È stata la dimostrazione della possibilità di costruire sinergie tra i sindacati, ma questa unità bisogna necessariamente farla partire dai luoghi di lavoro, dove se non si è in grado di costruire coordinamenti unitari è complicato che dopo lo sciopero generale possa continuare quel percorso: il rischio è anche convocare uno sciopero questo autunno che però si conclude lì.

Nel nostro congresso abbiamo detto che nel settore degli hotel, dove ci sono le condizioni per portare avanti una lotta unitaria, la vogliamo riproporre a settembre, quindi convocare delegati sindacali e costruire un percorso insieme. Non fermarsi alle rivendicazioni perché c’è bisogno di unità del sindacato, anche se a volte ci si divide. C’è la possibilità di costruire momenti di organizzazione unitaria, nonostante la presenza di più di un sindacato di base in un luogo di lavoro che dovrebbero portare una rappresentanza unitaria, con la presenza dei lavoratori.

Sono in atto le trattative del rinnovo del contratto della distribuzione moderna organizzata e sono estremamente pericolose; si evince la necessità di riscrivere una disciplina sulla rappresentanza sindacale per Federdistribuzione per chi ancora non ha il Testo Unico, ma questo non significa che applicheranno quello che noi conosciamo. Potrebbero farne una versione alternativa e peggiorativa, proprio perché la grande distruzione è uno di quei settori dove sta entrando il sindacato di base e ciò li sta spaventando, tra queste la sentenza di Ikea che ha fatto saltare il meccanismo: quindi vogliono costruire delle condizioni per cui ciò non sia ripetibile.

Inoltre dicono che nel Sud Italia ci sono tanti imprenditori della grande distribuzione che utilizzano contratti pirata. E cosa propongono per eliminare questa piaga? Propongono di introdurre delle clausole peggiorative nel CCNL nazionale ma che valgano solo a livello locale, cioè introdurre delle clausole pirata all’interno del contratto della Distribuzione Moderna stesso! A ciò si aggiunge la declaratoria delle mansioni, come nel caso dei metalmeccanici, dove il livello non è più definito da un parametro oggettivo stando alla mansione svolta, bensì sulla base di valutazioni soggettive dell’azienda, la maggior parte delle quali non hanno valido significato tra cui capacità di “problem solving” e autonomia decisionale: ciò darà modo all’azienda di demansionare il lavoratore a cui sarà tolto lo strumento oggettivo per reclamare il demansionamento. Ciò significa azzerare le certezze e dar massima flessibilità ai lavoratori, che diventano operatori pluriservizi.

In autunno dovrebbe tenersi il congresso della CUB, in che modo lo state facendo vivere tra i lavoratori? Che tematiche affronterete? Come intendete organizzarvi rispetto alla questione del carovita, degli sfratti, chiusura delle aziende e repressione?

Abbiamo iniziato da alcuni mesi a fare i congressi di categoria, la FLAICA ha già fatto tutti i congressi territoriali e anche quello nazionale. Adesso ci sono altre categorie della CUB che hanno già iniziato o devono iniziare, quindi questo da un nostro punto di vista statutario e organizzativo interno è il meccanismo, a partire dalle assemblee con i lavoratori, al congresso provinciale e poi il congresso nazionale delle categorie, percorso per arrivare poi al congresso confederale. È chiaro che le tematiche che saranno oggetto del congresso confederale sono abbastanza pesanti perché sicuramente le tematiche principali sono varie. Ce ne sono alcune molto importanti: che cosa fare sulla tematica della rappresentanza sindacale, cioè confermiamo la decisione della CUB di rifiutare il Testo Unico e approfondiamo questa causa per costruire rappresentanze diverse oppure accettiamo di aderire come altri sindacati? Il secondo tema sarà se mantenere il modello organizzativo della CUB per categorie che cercano di raggruppare settori omogenei di lavoratori, in modo da sviluppare politiche rivendicative avanzate, correggendolo laddove ci sono degli squilibri, oppure serve un altro sistema che sostiene che il conflitto si sia spostato nei territori e i luoghi di lavoro di fatto diventano secondari? Tutte le nuove forme di lavoro come precari e partite IVA sono delle scomposizioni dei luoghi di lavoro o delle categorie a parte? Queste sono le decisioni che bisognerà prendere.

Io sono dell’opinione che le decisioni prese finora dalla CUB siano il percorso da seguire, il sindacato deve ricomporre ciò che il padrone scompone e per farlo bisogna stare nei luoghi di lavoro, costruire coordinamenti in base a ciascuna realtà. Il sindacato si deve basare su come organizzare i lavoratori, ciò comporta anche la centralità dell’attività rivendicativa e della contrattazione, per ampliare il potere dei lavoratori da un punto di vista di salario e organizzazione del lavoro. La contrattazione deve cercare di spaccare gli argini e non essere compatibile col sistema, deve avere una finalità anticapitalista.

Dovremmo rilanciare un modello organizzativo e puntare su una lotta fortissima per la rappresentanza sindacale, che è oggi piena di contraddizioni. È fondamentale la centralità del luogo di lavoro, senza di essa anche da un punto di vista ideologico inizia un percorso di degenerazione inarrestabile.

Abbiamo visto di recente che è caduto il Governo Draghi. In che modo, secondo te, la vostra attività e quella dei sindacati di base in generale può influenzare l’instaurazione e l’operato del prossimo governo? Quali sono le misure principali che un governo dovrebbe attuare e come attuarle facendo fronte ai padroni, alla NATO e all’UE?

Come può incidere il sindacalismo di base lo può decidere solo esso stesso, cioè deve iniziare un percorso virtuoso di seria unità, infatti faremo lo sciopero generale in autunno, ma non incideremo con quello.

Bisogna costruire coordinamenti di lotta e individuare quali sono i settori in cui bisogna investire, magari inserendo le casse di resistenza. Abbiamo l’esempio della Francia, che molte volte fanno gli scioperi in determinati settori e costruiscono le casse di resistenza.

Lo sciopero generale non deve essere una rappresentazione della tua esistenza, ma deve esistere davvero. Deve essere la fine di un percorso portato avanti tutto l’anno.

Il problema del sindacalismo di base è qualcosa che va risolto all’interno.

Se dovesse esserci, come già sta avvenendo, un aumento della repressione (vedi arresti di Piacenza, ndr), dobbiamo realizzare che è qualcosa che da un lato ti colpisce, ma dall’altro rende più uniti. A Milano, questo settembre, dobbiamo riconvocare insieme il coordinamento degli hotel e della grande distribuzione.

Siamo in una situazione di emergenza sociale ed economica gravissima, quindi le misure da adottare sono principalmente in sostegno del welfare, ma che non si limitino alla mancetta dei bonus. Devono essere misure strutturali, come ad esempio la ristrutturazione del sistema sanitario eliminando la parte privata, o il diritto alla casa, per la costruzione di alloggi popolari e misure che facciano funzionare gli affitti a equo canone.

Serve intervenire sui trasporti pubblici, o su misure che limitino l’aumento dei costi del gas. Per quanto riguarda il mondo del lavoro, sostengo che prima di tutto un governo dovrebbe varare una legge sulla rappresentanza sindacale, che è un tema centrale poiché è tramite un sistema di accordi e di leggi che disciplinano la rappresentanza sindacale e l’efficacia dei contratti che si è costruito questo sistema dove padronato e CGIL CISL e UIL controllano il conflitto sociale in questo Paese.

Abbiamo assistito a una trasformazione del tessuto produttivo del Paese in cui l’industria è stata in parte delocalizzata ed è aumentato il settore terziario, che è un settore di per sé più flessibile e lì è molto più evidente come i diritti di rappresentanza sindacale siano necessari per lo svolgimento dell’attività, però si deve parlare di diritti liberi.

Ci sarebbe da riflettere sulla questione del reddito minimo garantito come strumento per rifiutare le proposte lavorative più precarie e vessatorie. Personalmente non mi trovo per lo più d’accordo con la proposta di salario minimo in quanto potrebbe portare danno, ovvero che le aziende escano dai contratti nazionali; il trattamento economico complessivo previsto dai CCNL supera quasi sempre i 9€ proposti, dunque il salario minimo aiuterebbe una minima parte dei lavoratori. Confindustria è terrorizzata dal salario minimo perché ha paura che le aziende disdicano i contratti nazionali e pertanto l’adesione alle associazioni datoriali, scappando quindi dal “sistema confindustriale”, per applicare un salario minimo che è economicamente più conveniente. Il salario minimo può essere fatto solo se viene ricondotto all’interno di un sistema dove c’è la vincolatività per le aziende ad applicare determinati contratti, però in quel caso ci sarebbe il bisogno di una legge sulla rappresentanza sindacale, complicata da realizzare, perché rischierebbe di dare spazio ai sindacati di base. Ma se i lavoratori potessero scegliere i propri rappresentanti alle trattative, i contratti pirata, il multi servizi e i servizi fiduciari, non esisterebbero più: quale lavoratore li firmerebbe?

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