Il 5 giugno, all’interno della Festa della Riscossa Popolare – Lombardia, abbiamo tenuto un dibattito dal titolo “Costruire un fronte contro la repressione, rendere inapplicabili il decreto sicurezza e il Ddl antisemitismo”.
Nell’iniziativa abbiamo messo al centro la necessità di sviluppare la mobilitazione contro la repressione, partendo dalle due linee politiche che convivono in questo campo. Da una parte, chi concepisce la repressione semplicemente come un attacco – che colpirebbe solo chi adotta certe “pratiche” – da cui pararsi per uscirne il meno peggio possibile. Dall’altra, chi tratta la repressione come un fattore ineliminabile della lotta di classe, affrontando il quale il movimento popolare avanza, cresce e matura: un’arma che possiamo rovesciare verso il nemico.
Il crescente uso della repressione è infatti sintomo della debolezza della classe dominante. Data la crisi sempre più grave in cui versa la sua società, non riesce più a inquadrare le masse popolari nel proprio sistema, né le bastano più diversivi, intossicazione delle coscienze e abbrutimento per prevenire la ribellione: la repressione è la sola arma che le resta. Allo stesso tempo deve usarla nel modo più selettivo possibile, perché la repressione può ritorcersi contro chi la impiega, generare a sua volta ribellione, compattare il fronte della mobilitazione popolare e alzare il livello dello scontro. La classe dominante non può estendere la repressione su scala di massa senza rischiare di trasformarla in guerra civile. Per questo cerca di colpire i comunisti e le avanguardie.
Ed è per questo che possiamo rovesciare gli attacchi repressivi, farne carburante per alimentare la mobilitazione popolare e sviluppare un fronte unito. Dobbiamo mettere in campo tutte le iniziative per impedire alla classe dominante di isolarci, estendere la solidarietà e fare di ogni attacco un problema politico. Tanto più nella situazione attuale, in cui la repressione colpisce il movimento in solidarietà con la Palestina, che lo scorso autunno ha portato in piazza milioni di persone.
Per sviluppare questa linea dobbiamo articolare la mobilitazione contro la repressione su tre piani. Primo: la resistenza alla repressione, cioè darsi i mezzi per continuare a svolgere le attività che portiamo avanti, in particolare quelle per cui siamo stati colpiti, così da vanificare l’attacco. Secondo: la lotta alla repressione, ovvero la lotta contro le nuove leggi e misure repressive, che oggi significa sviluppare una mobilitazione per rendere inapplicabili il decreto sicurezza e il cosiddetto Ddl Antisemitismo, contrastandone concretamente l’applicazione. Terzo: la solidarietà di classe, che rafforza tanto chi la dà quanto chi la riceve. Deve essere la più ampia possibile, fondata non su affinità politiche o ideologiche ma su basi di classe, e deve estendersi a tutti quelli che stanno dalla nostra stessa parte della barricata, nel campo delle masse popolari contro la classe dominante.
All’iniziativa è intervenuto l’avvocato Eugenio Losco, che ha ripercorso la costruzione dell’attuale legislazione repressiva – costruita con continuità da governi di centrosinistra e centrodestra – sperimentata prima nel mondo ultras e poi estesa alle proteste di piazza. Ha sottolineato l’importanza di fare rete e coordinarsi, portando l’esperienza della rete di legali al servizio del movimento popolare, la Rete di Resistenza legale, di cui fa parte, fondata a inizio anno per contrastare la stretta repressiva e facendo un focus sull’uso dei reati associativi per reprimere il dissenso.
È poi intervenuto il collettivo di studenti UniBg for Palestine di Bergamo, che ha riportato la propria esperienza di lotta contro la repressione: hanno ad elaborare dossier di denuncia degli accordi tra la loro università e Israelee la produzione di armi per Israele di alcune fabbriche bergamasche come la Battaggion e la Fassi, hanno fatto delle contestazioni a Gori (europarlamentare, ex sindaco di Bergamo) durante un convegno in università per il suo sostegno a Sinistra per Israele. Le compagne hanno raccontato della lotta contro le minacce e i provvedimenti di sospensione: non hanno ceduto ma hanno rilanciato, raccogliendo tanta solidarietà dentro e fuori l’università, mostrando come sia possibile vincere contro la repressione che ormai si è allargata anche nel mondo accademico contro chi dissente.
In seguito è intervenuto un compagno di Antitesi, raccontando l’esperienza del processo in cui era imputato per antisemitismo, a causa della contestazione alla Brigata Ebraica nel corteo del 25 Aprile 2018. L’esperienza è stata molto significativa perché la campagna processuale è stata condotta con l’obiettivo di ribaltare il ruolo tra accusati e accusatori, mettendo il sionismo sul banco degli imputati. È stata costruita un’ampia campagna pubblica, invitando come testimoni ebrei contro il sionismo – come Moni Ovadia – e ripercorrendo nel processo i crimini dei sionisti. Ciò è stato possibile grazie alla formazione di un vero e proprio collettivo degli imputati e all’elaborazione di una linea di condotta condivisa, che ha portato infine alla vittoria. L’insegnamento è che la repressione e la lotta contro di essa vanno considerate come parte integrante della mobilitazione per cui si è subito l’attacco: anzi, ne sono spesso la parte decisiva, quella in cui è realmente possibile ribaltare i rapporti di forza e ottenere una vittoria, a dimostrazione di come gli attacchi repressivi siano nella realtà momenti di debolezza del nemico.
Si è quindi svolto un dibattito in cui vari compagni hanno riportato la loro esperienza nella lotta alla repressione, sia nelle piazze che sui posti di lavoro (segnaliamo la Rete dei lavoratori contro la repressione politico-sindacale). In particolare, il compagno dei COA T28 che ha sottolineato come sia necessario costruire un fronte di lotta delle realtà colpite dalla repressione e anche oltre e che il miglior modo per far fronte alla repressione ed esprimere solidarietà alla Resistenza e al popolo palestinese sia quello di lottare qua, nel nostro paese, per rompere con la complicità con i sionisti e per un cambiamento radicale. Inoltre i compagni Marco e Patrizio, accusati di istigazione all’odio razziale (antisemitismo) per avere portato in piazza dei cartelli di noti agenti sionisti del nostro paese in una manifestazione, hanno spiegato come si possano raccogliere nuove forze attraverso la solidarietà di fronte agli attacchi repressivi e di come ci si possa temprare, anziché soccombere, di fronte a un attacco attraverso il collettivo e la solidarietà.
Dobbiamo mettere a frutto tutte queste esperienze e sviluppare un fronte comune per rovesciare l’attacco che i vertici della Repubblica Pontificia stanno conducendo da mesi contro chi si è mobilitato per la Palestina. Organizziamo momenti di formazione comune, mettiamo in condivisione gli strumenti che abbiamo sviluppato (come il Manuale di Autodifesa legale che abbiamo ripubblicato), diamo vita a incontri periodici per confrontarci, scambiare le esperienze e sviluppare una mobilitazione unitaria. Una mobilitazione per resistere alla repressione, rendere inapplicabili le nuove misure repressive e fare di questa lotta la benzina per rendere il paese ingovernabile al governo Meloni, cacciarlo e imporre un governo di emergenza delle masse popolari.
Cogliamo l’occasione per rilanciare l’appello Parteggio come strumento per raccogliere e organizzare la solidarietà che il P.CARC ha lanciato a seguito degli attacchi repressivi arrivati negli ultimi mesi contro diversi nostri compagni e l’iniziativa organizzata dal Coordinamento Milano Sud contro la guerra e il riarmo che si terrà domani 26 giugno a ZAM e il a cui parteciperemo come relatori.






