Pubblichiamo l’intervista di un’operatrice socio sanitaria che lavora nell’ambito dell’assistenza agli anziani. Dalle sue parole emerge bene come, a ben vedere, se ancora oggi dopo due anni ci troviamo in “emergenza” significa che, dietro al pericolo del Coronavirus, c’è n’è uno ancora più grande che alla fine è quello decisivo: lo scempio fatto della sanità pubblica con le politiche di austerità congeniate dal banchiere Mario Draghi e attuate da decenni da tutti i governi delle Larghe Intese (polo PD e gregari e polo Berlusconi e gregari).

Emerge bene dalle parole che pubblichiamo come la tutela della salute pubblica non sia mai stata un obiettivo di chi ci governa. Il Green pass e l’obbligo vaccinale over 50 sono misure, discriminatorie e repressive (e anche per questo è fondamentale che vaccinati e non vaccinati lottino uniti), atte a scaricare sui lavoratori e sulle masse popolari la responsabilità della gestione criminale della pandemia fatta dalla classe dominante. Semmai in sanità, come altrove, sono misure servite a mandare a lavoro i sanitari a ogni costo (“tanto sono vaccinati…”), malgrado il sottorganico e l’insufficienza delle strutture. Ma proprio queste carenze sono la causa del disastro. 

Dal 2010 al 2019 a livello nazionale sono “spariti” 173 ospedali, 837 ambulatori, 43.471 posti letto e decine di migliaia di posti di lavoro minando alla base il Sistema Sanitario Nazionale, una delle più grandi conquiste ottenute dalle masse popolari del nostro paese. La Regione Emilia-Romagna è in prima fila nel processo di smantellamento e privatizzazione del SSN. La ragione di questa politica è presto detta ed emerge bene anche nell’intervista: la speculazione. 

Se non è stato speso per creare strutture adeguate, potenziare le esistenti e per fare assunzioni, che fine ha fatto, ci chiediamo, quel mezzo miliardo di euro che la Regione a guida PD ha speso per far fronte all’emergenza? L’intervista ci fornisce qualche indizio in proposito. 

L’intervista è interessante perché dimostra che ogni singola battaglia è e va inserita in un quadro più ampio stante anche le interdipendenze tra settori e ambiti di lavoro. Infatti, i “nodi venuti al pettine” nella cura e gestione della popolazione anziana, concepita e trattata come esuberi e come un costo da parte della classe dominante, discendono dall’intera impostazione e direzione del SSN (i “criteri di accreditamento”) e della società nel suo complesso. 

Non solo, l’intervista mostra anche la via per uscire dal pantano: l’organizzazione. 

L’azione ed esistenza di comitati di lotta che uniscono utenti e lavoratori consente di togliere forza e ossigeno al tentativo di fare guerra tra poveri: il Comitato dei familiari delle vittime in CRA e RSA si è fatto promotore di un fronte comune perché, come illustra bene l’intervista, utenti e lavoratori della sanità hanno interessi compatibili e comuni. 

Costituire e promuovere organismi di questo tipo, coordinarli, portare la lotta su un terreno politico senza affidare le sorti della lotta alle pastoie della “giustizia” di regime (Andrea Salvatore Romito, il giudice che ha archiviato le denunce fatte dai comitati dei familiari delle vittime del Covid nelle RSA a Modena è lo stesso giudice che ha archiviato le indagini sulla strage dell’8 marzo 2020 a seguito della rivolta nel carcere Sant’Anna di Modena), iniziare a progettare e realizzare un nuovo modello di sanità e assistenza agli anziani, agendo quindi in maniera propositiva rispetto alla gestione della società: questa è la prospettiva che abbiamo davanti, una prospettiva di liberazione del paese dal sistema politico delle Larghe Intese.

Convergiamo per il 26 marzo a Firenze con il Collettivo di Fabbrica della GKN: insorgiamo anche in e dall’Emilia Romagna.

Buona lettura. 

Potresti dirci di cosa ti occupi e illustrarci la situazione lavorativa tua e dei tuoi colleghi? 

Sono una dipendente pubblica, un’OSS nell’ambito dell’assistenza degli anziani (CRA – Case residenza per anziani). e da noi c’è un’alta percentuale di lavoratori interinali da anni. Anche molti infermieri sono interinali o in libera professione (finte partite IVA): pochissimi di loro sono stabili. 

C’è un turn over altissimo e questo impatta sulla qualità del servizio perché ogni volta dobbiamo ricostruire le squadre di lavoro che cambiano continuamente. In più i lavoratori precari sono ricattabili: per esempio, non si possono rifiutare di fare straordinari. Ci sono persone che lavorano senza fare ferie pur di farsi rinnovare il contratto. 

I precari di fatto divengono operatori di serie B perché vengono utilizzati per “tappare i buchi” prodotti dalle deficienze nell’organizzazione del lavoro. 

Questo alimenta una guerra tra poveri. 

Cosa comporta questo per la salute dei pazienti e dei lavoratori? 

Dipende molto dai luoghi di lavoro: se c’è un buon lavoro di equipe anche lo stress è molto ridotto ma il lavoro nella CRA dipende ora dai criteri di accreditamento disposti dalla Regione. 

A causa di questi criteri, i carichi di lavoro per noi sono pesantissimi… per dirti: il tempo a disposizione per ogni utente è sette minuti. 

In sette minuti non puoi occuparti di una persona anziana: hai poco tempo per fare tutte le cose che riguardano l’assistenza quindi le fai male e in fretta. Per esempio, non usi il sollevatore per risparmiare tempo, con il rischio anche di farti male e far male al paziente. Capita che dobbiamo dire a un anziano che non abbiamo tempo per aiutarlo ad andare in bagno. Sono esigenze che dovrebbero essere rispettate, ma non ci mettono in condizione di farlo. 

Non solo, ma questi criteri di accreditamento definiscono anche il rapporto numerico tra OSS e infermieri e tra operatori in generale ed utenti: in un reparto di 55 persone ci sono 10 operatori (di notte 1 infermiere e 1 operatore). Questo non può essere sufficiente. Nelle CRA c’è un’utenza con multi-patologia per cui spesso non sono persone autosufficienti. L’assistenza che possiamo garantire in queste condizioni è minima. 

Secondo i criteri della Regione non siamo sotto organico. La realtà parla un’altra lingua: è chiaro che si tratta di criteri politici. 

Cosa avete fatto come lavoratori per far fronte a questa situazione? Avete provato coinvolgere le famiglie degli utenti? 

Abbiamo cominciato a parlare fra di noi dei tempi di lavoro e abbiamo chiesto riunioni per modificare l’organizzazione del lavoro ma la difficoltà è stata trovare unità tra di noi. I familiari sono stati il primo “fronte” che abbiamo aperto, specialmente durante la prima ondata della pandemia. 

Ci sono strutture dove sono morti un terzo dei pazienti presenti. Altre strutture dove non è morto nessuno. È chiaro, quindi, che ci sono delle responsabilità rispetto a quello che è successo che riguardano la dirigenza. Noi col sindacato abbiamo fatto delle segnalazioni e coinvolto i familiari, che hanno fatto delle denunce. 

In Emilia Romagna sono nati diversi comitati di familiari di cui facevano parte anche lavoratori con il risultato che si è creata una rete in varie città che ha portato a diversi incontri in Regione. Le richieste dei comitati erano di modificare i criteri di accreditamento, consci che il ruolo fondamentale ce l’ha la politica. 

Infatti, quando noi lavoratori all’interno della struttura facciamo delle segnalazioni, la risposta che ci viene data è: “i criteri son questi, anzi noi dirigenti qui facciamo l’impossibile per strappare qualcosina in deroga”. 

Quindi è chiaro che il problema è politico ed è monte. 

Durante la pandemia si sono ammalati non solo gli utenti ma anche gli operatori: ci siamo trovati a lavorare in strutture dove dovevano lavorare 10 persone e ce n’erano 3 in servizio. Il Covid ha mostrato chiaramente che con questi criteri di accreditamento si lavora talmente al limite che non appena succede qualcosa è un disastro.

Ma nonostante tutto quello che è successo (una vera e propria strage) abbiamo visto la Procura archiviare le denunce e la Regione non ha cambiato i criteri di una virgola!

Poi ci sono state strutture private che hanno avuto un sacco di decessi e nonostante questo la Regione le ha “premiate” stanziando per loro una notevole somma di denaro per convertire queste strutture per i pazienti Covid, cui l’ospedale non riusciva a far fronte, mettendogli perfino a disposizione gli infermieri delle graduatorie dell’ASL. 

Ecco dove andavano i soldi che risparmiano con i loro “criteri”! 

Quali sono stati i punti di forza e i punti deboli di questa esperienza? 

Il punto forte è stato unire i familiari con gli operatori. È la cosa più importante. La dignità e il rispetto della persona che assistiamo è interdipendente con la dignità e il rispetto del lavoratore. Se c’è il benessere del lavoratore automaticamente si riflette sull’utente. Se un lavoratore è preso per il collo, per quanto professionale, non riesce a garantire un’attenzione adeguata. I nostri interessi sono gli stessi di quelli dei pazienti. Il Covid ha fatto bene emergere che le persone non potevano essere seguite bene se le i lavoratori non erano in condizioni di lavorare bene. 

Questa unità va costruita, cioè non è scontata, perché nelle condizioni in cui ci fanno lavorare ci può essere la tendenza dell’operatore a vedere il familiare come “il rompiscatole” impossibile da assecondare o il familiare che ci vede lavorare in affanno e se la prende con noi. 

All’inizio eravamo riusciti a superare questa difficoltà. 

Poi, però, con le prime archiviazioni, i familiari si sono scoraggiati e così anche alcuni operatori. Sono allora cominciate le contraddizioni tra vari comitati di familiari e si è rotta l’unità. È il percorso naturale e obbligato: ci si rivolge alle istituzioni nell’intento di risolvere un problema, con spirito di collaborazione e nello stesso tempo di denuncia, ma le aspettative sono state deluse. Nulla è cambiato.

A sentire la tua esperienza, l’esperienza di una lavoratrice che sa e vede tutti i giorni quello che accade in strutture come la tua, è facile concludere che con i loro criteri politici hanno fatto una strage e poi è arrivato il Green Pass e l’obbligo vaccinale per scaricare su di voi la responsabilità di quello che hanno fatto…

Una premessa indicativa. Io ho avuto il Covid nel 2020 quando ancora si sapeva a mala pena cosa fosse. L’ho preso subito. Prima di rientrare a lavorare ho chiesto che mi venisse fatto il tampone anche se la legge non lo prevedeva ancora. Secondo loro io potevo andare a lavorare subito. Ho chiesto e preteso il tampone per me e per tutte le persone che avevano sintomi influenzali. Ho dovuto veramente lottare per ottenere questa misura. Eravamo sotto organico e in sostanza non c’era nessuna intenzione di farci stare a casa. Ti chiedevano proprio di rientrare al più presto. C’è stata una battaglia generale per far valere la sicurezza sui luoghi di lavoro: tracciamento, tamponi regolari, uso di DPI. Grazie a questo siamo arrivati a un protocollo rigido. Figurati che inizialmente ci dicevano di riciclare le mascherine chirurgiche. Carne da macello. 

Tutto d’un tratto, poi, è arrivato il vaccino “salva tutti”. È iniziata una campagna ancora prima che arrivasse l’obbligo vero e proprio per costringere i lavoratori a vaccinarsi con qualsiasi mezzo, anche fuori dalle regole. C’è stata una parte di noi che ha aderito subito, una parte titubante ma che non ha potuto fare altrimenti che aderire perché non gli avrebbero rinnovato il contratto e, infine, una parte che ha messo apertamente in dubbio la misura. Questo perché non era chiara l’efficacia del vaccino per evitare la diffusione del virus. Alla fine da noi il 97% si è vaccinato nei tempi prestabiliti e per gli altri sono fioccate le sospensioni dal 15 dicembre. Non ci hanno fatto proprio più entrare a lavorare. 

L’obbligo vaccinale è un ricatto così com’è. Non c’è scelta. In realtà, basterebbe prendere misure semplici: tamponi e operatori malati a casa tutto il tempo necessario. Il pensiero che il vaccino “salva tutto” è nella logica di mantenere i reparti sotto organico. Guarda caso mai è stato previsto un aumento del numero di operatori per tenere a casa chi ha sintomi. Ma il vaccino non garantisce che le persone non si ammalino e non infettino. E infatti abbiamo visto, soprattutto con questa variante Omicron, che a prescindere da quante dosi abbiamo fatto i focolai continuavano lo stesso. 

Il 19 febbraio a Bologna c’è stata una manifestazione in cui sindacati di base (Si Cobas e CUB) sono scesi in piazza insieme ad Emilia Romagna Costituzionale, il movimento NO Green Pass cittadino. Vuoi condividere con noi tue riflessioni e considerazioni su questo percorso?

È stata una giornata riuscitissima e molto importante. Con questo periodo del Covid sono riusciti nell’intento di dividere le persone e i lavoratori. Questo anche a livello delle nostre organizzazioni di riferimento e all’interno di queste stesse organizzazioni. Quest’unità conquistata il 19 non deve essere dispersa. 

Ora poi c’è la faccenda della guerra: è la stessa cosa. Pandemia o guerra i metodi di propaganda che stanno usando sono gli stessi. E il profitto al fondo è la stessa cosa. 

Del resto, sembra che non abbiano nessuna intenzione di abolire il Green Pass anche a fronte del miglioramento del quadro pandemico: continuano a mandare i pazienti a fare operazioni chirurgiche nelle strutture private accreditate per tenere i posti Covid negli ospedali, anche se i ricoveri diminuiscono. 

Una “emergenza” senza fine. Anzi, ora c’è questa incognita di una Circolare del Ministero della Salute per cui i sanitari sospesi guariti dal Covid devono comunque fare il vaccino in tempi brevissimi dalla guarigione. Follia. 

Da più parti, tra cui anche noi come Partito, emerge l’esigenza di lottare, con vere e proprie campagne, contro i vincoli di fedeltà aziendale. Una misura repressiva funzionale, nel tuo settore, anche allo smantellamento della sanità pubblica. Cosa ne pensi?

Questo pesa moltissimo. In particolare, per i dipendenti pubblici, tu sei “l’immagine dell’azienda”, pubblicamente la rappresenti. Fa parte di quella che chiamano “deontologia professionale”. Hai delle sanzioni disciplinari se apertamente screditi l’azienda e l’immagine del servizio pubblico. C’è stata una dipendente comunale che a una manifestazione è stata ripresa mentre faceva un’esternazione contro dei poliziotti: ha preso una sanzione disciplinare. Ma la verità è che se la tua azienda non si comporta bene tu sei costretto a stare zitto, quando sono loro che screditano le istituzioni con il modo in cui le gestiscono. E tu non puoi denunciare. Cioè devi usare dei metodi che sono dei legacci e rendono inutile la denuncia. Ci mettono contro anche la legge sulla privacy. Per farti un esempio, tu non puoi dire che “da noi le persone non vengono lavate” altrimenti, dicono, violi la privacy. Anche per questo è molto difficile che vengano fuori le questioni. In verità le nostre denunce sono nell’interesse dell’utente. 

Ci vediamo a Firenze il 26 marzo alla manifestazione indetta dal Collettivo di Fabbrica della GKN?  

Sono convinta che alla data del 26 marzo bisogna aderire e basta a prescindere dalla tessera sindacale.

Dove c’è un’organizzazione che è riuscita a fare qualcosa, come il Collettivo di Fabbrica, bisogna aderire: sono critica con quei sindacati di base che per un motivo o per un altro, spesso non chiaro, traccheggiano.  

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