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Liberazione nazionale è riappropriarsi dell’apparato produttivo

Redazione di Resistenza by Redazione di Resistenza
Febbraio 3, 2022
in Resistenza n. 2/2022
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Il 21 gennaio, i lavoratori di Air Italy sono tornati a mobilitarsi a Olbia. 1300 licenziati chiedono di riavere il loro lavoro e di riavviare la trattativa al Ministero dello Sviluppo Economico (MISE).
Il 24 gennaio si è conclusa la vicenda Embraco di Riva di Chieri (TO), la fabbrica di compressori per frigoriferi del gruppo Whirlpool. Dopo quattro anni di lotta, tavoli al MISE e promesse di reindustrializzazione, 377 lavoratori ora si trovano ufficialmente in mezzo alla strada.
In quegli stessi giorni l’attenzione era dirottata sul “toto-nomi” del Presidente della Repubblica e sul teatrino messo in atto (con tanto di vertici, appelli, manifestazioni e raccolta firme) per impedire che Berlusconi si candidasse al Quirinale.

1700 licenziamenti evidentemente valgono meno della preservazione di simulacri di democrazia che non hanno alcuna attinenza con la realtà.
I licenziamenti sono il frutto ordinario della consueta trafila diretta dal MISE, con alla testa il leghista Giorgetti e la complicità dei sindacati di regime.

Fra i tavoli aperti c’è anche quello della QF (ex GKN), che rappresenta tuttora un esempio e una speranza: la ex GKN può essere ancora la trave che messa di traverso è capace di far deragliare la locomotiva assassina del metodo MISE.
L’organizzazione e la mobilitazione puntuale e attiva del Collettivo di Fabbrica, assieme al rifiuto di delegare la gestione del destino dei lavoratori ai funzionari sindacali, hanno già dato alcuni frutti. Dopo la svolta sopravvenuta con l’acquisto dello stabilimento da parte di Francesco Borgomeo – con conseguente cambio di nome da GKN a QF, sospensione dei licenziamenti e promesse di reindustrializzazione –, l’annuncio che la lotta per il momento non smobiliterà mantiene il Collettivo di Fabbrica sulla strada giusta.

Come giustamente affermano fin dall’inizio i lavoratori GKN/QF, per vincere la loro, come ogni altra vertenza, serve cambiare i rapporti di forza nel paese. E questo lo si fa lavorando alla costruzione dell’alternativa politica, che i lavoratori organizzati possono imporre facendo confluire ogni singola lotta su questo obiettivo comune. In questo modo è possibile far ingoiare alla classe dominante un governo d’emergenza popolare che, per esempio, prenda il disegno di legge contro le delocalizzazioni o il piano per la mobilità sostenibile del CdF GKN e li applichi. Questo serve alla GKN/QF, come alla Caterpillar e a tutte le fabbriche in crisi, presenti e future.

Chiunque intenda seriamente costruire un futuro diverso deve partire da qui. Su questo punto si devono misurare anche le intenzioni di chi, come Ugo Mattei e altri, avanzano proposte giuste e necessarie come la costituzione di un nuovo CLN. Per prendere in mano il paese e cambiarlo è tassativo togliere dalle mani degli speculatori, italiani e stranieri, l’apparato produttivo.

Quale dev’essere il primo passo? C’è il già citato disegno di legge elaborato dai lavoratori GKN/QF assieme a un gruppo di giuristi solidali: va preso subito e usato come bandiera nel programma del futuro governo di chi si erge a nuovo CLN. La sovranità sull’apparato produttivo è il primo e imprescindibile obiettivo da raggiungere, la base indispensabile per mettere poi mano a tutti gli altri problemi.

Che vuol dire concretamente “apparato produttivo”? Significa: fabbriche, infrastrutture e uffici, ma anche prodotti e strumenti che servono alla vita quotidiana in ogni contesto. È il patrimonio di conoscenze di cui si dispone; sono gli uomini che producono e che utilizzano quanto viene prodotto. Oggi il controllo dell’apparato produttivo è in mano a gente che lo utilizza per i suoi interessi e profitti particolari. Riappropriarsene è la base per costruire una nuova società. Sulle soluzioni che si danno a questo problema misuriamo la validità e la concretezza di ogni discorso infuocato sulla democrazia violata. Serve una democrazia nuova, non la restaurazione di quella vecchia che conosciamo fin troppo bene.

Il 22 gennaio, lo stesso giorno in cui è stata annunciata ufficialmente la fine di Embraco, la Viceministra allo Sviluppo Economico Alessandra Todde ha avuto il coraggio di rivendicare i risultati ottenuti in questi anni dal Ministero nella gestione dei famosi tavoli di crisi. Secondo l’ultimo aggiornamento, riportato dall’ANSA, a gennaio 2022 i tavoli di crisi gestiti dal MISE sono 70. Due anni fa, nel dicembre del 2019, erano 149.
Che il risultato sia stato raggiunto con la chiusura definitiva delle aziende coinvolte è un particolare su cui la Viceministra sorvola serenamente.
“Il metodo introdotto al MISE in due anni di gestione delle crisi industriali e l’impegno quotidiano stanno dando i loro frutti anche se sono refrattaria ai toni trionfalistici e alle facili ricette”.
Non sappiamo se tra i 70 tavoli aperti ci sia ancora la vertenza Embraco o se la sua chiusura abbia migliorato ulteriormente il bilancio del MISE. In ogni caso, non c’è che dire: complimenti Viceministra!

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