Kazakistan e Ucraina: avanza la tendenza alla guerra

Lo sviluppo della crisi generale del capitalismo alimenta inevitabilmente la tendenza alla guerra. I comunisti italiani devono capire come questo influisce sulla lotta di classe in Italia, per avanzare nel compito di farne un nuovo paese socialista. La guerra è uno sbocco necessario del capitalismo in crisi e, come ci ha insegnato la Rivoluzione d’Ottobre che mise fine alla Prima guerra mondiale, solo la rivoluzione socialista in uno o più paesi della catena imperialista può sventarla.

Il 2022 si è aperto con la ripresa in grande stile delle manovre del governo USA per completare l’accerchiamento militare della Federazione Russa, portato avanti negli anni con l’adesione all’Alleanza Atlantica di alcuni paesi ex socialisti.

Il centro della crisi è l’Ucraina. Già nel 2014 il governo statunitense aveva promosso nel paese un colpo di Stato mascherato da rivoluzione, appoggiando forze neonaziste per imporre un governo filo occidentale al posto del precedente, filorusso. Ora punta a cooptarla nella NATO, perfezionando così l’accerchiamento dei confini russi in Europa orientale.

A partire da novembre, e con una brusca accelerazione nel mese di gennaio, la tensione è salita, con il Pentagono che denunciava l’ammassamento di truppe russe al confine ucraino e il pericolo di un’imminente invasione e il governo russo che indicava l’ingresso dell’Ucraina nella NATO come la linea rossa da non superare, giungendo infine ha chiedere ufficialmente il ritiro delle truppe dell’Alleanza Atlantica da Romania e Bulgaria e la promessa scritta che l’Ucraina e la Georgia non vi avrebbero aderito.

In questo contesto è scoppiata, a partire dal 2 gennaio, la rivolta in Kazakistan, altra nazione ai confini della Federazione Russa in Asia centrale dove transita la Nuova Via della Seta cinese: un paese ricco di petrolio, gas naturale, uranio e terre rare.

Grandi manifestazioni, iniziate come proteste per l’aumento del prezzo del gas, sono sfociate in una vera e propria insurrezione. Il presidente Kassym Jomart Tokayev ha in breve perso il controllo della situazione, ha dato l’ordine di sparare sui manifestanti e il 5 gennaio ha richiesto l’intervento del CSTO (alleanza militare guidata dalla Russia) per sedare la rivolta.

Il Kazakistan e la Russia hanno infine denunciato i fatti come un tentativo di colpo di Stato e un’operazione di terrorismo internazionale, mentre gli USA intimavano a Putin di ritirare rapidamente le truppe e “rispettare i diritti umani”, pena dure reazioni.

A fronte di questa nuova crisi è emersa ancora una volta tra i compagni del nostro paese la tendenza a perdersi in infinite discussioni per definire se tifare per il governo o per i rivoltosi.
È certo che da decenni gli imperialisti USA promuovono “rivoluzioni colorate” per destabilizzare i governi che non si sottomettono al loro dominio: la crisi in Kazakistan è legata alla strategia di accerchiamento della Federazione Russa da parte della Nato. È, però, altrettanto certo che per promuoverle devono fare leva su contraddizioni realmente esistenti (in questo caso l’aumento dei prezzi del gas) per guadagnarsi l’appoggio di almeno una parte delle masse popolari. Senza questo, infatti, ogni cambio di governo sarebbe impossibile.
Ma i destini della rivoluzione in Italia non dipendono dal nostro tifare per la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese contro l’imperialismo USA, piuttosto che per gli insorti in Kazakistan. Dipende, invece, dalla capacità dei comunisti italiani di condurre le masse popolari a prendere il potere e instaurare il socialismo.

L’aspetto principale che ci interessa di questa vicenda è quindi relativo a questo compito: sta nel fatto che la crisi politica in cui si dibatte la classe dominante del nostro paese è direttamente influenzata dallo sviluppo della tendenza alla guerra.

Per la storia che il nostro paese ha avuto a partire dal dopoguerra e per la posizione che ricopre nella gerarchia dei paesi imperialisti, in Italia i gruppi imperialisti USA e UE dettano legge e l’installazione di Draghi come “commissario della Troika” ne è la conferma.

Ma questi gruppi sono a loro volta divisi da contrasti crescenti via via che la crisi avanza, contrasti che si riflettono inevitabilmente sulla situazione politica italiana.

Gli imperialisti USA vogliono mantenere il loro ruolo dominante e manovrano per intrupparci nello scontro con la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese alle loro condizioni; quelli UE, e in particolare francesi – con cui il governo italiano, il 26 novembre scorso, ha firmato un accordo segreto – puntano invece a tirarci dentro al loro disegno di un’azione svincolata dagli USA e dalla NATO.

Questo stato di cose si traduce in contraddizioni insanabili tra i vertici del nostro paese e fa dell’Italia un anello debole della catena imperialista, dove ingovernabilità dal basso e ingovernabilità dall’alto si combinano nel determinare una situazione esplosiva. È compito dei comunisti sfruttare queste contraddizioni per condurre le masse popolari a non assecondare i venti di guerra, spingendo le masse popolari di tutti gli altri paesi ad emularle.

Tendenza alla guerra 
La tendenza alla guerra avanza e si manifesta in crisi internazionali sempre più gravi. Per tanti versi sembra di leggere un libro di storia dell’inizio del secolo scorso, dove un susseguirsi di tensioni sempre maggiori tra i principali paesi imperialisti sfociò infine nella Grande Guerra.
In effetti, viviamo in una crisi generale della stessa natura di quella che si dispiegava in quegli anni. Si tratta di una nuova crisi di sovrapproduzione assoluta di capitale, cominciata a metà degli anni Settanta. Questo significa che, a partire da quegli anni, il capitale accumulato a livello mondiale è oramai così tanto che non è più possibile investirlo tutto con profitto. Questo ha portato ad un acuirsi senza precedenti della concorrenza, a una lotta di tutti contro tutti per valorizzare ognuno il suo capitale a spese degli altri. Ogni gruppo imperialista si serve ovviamente dei propri governi per portare avanti questa lotta. Si capisce che lo sbocco inevitabile di questo processo, di questo continuo acuirsi dei contrasti tra gruppi imperialisti, è la guerra.
La sola via per sventare una nuova guerra mondiale è farla finita con il capitalismo, è cioè il trionfo della rivoluzione socialista nei principali paesi imperialisti. Il ruolo dei comunisti dei paesi imperialisti è quindi decisivo.
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